• 19 Aprile 2024
Editoriale

Le elezioni in Italia – qualunque tipo di elezione, anche quella dell’amministratore del condominio – godono del particolare interesse di una strana figura di cronista: il retroscenista. Si tratta di una figura del giornalismo nostrano che coltiva questa ossessione: che cosa c’è dietro? La dietrologia da noi è quasi una scienza, senz’altro è un abito mentale. Eppure, chi davvero si appassiona alla materia? Non a caso Enzo Forcella scrisse un libretto intitolato Millecinquecento lettori (Donzelli) che volevano essere le “confessioni di un giornalista politico” per dire che in fondo le pagine politiche dei giornali interessano solo gli stessi “addetti ai lavori”. Appunto, millecinquecento lettori, ed è grasso che cola. Ma c’è un paradosso. Questo: i pochi lettori di sé stessi sono la punta avanzata (ma anche arretrata) di un popolo di politologi. Prendiamo il caso del voto di due settimane fa in Sardegna.

Ora che abbiamo rifatto il Regno di Sardegna (ma non c’è il genio di Cavour) non ci resta che rimettere su le Due Sicilie, riavere il Lombardo-veneto come appendice dell’Austria e ritornare ad essere, come diceva con sospetto e con irrisione il Metternich, “un’espressione geografica”. Ogni volta che si vota per il rinnovo di un consiglio regionale e per la sua presidenza sembra di assistere ad uno scontro di civiltà e al giorno del giudizio. Cagliari caput mundi. Basterebbe anche solo guardarlo il mondo per capire che il nostro ombelico non è il centro di nulla e il rischio che corriamo è il solito: affogare nel lavandino di casa. Massimo d’Azeglio lo sapeva molto bene e se solo sapessimo parlare del nostro passato senza retorica e senza mummie e senza odii insensati potremmo ascoltare le sue parole di verità con un po’ di sana vergogna: “I più pericolosi nemici d’Italia non sono gli Austriaci, sono gl’Italiani”.

Alessandra Todde ha vinto in Sardegna. Auguri, buon lavoro per una buona amministrazione. Ci rivedremo a conti fatti. Non c’è altro da dire. Tutto il resto è noia. E’ il già detto e ridetto. Mille volte. Milioni di volte. La sinistra non vince, è la destra che perde. La destra non ha classe dirigente, la sinistra illude sé stessa di vincere e governare. E bla bla bla. Con analisi e commenti al cospetto dei quali il barocco e il roccocò sono un esempio di semplicità e essenzialità. L’interpretazione della politica italiana attraverso il partitismo – partitismo senza partiti ma pur sempre partitismo – ha come sua logica conseguenza il regionalismo, differenziato o indifferenziato che sia. I dati, le analisi, le percentuali, i grafici, le tabelle, le discese e le risalite son tutte cose buone a sapersi, ma possono anche essere il sintomo di una malattia. Quale? L’eccesso di politica. Una volta Croce definì Togliatti totus politicus e gli disse: “Non la invidio perché penso che ne debba soffrire”. E così è per la nostra vita pubblica: è tutta politica, negli argomenti, nei temi, nei sentimenti, e l’Italia della vita quotidiana fatta di sacrifici, impegni, lavori ne soffre, altroché se ne soffre. Perché non si vede mai una via d’uscita e le strade immaginate e indicate invece di uscire dal labirinto pan-politico ne sono corridoi, sale d’attesa, anticamere, pianerottoli, scale e sottoscala. Ogni volta si crede di aggiustare le storture politiche con una nuova dose di iniezione politica, mentre il problema non è aggiungere ma togliere. Il voto sardo, con uno spoglio infinito molto simile alla legge dantesca del contrappasso, e i voti che seguiranno, ai quali vanno aggiunte le elezioni europee che son vissute come un’appendice e come un ripiego delle cose italo-regionali, ci mostrano che la vita politica di casa nostra è una specie di superfetazione che la cultura napoletana tardo-ottocentesca renderebbe così: è ‘nu guaio passat’ (è un guaio che abbiamo e tolleriamo).

Di cosa ha davvero bisogno l’Italia sul piano istituzionale? Di uscire dall’illusione regionalista, che c’è tanto a destra quanto a sinistra, di avere meno centri di spesa e uno Stato centrale che controlli senza dirigere. Il passaggio dallo Stato centrale al federalismo è contro-natura – che significa contro la storia – e, infatti, il regionalismo è statalismo periferico. Le autonomie e il pluralismo istituzionale si realizzano al meglio con uno Stato centrale snello. Il primo beneficio che si avrebbe sarebbe fiscale e inciderebbe positivamente sul debito che è figlio del regionalismo. Il voto sardo e delle altre regioni e le riforme istituzionali dovrebbero indurre la politica ad evitare il populismo ed a riconsiderare la nostra storia statale e costituzionale. Invece, siamo davanti a un cane che si morde la coda e ad ogni giro scendiamo un girone dantesco.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.