• 21 Maggio 2024
Cultura

Cultura e politica sono intreccio di eredità, identità, valorizzazione e fruizione. Progettualità! La cultura dovrebbe essere il Primato di una politica che abbia orizzonti e idee.

La politica culturale, espressa da un Ente (e non solo), se non ha nel suo incipit una proposta progettuale complessiva, diventa una episodicità di interventi. I quali si perdono in un oblio manifestamente inutile. Ma non è detto, però, che la progettualità sia garanzia di una cultura forte e di un pensiero robusto. Oggi resistono soltanto quei modelli progettuali che hanno un radicamento storico ma che riescono a guardare con attenzione e attrazione ad una visione internazionale.

Questo significa far campeggiare almeno due elementi. Il primo riguarda la gestione di un assessorato. Ho sempre sostenuto che un assessore alla cultura deve essere una espressione fortemente culturale e, quindi, notevolmente tecnica anche se proveniente da un’area di formazione indiscutibilmente comparata ma capace di affondare il pensiero in una dimensione in cui Progetto e Pensiero possano creare una vera e propria filosofia della cultura ora e dopo.

Il secondo elemento interessa la sua squadra di collaboratori. Difficile da scegliere, ma bisognerebbe scendere nella prassi per governare la cultura sul piano istituzionale. È finito il tempo dell’intellettuale organico con lo sguardo rivolto al “servizio della politica”.

In una società in transizione è arrivato il manager del “tutto fare”. Non so se sia un bene o un male. Bisogna fare i conti con questa realtà mobile e “inorganica”. Ecco perché un assessore così come un ministro, pur di area cosiddetta, devono rappresentare la cultura scevra da preconcetti ancora ideologici e di appartenenza. Un territorio è una rappresentazione storica identitaria ma ciò non significa che deve essere fossilizzato archeologicamente a un pensare un “pensiero unico”.

Certo, ci vogliono capacità, competenze, esperienze. Una dialettica che sappia guardare non solo all’oggi, come dicevo, ma al dopodomani. In questi anni si è molto delegato in cultura. Si è molto intrecciato e lasciato che la cultura la facessero altri ambienti: come la scuola, l’università, l’eco ambiente. La progettualità culturale è ben altro. Fare in modo che le strutture, obiettivo dei beni culturali, siano strumenti. Un museo, una biblioteca, un archivio non possono più isolatamente essere espressioni culturali separate e corporative. Ma devono rientrare in un progetto sia ministeriale sia territoriale attraverso gli Enti. Non si può delegare alle Università che sono e restano, purtroppo, dei circoli e accademie strette. Non si può delegare alle scuole, parcellizzazione di metodi didattici con modelli metodologici didattici.

La progettualità culturale deve assommare tutto ed essere sintesi di tutto per poter formare una Idea unitaria di intervento. Ma il Progetto deve avere chiarezza, obiettivi, regole, consolidata valenza lungimirante. Una manifestazione, per dirlo in altri termini, se non ha una comunicazione tout court universale, è una caduta. Soprattutto oggi la cultura è idea oltre il cerchio. È orizzonte ed ha una verticalità. Una biblioteca deve raggiungere i sistemi internazionali. Un museo deve esprimere un unicum. Un archivio deve valorizzare il conosciuto e renderlo conoscenza.

L’Ente locale, che sia il comune o la regione, deve rappresentare il punto nevralgico di una rappresentazione e di una rappresentanza di un territorio che ha la forza di parlare al mondo e non solo al campanile. Ecco perché occorre la professionalità e la competenza in materie di culture, di scienza della comunicazione, di politica manageriale. Piaccia o meno. Bisogna essere in questo giro che ti rigiro e non in un copia e incolla.

Sono tutti aspetti di cui bisogna tenere conto in modo particolare in quelle geografie che sono espressioni di radicamenti di civiltà mediterranea, la quale costituisce un impegno articolato tra empatie e comparazioni, contraddizioni e dialettiche.

Il Mediterraneo, al quale faccio riferimento, non è soltanto una geopolitica, ma una geografia meridiana del pensiero, come ebbe a dire Albert Camus. Si è “mediterraneo” se si riesce a fare del Mediterraneo una storia non condivisa o implosiva ma antropocentrica dell’essere. Abitarlo significa non farne soltanto un luogo turistico, ma un porto del pensiero. Tutto ciò deve essere alla base di chi ci governa. La politica culturale di un ministero, tra l’altro, deve essere Fantasia sulla storia delle Storie.

Autore

nato in Calabria. Scrittore, poeta, italianista e critico letterario. Esperto di Letteratura dei Mediterranei. Vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Ha pubblicato diversi testi sulla cristianità in letteratura. Il suo stile analitico gli permette di fornire visioni sempre inedite su tematiche letterarie, filosofiche e metafisiche. Si è dedicato al legame tra letteratura e favola, letteratura e mondo sciamanico, linguaggi e alchimia. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”.
Editoriale

Cultura e politica sono intreccio di eredità, identità, valorizzazione e fruizione. Progettualità! La cultura dovrebbe essere il Primato di una politica che abbia orizzonti e idee.

La politica culturale, espressa da un Ente (e non solo), se non ha nel suo incipit una proposta progettuale complessiva, diventa una episodicità di interventi. I quali si perdono in un oblio manifestamente inutile. Ma non è detto, però, che la progettualità sia garanzia di una cultura forte e di un pensiero robusto. Oggi resistono soltanto quei modelli progettuali che hanno un radicamento storico ma che riescono a guardare con attenzione e attrazione ad una visione internazionale.

Questo significa far campeggiare almeno due elementi. Il primo riguarda la gestione di un assessorato. Ho sempre sostenuto che un assessore alla cultura deve essere una espressione fortemente culturale e, quindi, notevolmente tecnica anche se proveniente da un’area di formazione indiscutibilmente comparata ma capace di affondare il pensiero in una dimensione in cui Progetto e Pensiero possano creare una vera e propria filosofia della cultura ora e dopo.

Il secondo elemento interessa la sua squadra di collaboratori. Difficile da scegliere, ma bisognerebbe scendere nella prassi per governare la cultura sul piano istituzionale. È finito il tempo dell’intellettuale organico con lo sguardo rivolto al “servizio della politica”.

In una società in transizione è arrivato il manager del “tutto fare”. Non so se sia un bene o un male. Bisogna fare i conti con questa realtà mobile e “inorganica”. Ecco perché un assessore così come un ministro, pur di area cosiddetta, devono rappresentare la cultura scevra da preconcetti ancora ideologici e di appartenenza. Un territorio è una rappresentazione storica identitaria ma ciò non significa che deve essere fossilizzato archeologicamente a un pensare un “pensiero unico”.

Certo, ci vogliono capacità, competenze, esperienze. Una dialettica che sappia guardare non solo all’oggi, come dicevo, ma al dopodomani. In questi anni si è molto delegato in cultura. Si è molto intrecciato e lasciato che la cultura la facessero altri ambienti: come la scuola, l’università, l’eco ambiente. La progettualità culturale è ben altro. Fare in modo che le strutture, obiettivo dei beni culturali, siano strumenti. Un museo, una biblioteca, un archivio non possono più isolatamente essere espressioni culturali separate e corporative. Ma devono rientrare in un progetto sia ministeriale sia territoriale attraverso gli Enti. Non si può delegare alle Università che sono e restano, purtroppo, dei circoli e accademie strette. Non si può delegare alle scuole, parcellizzazione di metodi didattici con modelli metodologici didattici.

La progettualità culturale deve assommare tutto ed essere sintesi di tutto per poter formare una Idea unitaria di intervento. Ma il Progetto deve avere chiarezza, obiettivi, regole, consolidata valenza lungimirante. Una manifestazione, per dirlo in altri termini, se non ha una comunicazione tout court universale, è una caduta. Soprattutto oggi la cultura è idea oltre il cerchio. È orizzonte ed ha una verticalità. Una biblioteca deve raggiungere i sistemi internazionali. Un museo deve esprimere un unicum. Un archivio deve valorizzare il conosciuto e renderlo conoscenza.

L’Ente locale, che sia il comune o la regione, deve rappresentare il punto nevralgico di una rappresentazione e di una rappresentanza di un territorio che ha la forza di parlare al mondo e non solo al campanile. Ecco perché occorre la professionalità e la competenza in materie di culture, di scienza della comunicazione, di politica manageriale. Piaccia o meno. Bisogna essere in questo giro che ti rigiro e non in un copia e incolla.

Sono tutti aspetti di cui bisogna tenere conto in modo particolare in quelle geografie che sono espressioni di radicamenti di civiltà mediterranea, la quale costituisce un impegno articolato tra empatie e comparazioni, contraddizioni e dialettiche.

Il Mediterraneo, al quale faccio riferimento, non è soltanto una geopolitica, ma una geografia meridiana del pensiero, come ebbe a dire Albert Camus. Si è “mediterraneo” se si riesce a fare del Mediterraneo una storia non condivisa o implosiva ma antropocentrica dell’essere. Abitarlo significa non farne soltanto un luogo turistico, ma un porto del pensiero. Tutto ciò deve essere alla base di chi ci governa. La politica culturale di un ministero, tra l’altro, deve essere Fantasia sulla storia delle Storie.

Autore

nato in Calabria. Scrittore, poeta, italianista e critico letterario. Esperto di Letteratura dei Mediterranei. Vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Ha pubblicato diversi testi sulla cristianità in letteratura. Il suo stile analitico gli permette di fornire visioni sempre inedite su tematiche letterarie, filosofiche e metafisiche. Si è dedicato al legame tra letteratura e favola, letteratura e mondo sciamanico, linguaggi e alchimia. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”.