• 13 Aprile 2024
Editoriale

Le mura di Sant’Agata dei Goti sono disseminate di iscrizioni, epigrafi, scritte scolpite nel marmo e nei secoli, a volte e non di rado nei millenni. Il grande storico di Roma antica Theodor Mommsen soggiornò a Sant’Agata dei fare la esatta ricognizione di tutte le iscrizioni. Vittorio De Marco, fine grecista e latinista, si affidò alla sua acribia filologica per ragionare sulla ubicazione dell’antica Saticula, arrivando alla conclusione che Saticula se non si colloca a Sant’Agata e dintorni non si sa davvero dove allocarla. In tempi più recenti invitammo, proprio per ricordare Vittorio De Marco, Mario Geymonat, figlio del più noto Ludovico positivista e marxista, che venne a Sant’Agata dei Goti per ricordare il suo maestro di lingue classiche. Il professore, curatore per Zanichelli di un elegante volume di Pagine di Epica classica, girò Sant’Agata in lungo e in largo senza perdersi nemmeno un “frammento”.

A Largo Lapati, in un’area tra le più antiche della cittadina, ci si imbatte proprio in un “frammento” che è non poco misterioso e di non facile intendimento. Il visitatore alzando lo sguardo prima di inoltrarsi sotto la volta di via Martorano – volta frutto di uno sfondamento, come per il vicolo di San Pasquale dal quale si accede a via Martorano che costeggia la Selva con le case a strapiombo – s’imbatte in un’epigrafe che prima di essere tradotto va trascritta sciogliendo le molte parole che sono legate e abbreviate. Ecco la trascrizione:

PAULUS AVUS TUNC IECIT

FUND(A)M(ENTA) THALIA / AT

PAULUS, THOMAS MARCUSQ(UE)

ANT(ONIUS) AEDES / OMNES

GERMANI SACRIQ(UE) CANONICI

EASDEM / MAGNIFICARU(N)T /

CU(M) O(MN)I COMODITATE

PATERNAS /

A(NNO) D(OMINI) MDCXXVIII

E a seguire la traduzione:

prima il nonno Paolo Thalia gettò le fondamenta, poi Paolo, Tommaso e Marc’Antonio, tutti fratelli germani e venerabili canonici, ingrandirono il palazzo paterno con le varie comodità. Nell’anno del Signore 1628 (trascrizione e traduzione di don Antonio Abbatiello).

Le comodità a cui si fa riferimento sono il forno, la cantina, il terrazzo, il bagno, l’orto, la rimessa per il cavallo e la carrozza. Tutti ambienti che il palazzo, sul quale si legge l’epigrafe e che domina Largo Lapati, ha e fino a qualche tempo fa il proprietario ne rendeva possibile la visita calcando un po’ la mano sulle “secrete stanze” delle cantine presentate come luoghi di tortura. Ma per rendere suggestivo il luogo non è necessaria la leggenda, è già più che sufficiente la storia. La famiglia Thalia, della quale si sa poco, era una ragguardevole famiglia santagatese di origini siciliane, tanto ben presente nel Seicento – come si può capire dal “frammento” – quanto già estinta a metà del Settecento. Eppure, indagando nel monumentale Archivio diocesano intitolato alla memoria del vescovo Filippo Albini – Albino dice il Viparelli, quasi associandolo per assonanza ad Alboino, ciò perché canonici e signori locali poco lo digerivano – qualcosa in più dei Thalia si potrà sapere. La conoscenza storica, lungi dall’essere ozio letterario, è necessaria premessa di progresso civile

Largo Lapati, disegno di Domenico Mauriello

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.