• 13 Febbraio 2026
Editoriale

L’era dell’oro non è solo una metafora trumpiana per attrarre consensi e investitori negli Usa o manipolare l’economia mondiale per far fronte ad una de- dollarizzazione accelerata, ma è una realtà, influente è la ricerca di porre in essere tra America e Giappone, una politica dei tassi d’interesse, bassi, o sempre più innocui, quasi nulli, per rendere sostenibile il debito pubblico, ma il vero volano dell’oro nasce proprio in un avvitamento inflazionistico che rende  il suo valore intrinseco sempre più crescente e incontrollabile.

Ormai l’oro diventato dalla pandemia un “bene rifugio” per la generalità degli investitori, e lo è per eccellenza grazie alla sua esclusiva capacità di conservare valore senza cederlo all’aumento del costo della vita, e mentre tra crisi di ogni genere gli strumenti finanziari inclusa la moneta, meno le digitali, perdono valore, l’oro resta incrollabile all’aumentare di una domanda di investimento crescente.

Il “Gold standard” sistema monetario il cui valore di una valuta era direttamente legato ad quantità di oro fissa, e tutti i relativi tecnicismi statutari, ad esso connessi, declina dopo lo stesso avvento dell’euro, libero da una infrastruttura statale, vincolato solo alla Bce e alle speculazioni dei mercati, con il caos pandemico, e le crisi belliche, annesse quelle energetiche, possiamo dire che l’oro torna a brillare di luce propria, ed impenna un valore sempre in rapido aumento, passando all’inizio del 2025 da 2600 dollari l’oncia troy, a 4000 ovvero circa 110 euro al grammo, e non stenta a fermarsi per il prossimo futuro. Tant’è che le famigerate risorse aure italiane, rimangono collegate alla Banca d’Italia evitando svendite insospettabili se statalizzate in subordinazione al debito pubblico.    

Un tempo, dunque la moneta cartacea era convertibile in oro fisico presso una banca centrale a un tasso di cambio fisso, questo sistema limitava la quantità di moneta che il paese di riferimento poteva emettere, perché doveva essere supportata dalle riserve auree. La rimozione della sua convertibilità è avvenuta a livello internazionale circa nel 1971, e per l’America fu con il presidente Nixon, un passaggio non più “Standard” e meno disciplinato.  

Certamente le previsioni del mercato non sono univoche o irreversibili, chi può affermare con certezza che l’oro aumenterà o perderà valore, ma un’analisi predittiva del mercato ci fa essere fiduciosi o plausibili sul futuro dell’oro, e dunque ciò spingerà gli investitori a facilitare questo percorso, grazie ai tassi di interesse che scendono e al dollaro che vale sempre meno.

Ma la vera motivazione strutturale è connessa alla rilevanza che l’oro ha riassunto nei bilanci delle banche centrali, il posto d’onore che un tempo aveva, come era già per la Lira italiana con la Banca D’Italia. Infatti, le suddette autorità monetarie occupandosi al contempo della stabilità dei prezzi derimono e monitorano la moneta, sviluppando il medesimo valore dell’oro, che riacquista quel ruolo di centralità che nel mondo non aveva perso mai, solo dimenticato.

Oggi, dunque crescono le riserve auree, maggiormente rispetto al dollaro, e ai treasury, titoli statunitensi, considerati anch’essi beni rifugio, di cui sono depositarie le banche centrali per intervenire nei mercati finanziari, in casi di crisi delle valute, ma non a caso il protezionismo dei dazi dopo Trump ha ridotto la loro efficacia ed efficienza valutaria, rendendoli beni rifugio meno stabili.

La de-dollarizzazione spinge le banche centrali a rivedere, questo processo, e si va verso un alleggerimento di questi beni per implementare il portafoglio degli investitori verso l’oro, il cambiamento che si sta verificando è epocale, se non storico, le riserve sono state di fatto ricomposte a favore dell’oro, e così con tutta probabilità l’oro fra un anno varrà molto di più, riconfermando la qualifica di investimento nel lungo periodo, sfiorando i 5000 dollari.

L’oro, infatti, si differenzia dai titoli finanziari, proprio per la non volatilità, non essendo subordinato a pagare interessi o dividendi azionari, quindi, lo si rivende ad un prezzo superiore a quello di acquisto, e consente di base di differenziare i portafogli degli investitori riducendone il rischio nel lungo periodo.

La fisicità dell’oro lo rende prezioso, ed unico, in quanto ha in sé un valore naturale ed intrinseco che lo rende superlativo, nel mercato chi investe in oro per lo più per convenzione, acquista monete o lingotti, meno strumenti finanziari legati all’oro, ovvero titoli il cui valore è legato all’oro e si acquisiscono su piattaforme di trading, legandosi pur sempre alla moneta di riferimento, i classici “Future” non legati alla vendita fisica dell’oro, ma al crescere del valore dell’oro.

A questi si possono anche preferire gli  ETC o exchange-traded  commodities, veri e propri titoli emessi dai fondi di investimento, che hanno una maggiore legame alla fisicità dell’oro e al suo valore e andamento, perché l’investitore guadagna o perde come se avesse comprato oro, liberandosi della custodia diretta dell’oro e con essa delle sue complicazioni di sicurezza ma sia per i Futures, meno, che per gli ETC i fondi potrebbero essere subordinati a fallimenti impropri, non legati all’andamento del valore dell’oro, e sebbene annessi ad un mercato vigilato comportano un rischio che l’oro fisico e la sua detenzione non comporta.

Dunque, chi controlla l’oro controlla il mondo, infatti la Cina sta appropiandosi di tutto l’oro del mondo non solo grazie ai suoi recenti ritrovati giacimenti, ma anche perché spinge globalmente a fare da deposito per la sua protezione, e se ciò si implementerà il resto del mondo sarà congelato ad un diktat cinese che metterà a repentaglio tutti i mercati finanziari, e permetterà alla Cina di sostituire il dollaro con lo Yen, e controllare il mercato nella sua interezza.

L’età dell’oro in latino un tempo si chiamava “aurea aetas” , periodo di prosperità, abbondanza economica, benessere materiale e pace, un periodo ormai mitico, che secondo la tradizione greca, gli uomini vivevano senza dover lavorare o patire crisi precostituite dall’asset economico, un età irripetibile che poco ha a che vedere, con quella odierna dove l’oro si riappropria del suo ruolo e valore, però in un era digitale, dove il paradigma dominante è il mercato finanziario, che induce suo malgrado le civiltà globali ad un progressivo decadimento, quando ogni bene, o il bene rifugio per eccellenza si ancora ai mercati finanziari.

Le banche centrali che dominano la scena e gli scenari finanziari hanno di fatto acquistato negli ultimi anni oltre il 30 % dell’offerta mineraria globale annuale, un enorme cambiamento, nella relativa curva della domanda globale e indurrà l’oro a sostenere il suo valore in caso di ribasso, ma anche a speculare sui mercati finanziari.

Parliamo di acquisti pari all’1% annuale che equivale a più di mille tonnellate di oro fisico per supportare la domanda degli investitori nel lungo periodo.

E sebbene i Futures, si trovano vicino ai massimi storici, catalizzando i prossimi mesi, anche gli EFT continuano a crescere, ma l’altalena della Fed che cerca di ridurre il costo e l’opportunità di detenere oro, sebbene non propriamente fisicamente contrariamente alle riserve cinesi, potrebbe indurre a effetti molto significativi se i tassi scenderanno ancora.

Inoltre, una ulteriore perdita si potrebbe avere se la Fed perde la sua indipendenza, perché potrebbe indurre a tassi d’interesse troppo bassi e ad una bolla inflazionistica che farebbe oltremodo scivolare verso l’oro fisico, in quanto tale, parliamo di uno scivolo di 400 miliardi di dollari.

La debolezza del dollaro sta complicando ancor più lo scenario globale, e sta riducendo sempre più lo scenario e l’attrattiva verso il detenere riserve valutarie in dollari favorendo il mercato cinese, in oro.

Il calo dei mercati azionari comunque potrebbe indurre i paesi con deficit fiscali a liquidare l’oro temporaneamente come per gli investitori, e si spera dunque in un calo di breve durata, come si evince dall’attuale domanda globale. Questa certezza non esiste, e le previsioni sono paradossali o poco inclusive, siamo in un asset finanziario globale, prevedere tutte le mosse non è possibile, o tutte le crisi, ma controllarne e manipolarne il futuro è una strategia tattica che le super potenze stanno cercando di orientare verso un occidente sempre più debole, come un Europa sempre meno Stato, sempre più governance finanziaria.

L’impero romano non crollò nell’immediato, ma quando al suo interno la moneta perse il valore storico che le si era attribuito, generando un inflazione che comportò una denatalità e un costo legato alla vita reale e alla difesa, paradossalmente l’Europa si sta comportando in eguale misura, in una sorta di avvitamento storico-sociale, spingendo verso un età dell’oro distopica, legata ai mercati finanziari, e sicuramente domani ai mercati finanziari asiatici, siamo in un paradosso esplosivo, e l’imposizione fiscale, non aiuterà a riverberare gli utili  ed  agevolare il debito pubblico, che deriveranno dalla vendita dell’oro fisico.        

Il testo emendato nella Manovra 2026 da Lucio Malan prevede che l’oro della Banca d’Italia diventi presto di proprietà dello Stato italiano “in nome del Popolo italiano”, superando il vaglio di ammissibilità, una proposta di forte posizione sovrana, che se da un lato ridisegna la sovranità economica e monetaria nazionale, dall’altro ridefinisce anche i rapporti con l’Unione Europea, ridimensionando la ceduta sovranità monetaria europea, che però ne limita l’uso poiché alle riserve auree italiane una volta statalizzate non sarà consentito di fare cassa. Questo limite deve far riflettere notevolmente, parliamo del terzo tesoro nazionale, quello italiano più grande al mondo dopo Stati Uniti e Germania, conservato a Roma, in America, a Londra e a Berna. In altre parole, il sistema finanziario accentrato nelle banche centrali dell’eurosistema, e BCE, dispone dell’oro italiano che vige sotto il loro coordinamento e una simile sottrazione diventa un affronto alla loro autonomia di bilancio, e alla loro stabilità monetaria. L’oro italiano, dunque, non può essere trasferito al bilancio dello Stato italiano e non può essere utilizzato come elemento di cassa per finanziare la spesa italiana, senza violare le norme europee, e senza indirettamente minacciare la stabilità della moneta comune. Quanto sta avvenendo impone una scelta di sovranità dello Stato italiano.                  

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".