• 18 Gennaio 2026
Cultura

Ci sono grandi manovre nel mondo dell’Architettura, dell’Urbanistica, del Design.

Le grandi conurbazioni urbane scoppiano per la loro ingestibilità, la insostenibilità energetica, economica, sociologica ed umana.

Il refrain minaccioso degli anni ’70 è divenuto realtà.

Lo sviluppo delle città ha galoppato verso lo stilema Città, Metropoli, Megalopoli, Necropoli.

Lo sviluppo dissennato del “multi” (multietnico, multirazziale, multi identitario, multifunzionale, multiculturale, multi consumistico) ha fatto scoppiare la bolla della “grande mela” come modello economico e globalizzato del nostro vivere sociale proiettato in un futuro dai frutti brutali e perversi.

L’umano ha percepito lo scivolarsi verso il nulla e cerca di ricorrere ai ripari. Sgonfiamento delle grandi aree metropolitane, fuga verso centri più piccoli dal sapore comunitario, ricerca di soluzioni che diano speranza di riconnettersi con una natura, si spera ancora incontaminata, ricerca di modelli di vita più sostenibili in armonia con una tradizione identitaria che salvi dall’inquinamento ambientale prima e mentale poi. Questi i rumori di fondo, mentre grossi finanziamenti incombono, grazie alla politica che cerca di dominare asetticamente e senza etica tutti i processi sociali, evolutivi e non, a livello europeo e mondiale, scatenando appetiti e soluzioni che in teoria dovrebbero risolvere i danni enormi fatti negli ultimi 70 anni, ma che si teme siano realizzati culturalmente e gestiti proprio da chi si è reso colpevole delle derive mortifere che indirizzano le nostre città verso la degenerazione urbana.

Veniamo alle parti salienti di ciò che accade.

In Europa, prima con il PNRR, poi con la Direttiva Case Green  (Energy performance of Building Directive c’è molto fermento nel mercato imprenditoriale edilizio. Si cerca di tornare ad un’armonia tra ciò che è la tradizione, nuove esigenze dei consumatori, sostenibilità ambientale ed energetica. I pilastri di questa operazione sono: la sostenibilità paesaggistica, la sostenibilità energetica e quella tecnologica- costruttiva, nonché quella sociale ed economica.

Questo dovrebbe portare ad una più matura responsabilità sociale delle imprese, come auspica la legislazione vigente.

In questo contesto, dove vari studi e colossi imprenditoriali gettano sul mercato enormi progetti di sistemazione viaria con giardini, parchi giochi e tentativi di arredo urbano kitsch, c’è da mettere il dito nella piaga ed essere veritieri.

Siamo circondati da un’architettura brutta, figlia del “Bruttismo” che in nome di un minimalismo funzionale ha cancellato la ricerca e l’offerta del bello. Oggi un edificio può essere scuola, mercato coperto, biblioteca, edificio polifunzionale, sede di loculi cimiteriali. La funzione anonima di uno stabile senz’anima ha creato le premesse per una disaffezione culturale, identitaria e comunitaria. Tant’è che la gente fugge questi luoghi, ormai di passaggio, e si riversa nei centri commerciali, nelle stazioni, in tutti quei posti che il sociologo Marc Augé definisce “non luoghi”.

“I nonluoghi sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Non luoghi sono sia le infrastrutture per il trasporto veloce (autostrade, stazioni, aeroporti) sia i mezzi stessi di trasporto (automobili, treni, aerei). Sono nonluoghi i supermercati, le grandi catene alberghiere con le loro camere intercambiabili, ma anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e miserie. Il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso comune del termine. E al suo anonimato, paradossalmente, si accede solo fornendo una prova della propria identità: passaporto, carta di credito…” Nel proporci un’antropologia della surmodernità, Auge ci introduce anche a un’etnologia della solitudine. Primo passo verso il declino umano.

Allora vengono in mente le considerazioni “alte” del dibattito sul futuro delle nostre città:

– Paolo Desideri, architetto, su l’Italia presa sul serio, ci parla delle Forme del declino e del declino delle forme e del perché l’architettura italiana ha disperso il patrimonio di eccellenza costruito negli anni Cinquanta e Sessanta. La riconquista della qualità possibile negli attuali sistemi complessi. Che cosa (non) vuol dire progetto.

Anche in Italia, finalmente, assistiamo ad una crescente domanda per l’innalzamento della qualità delle opere pubbliche e dell’architettura in generale. Un interesse trasversale, come è necessario che sia, per centrare l’obiettivo di un rilancio della qualità dell’architettura che, inaspettatamente, ricompare sui magazine a larga tiratura, fa da sfondo ai messaggi pubblicitari, fa persino capolino nel dibattito parlamentare con disegni di legge sulla qualità dell’architettura contemporanea.

– Marta Sader su DESIGN & ARCHITETTURA si chiede: Dovremmo forse imparare a riapprezzare la bellezza degli edifici antichi e dei dettagli architettonici?

Sui social network si leva un grido: perché dobbiamo vivere in case dalle linee rette, con mobili semplici e noiosi? Abbiamo bisogno di bellezza, di facciate storiche, di dettagli artigianali! Morte all’edilizia contemporanea! Ma ha senso…?

– Si torna a parlare di bellezza architettonica tra natura e spirito, e qui c’è l’insegnamento di Alan De Botton, che nel suo testo “Architettura e Felicità” avverte: “Se riteniamo che la qualità dell’ambiente in cui viviamo sia fondamentale per il nostro benessere, non possiamo non interrogarci sul rapporto tra architettura e felicità. Ma da dove cominciare? Oggi, a differenza dei secoli passati, siamo consapevoli dell’impossibilità di individuare una misura del bello assoluta e riproponibile all’infinito, senza tener conto delle tradizioni locali e della sensibilità dei committenti. Se le ville palladiane rappresentano un ineguagliato modello di equilibrio architettonico, una recente villa costruita a Londra secondo gli stessi canoni suscita più sconcerto che ammirazione. E non erano affatto contenti i signori Savoye, per cui Le Corbusier progettò la famosa villa di Poissy: il capolavoro dell’architetto modernista si rivelò ben presto inabitabile. D’altro canto, invece, accostamenti inediti di forme, materiali e stili possono essere fonte di piacere e serenità. Attraverso una ricca casistica e insieme facendo ricorso alla verve del narratore, De Botton indaga, nella molteplicità delle sue sfaccettature, l’influenza del design sull’essere umano, design che suscita sensazioni e riflessioni, modifica l’umore, fornisce stimoli al miglioramento. Imparando a ritrovare in edifici e oggetti doti e qualità presenti anche nell’uomo avremo dunque l’occasione di conoscere meglio noi stessi. È questa, dopotutto, la fonte della vera felicità.”.

– Progettare emozioni. C’è finalmente il conforto anche della ricerca sulla necessità di progettare emozioni. Come nel caso dello psichiatra Crepet e dell’architetto Botta che, in un libro intervista “La felicità e i luoghi in cui viviamo” dicono:” Di fronte al caos e alla fatica del nostro vivere, ripensare la città come luogo dove poter essere felici può sembrare un’utopia. Crepet e Botta dimostrano invece che è possibile. Questo libro contiene infatti una necessaria e attuale riflessione a due voci che attraversa e reinterpreta la mappa degli spazi urbani perché ogni cittadino possa finalmente vivere un tempo non solo produttivo, ma dove emozioni e ricchezza siano strumenti di nuova convivenza. Il legame tra spazi urbani mal progettati e infelicità è ben conosciuto. Paolo Crepet e  Mario Botta, a colloquio con il giornalista Giuseppe Zois, riannodano il percorso ideale e reale dei luoghi in cui viviamo in cerca non di una vita alienata, ma di una quotidianità gioiosa. Le nostre emozioni dipendono infatti anche e soprattutto dai luoghi in cui passiamo il nostro tempo: i colori, la luce e l’organizzazione degli ambienti possono generare solitudine, benessere, disagio, stimolare creatività o noia, a partire dal luogo più trascurato e più indispensabile per la crescita di ogni generazione: la scuola.

Davanti a questo scenario si afferma in tutto il mondo, e quindi anche da noi, la necessità della “Rigenerazione urbana”.

Ma cos’è questa magica parola?

“La rigenerazione urbana è un campo della politica pubblica che si occupa della ricrescita dell’attività economica, del ripristino della funzione sociale o dell’inclusione sociale e del ripristino della qualità ambientale nelle località in cui questi elementi si sono deteriorati. Si tratta di un insieme di azioni volte al recupero e alla riqualificazione di uno spazio urbano, limitando il consumo di territorio a tutela della sostenibilità ambientale. Un progetto di rigenerazione urbana mira a migliorare e trasformare l’aspetto, la funzionalità e la qualità di vita di un’area urbana attraverso il recupero e la riqualificazione di spazi degradati o sottoutilizzati”.

E ancora: Con rigenerazione urbana (Urban renewal in lingua inglese) si intende un programma di riqualificazione del territorio come rimedio al degrado urbano.  Programmi del genere sono spesso svolti nelle periferie più degradate delle città, con interventi ecosostenibili finalizzati al miglioramento delle condizioni urbanistiche e socio-economiche, all’eliminazione delle baraccopoli e alla creazione di nuove abitazioni e imprese, cercando non di demolire, ma di far convivere vecchie e nuove strutture.

La rigenerazione urbana può estendersi anche ai villaggi rurali: ne sono un esempio le attività intraprese dal governo tedesco per valorizzare e migliorare le condizioni di vita delle comunità rurali, senza far sparire le loro radici identitarie.

Ma fra tanto dire e scrivere in concreto c’è da riconoscere la magnifica iniziativa dell’Accademia Vivarium Novum che, nei primi giorni di giugno ha ospitato ed organizzato, a Frascati, il convegno “Hereditas Urbium” – La città ereditabile: esempi concreti d’una reale rigenerazione urbana.

La scoppiettante accoppiata del Prof. Luigi Miraglia, Presidente dell’Accademia con l’Architetto Ettore Maria Mazzola, Professore all’università di Notre Dame, ha riunito la “creme della creme” della cultura tradizionale architettonica, urbanistica e paesaggistica del mondo. Un convegno che ha riportato finalmente alla ribalta la necessità di invertire la rotta, nel nome della riscoperta del “genius loci”, della riscoperta della bellezza progettuale per cambiare i modi di disegnare le città per realizzare città, architetture e vite sostenibili.

Un invito ad applicare una organica visione delle radici e dei contesti d’ogni luogo, senza la quale il nostro patrimonio scomparirebbe.

In concreto si è chiesto anche di recuperare alcuni strumenti cancellati dalle leggi del  1925/26 per favorire il ricompattamento delle città, migliorare le periferie, mettere fine al consumo del suolo e favorire l’economia pubblica.

Fin qui il convegno dell’Accademia Vivarum Novum.

Resta il grande dibattito del rapporto tra tradizione e modernità, tra bellezza ed utilità in architettura, tra le idee delle grandi correnti rivoluzionarie del‘900 e la realtà moderna e postmoderna.

Il fil rouge che ci può guidare è il senso della bellezza come somma di tutte le parti messe assieme, in maniera tale che non è necessario aggiungere, né togliere niente, né alterare (G.B.Alberti).

Diceva Paolo Portoghesi sulla bellezza come parola sconvolgente:

“Non sappiamo quando la parola bellezza abbia iniziato il suo corso. La forma del corpo umano, sia maschile che femminile, è stata da sempre oggetto di percezione e di giudizio, suggerendo una polarità tra «brutto» e «bello» e creando manufatti artistico-rituali che riproducevano i criteri della bellezza. Per migliaia di anni, sulla terra, si è ragionato su questo tema e le sue implicazioni: è quello che Darwin chiama il sense of beauty, che non è soltanto una prerogativa umana. Obiettivo di noi tutti è dunque ripercorrere il cammino di una parola – e di un concetto – che è stato capace di informare di sé quasi ogni aspetto della civiltà. In questo modo, riscoprendone i contorni e le potenzialità, la bellezza potrebbe tornare a svolgere nei confronti dell’arte una funzione «liberatoria», perché ciò vorrebbe dire per gli artisti tornare a servirsi di un alleato insostituibile per la sua forza relazionale e il suo potere comunicativo, per far sì che l’arte non sia solo una produzione di oggetti o di eventi riservata all’angusto circuito degli addetti ai lavori, ma possa farsi davvero espressione corale della bellezza. Questo mio non è un invito per una storia dell’estetica. Al contrario, vorrebbe essere un invito a non illudersi che l’estetica possa avere l’ultima parola su un argomento che non accetta semplificazioni senza perdere la sua aura ineffabile.”.

E dal convegno dell’Accademia Vivarum Novum voglio ricordare una citazione di un famosissimo architetto tradizionale che ha chiuso tra gli applausi degli astanti la sua coltissima e bellissima relazione.

E vale come supremo valore che, attraverso l’architettura, la bellezza si fa poesia.

Dall’Arte Poetica di Borges:

Talora nelle grigie sere un volto
ci guarda dal profondo d’uno specchio;
l’arte dev’esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto.

Ulisse, è fama, stanco di prodigi,
pianse d’amore quando scorse Itaca
umile e verde. L’arte è questa Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

Autore

Pugliese, cultura umanistica, politicamente nazionalpopolare. Già Ufficiale Superiore dell’Esercito, nei Granatieri. Fondatore dell’Ufficio Storico dello SMD e collaboratore della CISM (Commissione Italiana di Studi Militari) sino al 2014. Dal 1980 al 1991 ha ricoperto cariche elettive istituzionali. Dal 1980 al 1984 è stato collaboratore dell’Ing. Giovanni Volpe per la “Fondazione Gioacchino Volpe”. Dal 1978 sino al 2000 è stato collaboratore dell’On. Pino Rauti.Nel 1978, con Rutilio Sermonti è stato tra i fondatori dei “GRE” (Gruppi di Ricerca Ecologica) primissima associazione ambientalista in Italia. Fondatore della rivista “Officina – Le ragioni nazionalpopolari”, ne è stato coordinatore editoriale dal 2001 al 2005. Dal 2016 responsabile organizzativo del Think Tank “I nazionalpopolari”. Attualmente è editorialista del mensile “Informa”, organo dell’Ordine dei Giornalisti del Molise.