Un elettore su due diserta le urne. Il giorno dopo le elezioni si incassa il dato statistico come fisiologico e poi tutto procede come se nulla fosse accaduto. Senza ritegno e nel nome della irrisoria legittimità popolare i partiti tutti, Destra come Sinistra, continuano con gli stessi metodi ed aspettative a governare.
Tengono banco semmai gli istituti demoscopici che rilevano gli spostamenti elettorali da un fronte all’altro.
La verità è che l’astensione, ai livelli raggiunti di circa 7 milioni alle ultime regionali, rappresenta una ferita, un vulnus per la democrazia tutta.
Senza perderci in romantiche deduzioni da Platone a Tocqueville, possiamo affermare che ormai siamo in presenza di minoranze attive che governano senza rendersi conto che ormai non c’è solo una crisi ma un vero vuoto di rappresentanza.
Per dirla tutta, è cambiato non solo l’orizzonte ma anche il cielo della politica, non riuscendo l’establishment tutto ad andare oltre una dignitosa ma insufficiente manutenzione dell’esistente.
A questo punto c’è da chiedersi se la ferita sia la disaffezione al voto o la incapacità dei partiti a non comprendere le esigenze ed i mutamenti della società, delegittimando le istituzioni con una occupazione di potere che non tiene conto dello svuotamento reale del consenso popolare.
Enorme è il disinteresse nel futuro del “sistema di governo”. La gente percepisce come nullo se non controproducente l’impatto della politica sulla vita dei cittadini.
Ormai il diritto/dovere di votare, che tanto è costato in lotte e sacrifici, non è più praticabile, a fronte di mondi paralleli (società e politica) che non si incontrano mai, anzi, neppure si influenzano.
Chi governa deve capire il sentiment popolare e la politica deve capire ciò che l’astensione specifica; e se si rifugia nella governabilità allora chi governa può cadere negli interessi dei clan che determinano il potere dei partiti e di chi li supporta.
C’è incapace carenza di “ascolto” per i bisogni e le aspettative secondo una politica di meriti e bisogni; ed è lì che occorre intervenire, auspicando una rifondazione dei partiti sui valori fondanti della Costituzione, rinunciando alla verticalizzazione del potere.
Tra il Capo che governa e le masse governate c’è il nulla. Occorre affrontare il malessere sociale, economico e psicologico che invade la nostra comunità nazionale.
Le ricette auspicate nel giorno dopo le elezioni sono tardive, banali e insufficienti, facendo venire a mente il detto di Platone: che la democrazia genera la tirannia……La cosa assurda è che la politica invece di aprirsi ad un ascolto autocritico si interroga come può garantire una governabilità di casta, pensando ad una legge elettorale fatta su misura assieme ad artifici che consentano, in nome di un popolo che li rifiuta, governare in sua rappresentanza.
Quindi si abbia il coraggio d’ammettere che è la politica a tradire la democrazia.
Amara ma vera la conclusione/cattiveria del “Fatto Quotidiano”:
Donzelli (FdI): “Ora cambiamo la legge elettorale”. Il sollievo delle lunghe file alla Caritas.
