• 22 Luglio 2024
La mente, il corpo

Spesso si genera un’esasperata e continua voglia di esigenza nello sminuire gli altri che iniziano a splendere di luce propria, aggrappandosi a futili motivi, amplificandoli a tal punto da alimentare negli altri quasi un senso di intolleranza ingiustificata. Si manifesta attraverso sensazioni quali insicurezza, inadeguatezza e scarsa opinione di sé, il più delle volte, ma nella maggior parte dei casi , nasce semplicemente perché si fa fatica a vedere la felicità e/ o una scalata al successo di chi si riteneva “inferiore”. In genere, si sviluppa durante l’infanzia e scaturisce da esperienze gravi e/o invalidanti o da un ambiente familiare con tendenze criticanti. Il senso d’inferiorità non ha una connotazione unicamente negativa, infatti ogni individuo parte da un’inferiorità di base che lo spinge da una condizione di minus  a una di plus .

Questo tentativo dell’essere umano di vincere la sua inferiorità potrebbe essere anche alla base dei progressi umani.

Secondo il famoso psicanalista Alfred Adler ne esistono di due forme:

1. Il complesso primario, che nasce nell’infanzia a partire da sentimenti di inadeguatezza e impotenza e che si rafforza con l’educazione ;

2. Il complesso di inferiorità secondario, che invece emerge durante l’età adulta ed è caratterizzato, oltre che da sentimenti di inadeguatezza, anche da pensieri irrazionali e ingestiti circa se stessi e il mondo.

Secondo Adler, il complesso d’inferiorità è la credenza di essere incapaci di risolvere i problemi della vita e tale convinzione diventa talmente radicata da impedire di risolvere le proprie difficoltà, generando circoli viziosi che si autoalimentano.

Il complesso di superiorità, invece, è la copertura del complesso di inferiorità e si concretizza come credenza di avere capacità e qualità superiori alla media, con pretese e aspettative esagerate sia verso se stesso sia verso gli altri, non sentendosi mai soddisfatti dei risultati ottenuti.

Adler distingueva quindi tra senso di inferiorità e complesso di inferiorità intesi, il primo, come spinta propulsiva, come miccia per il superamento dei propri limiti, il secondo, come macigno che blocca la persona impedendole di progredire e migliorare.

Il problema emerge quando il senso d’inferiorità genera una costruzione distorta della realtà: se la persona si blocca sul versante d’inferiorità emerge l’angoscia di base e la convinzione di non essere abbastanza; d’altra parte se la persona si sbilancia sul versante della superiorità potrebbe svilupparsi un Io ipertrofico.

In questo mio articolo non approfondirò l’argomento dell’ infelicità o dell’insicurezza, ma ciò che genera e che potremmo definire in un’unica parola: “L’invidia”;

Esso è un sentimento malevolo che ha la capacità di far del male, oltre a chi ne è oggetto, anche e soprattutto a chi lo prova. È una pulsione profonda, a volte incontrollabile e nello stesso comunissima, tanto che molti la sperimentano indipendentemente dal ceto sociale o dai titoli di studio, almeno di quando in quando: è l’avversione che proviamo nei confronti della felicità altrui e il desiderio di fare qualunque cosa in nostro potere pur di distruggerla. Ma è anche un veleno che assale soprattutto l’invidioso, lo avvelena e che spesso è indice di bassa autostima.Ma come nasce tale sentimento, che indubbiamente non genera indifferenza nei confronti di chi lo subisce? La parola viene dal latino “invidere”, un termine composto dalla particella avversativa “in” e dal verbo “videre”, che significa guardare. Alla lettera, dunque, vuol dire “guardare contro”; la parola implica quindi ostilità, ma anche l’atto di “gettare il malocchio”. L’invidia è, nella catechesi cattolica, uno dei sette vizi capitali, ossia uno dei peccati capaci di portare l’anima alla perdizione. Il poeta Dante, nella Divina Commedia, colloca gli invidiosi in Purgatorio e immagina che, per punizione, abbiano le palpebre cucite, per impedire gli sguardi malevoli con cui invidiarono la buona sorte degli altri e gioirono alla vista dei mali altrui. Gli invidiosi, dunque, soffrono nel vedere la felicità di qualcun altro, specie se costui gode di un bene che loro invece non possiedono. Chi è invidioso non solo vorrebbe avere ciò che invece è toccato all’altro, ma in più desidera che il suo simile soffra della stessa privazione che avverte dolorosamente in prima persona e non confondiamo questo sentimento con un altro molto meno malevole, chiamato ”gelosia”, un sentimento simile e che a volte si presenta contemporaneamente, ma che si riferisce soprattutto all’ambito affettivo e sentimentale: in ogni caso, mentre la prima nasce dal desiderio di possedere qualcosa che non abbiamo, la seconda nasce dal timore di perdere qualcosa che abbiamo già, che si tratti dell’amore di una persona o del possesso di qualcosa e non è volto a fra del male, infatti il più delle volte ci aiuta e incoraggia ad essere più laboriosi e competitivi con noi stessi, accrescendo e sviluppando le nostre doti. Molti soffrono senza nemmeno saperlo di una non rara sindrome, chiamata “Procuste” è una condizione psicologica che comporta una forte invidia di una persona nei confronti di un’altra.Il nome di questa patologia deriva dalla mitologia greca, e in particolare dalla leggenda di Procuste, il locandiere che permetteva ai suoi clienti di dormire nella locanda a condizione che fossero della giusta lunghezza del letto. Se erano troppo alti, il torturatore amputava loro gli arti finché il corpo non fosse lungo quanto il letto; se invece erano troppo corti avrebbe stirato gli arti fino a raggiungere la misura. In psicologia questa leggenda sta a indicare persone che non sono in grado di avere confronti sani e alla pari con altri individui, cercando in tutti i modi di ostacolare la vittima nella sua vita. Essere diversi o migliori, per loro, non è tollerabile.Quando si verifica sul posto di lavoro, il disprezzo di chi è affetto da questa patologia può essere tale da sabotare i colleghi per sminuirli e sentirsi superiore.Le persone affette dalla sindrome di Procuste temono di poter essere sostituite da persone più giovani e con una migliore formazione. Credono di essere in costante competizione con gli altri colleghi, e di doversi confrontare per non essere da meno. Hanno una spiccata tendenza a criticare, lamentarsi e prevalere sui dipendenti che si mostrano più intraprendenti, instaurando un clima di rivalità continua. Si sentono spesso inferiori, e per questo sono frustrati dalla situazione. Quindi, per sentirsi meglio, l’unico modo è mettere in cattiva luce gli altri. Dinanzi a queste persone, l’unico consiglio è di allontanarle perché per esse , prive di empatia, gratitudine, non c’è rimedio,a meno che non acquisiscono consapevolezza del loro malessere e decidano di farsi aiutare da esperti, il che purtroppo rappresenta una percentuale  ridotta.

Autore

Giurista e pubblicista. Ha lavorato presso casa editrice e collaborato in 4 testate giornalistiche sia nel Casertano che nel Beneventano; precedentemente titolare di un blog.