• 22 Luglio 2024
Note d'Autore

Malinconico e solitario ma anche nevrotico, inquieto, indipendente: sono soltanto alcuni degli aggettivi che nel corso degli anni la critica ha attribuito a Jacopo Carucci, meglio noto come il “Pontormo”, uno dei più grandi pittori della Storia dell’Arte. Jacopo Carucci, noto come il Pontormo, nacque il 24 maggio del 1494 a Pontorme, una frazione del comune di Empoli. Fu un artista moderno ante litteram e senza dubbio uno dei pittori più importanti e influenti del manierismo. Anticipò i tempi come precursore dell’arte barocca e le sue opere furono di grande ispirazione per l’arte seicentesca. Se oggi sappiamo molte notizie sul suo conto, lo dobbiamo al ritrovamento di un suo diario personale sul quale annotava esperienze e sentimenti. Il Pontormo fu un artista molto malinconico e la sua esistenza fu fortemente segnata da un senso profondo di solitudine, probabilmente innescato dalla perdita prematura dei genitori. Racconta il Vasari che Jacopo Carucci aveva tanto orrore della morte che non tollerava nemmeno di sentirne parlare ed era disposto a far qualsiasi cosa con l’intento di evitare ogni eventuale incontro con una salma. Dal suo “Diario” sappiamo che era particolarmente incline alle affezioni polmonari. L’atmosfera medievale di Firenze, fatta di pietra ammuffita e legno fungoso, la melma pestifera delle rive dell’Arno e l’umidità perenne (soffocante d’estate, gelida d’inverno) componevano il miglior terreno fertile perché proliferassero catarro, febbre e idropisia.

“È la pittura opera e fatica più del corpo che dell’animo”. Così nel suo “Discorso della pittura” Mario Equicola definisce ciò che possiamo concretamente comprendere leggendo quella sorta di diario del quotidiano che Pontormo scrive tra il 1554 e il 1556 e il cui autografo, un anonimo del Settecento, sistemò nella miscellanea magliabechiana. 

In uno stile triste e scabro il pittore Jacopo Carucci tra scrittura e schizzi, pur con parsimonia di parole, ci ha lasciato preziose istantanee delle sue giornate, ormai vicino alla fine del tempo della vita, mentre lavora agli affreschi che resteranno incompiuti per il coro di San Lorenzo, ossessionato dalla sofferenza che patisce nel corpo e nello spirito. Egli stesso scrive: “Adì 7 in domenica sera di genaio 1554 caddi e percossi la spalla e ‘l braccio e stetti male e stetti a casa Bronzino sei dì; poi me ne tornai a casa e stetti male insino a carnovale che fu adì 6 di febbraio 1554”. In quel quadernaccio il pittore descrive i suoi mali, la stanchezza, come aveva imparato ad annotare di quel che gli accadeva quando era giovinetto nella bottega di Andrea del Sarto, ma più che confidare nel suo libretto i suoi pensieri sull’arte, sui colori, i pennelli, con grande disordine delle idee e della scrittura, prescrive a se stesso ciò di cui deve nutrirsi per salvaguardare il benessere del corpo e dell’anima, per poi dilungarsi nella descrizione di quanto lo affligge ed estenua. “Fu Iacopo molto parco e costumato uomo, e fu nel vivere e vestire suo più tosto misero che assegnato, e quasi sempre stette da sé solo, senza volere che alcuno lo servisse o gli cucinasse” così Vasari ci presenta il pittore le cui grandi doti lo impressionano e di cui scrive una delle sue Vite.

Il pittore aveva un orto e chi glielo curava, ma quando non frequentava le case degli amici mangiava in modo frugale poco del tanto che le terre gli rendevano. Aveva fama di essere povero e avaro, i suoi pasti ci raccontano molto dell’animo con cui viveva gli anni difficili della vecchiaia: qualche mandorla, “otto once di pane, una noce, un fico secco e due meluzze”. Il lavoro invece era passione e fatica consapevole dentro la solitudine operosa che tutti conoscevano: disegna senza sosta! Pontormo se è un uomo di tormentato cuore, oscuro carattere è però un artista di notevolissime imprese e di arte eccelsa. Fu stimato da Michelangelo che gli affida due sue cartoni: un “Noli me tangere” e una “Venere” che esegue e che conquistano Firenze. È nella sua età il più ben voluto pittore alla corte medicea, esegue i ritratti di Cosimo il Vecchio, Maria Salviati, del duca Alessandro e del  Granduca Cosimo, che con la moglie Eleonora di Toledo sollecitano continuamente opere sue. Rivendicò sempre, anche con i potenti che potevano decidere la sua fortuna, libertà di espressione e impone una maniera nuova, ‘moderna’ del dipingere che ossequia gli ideali rinascimentali, ma sperimenta e non imita.  Elabora modelli e temi classici ma con la sua intima inquietudine. Il Vasari racconta che Pontormo era il più solitario degli uomini, abitava un tugurio e detestava le feste e la folla. La lettura del suo diario lo conferma! Forse già in vita sentì d’essere un fantasma..! Restava però attaccato alla vita, ai mendicati e semplici particolari delle sue giornate sazie di lavoro e studio. Nel ‘misero’ spazio della sua casa, che proteggeva dagli sguardi dei curiosi, conquistò la felicità e la libertà. Dal 1546 anche il pittore che ha già, dipingendo, dimostrato una spiritualità inquieta e malinconica, si lascia confondere dalle idee luterane che lo rapiscono all’ortodossia. Vicino a intellettuali in odore di eresia  come Benedetto Varchi, l’amato Agnolo Bronzino, Pierfrancesco Riccio la cui copia del Beneficio di Cristo è l’unica che a noi è pervenuta, Pontormo crea capolavori in cui in molti come Charles de Tolnay o Massimo Firpo ritrovano il cuore di quanto predicato da Juan de Valdes e dagli “spirituali”. Protetti dal Granduca Cosimo, molti fiorentini abbracciano la fede riformata, vivono nella penitenza e nella mortificazione, tormentati dal peccato e dalla colpa, condividono visioni apocalittiche. L’acutizzarsi delle preoccupazioni di Pontormo per la sua salute, i digiuni, la tristezza che leggiamo tra le pagine del suo diario sono da ricondurre alle drammatiche influenze che esercitarono su di lui, tormentato e solo, le idee luterane. Quando lavora agli affreschi del coro di San Lorenzo non è più l’uomo che ha dipinto la Visitazione di Carmignano in cui Maria ed Elisabetta, che dominano maestose con le loro figure allungate dentro le vesti rigonfie e dai colori cangianti, brillanti e dolci come non se ne erano mai visti prima, esprimono la visione del mondo e dell’arte di un pittore meno fragile. Se osserviamo invece i disegni che ci restano del Giudizio terminato da Bronzino, che condivide con il suo maestro una consonanza spirituale, scopriamo una iconografia scandalosa che sconvolse già i contemporanei come Vasari (che non gli perdonò mai di aver ammirato la pittura tedesca),  in cui la Vergine, già marginale in Michelangelo, qui è assente,  in cui il Cristo in gloria è al di sopra di Dio, una resurrezione di eletti e un mucchio di  corpi deformati in cui ha vinto il potere del male che deturpa la nostra perfezione di cui  viviamo privi sulla terra.

Pontormo si prepara ad eclissarsi col silenzio, rifuggendo il …”comerzio degli uomini” e scrivendo quanto preoccupa i suoi pensieri e stanca il suo corpo in cui, però, appassionato fino all’ultimo dimorò il suo genio con cui permise all’Arte dopo i Giganti del Rinascimento di transitare in un tempo nuovo e insicuro. Se ne andò “restando malissimo sodisfatto di se stesso” così leggiamo nella vita vasariana, ma Pontormo lasciò con paterno affetto la cura di tutta l’opera ai suoi allievi Battista Naldini e a Bronzino, che non si lasciarono ingannare mai dal buio che vedevano indossare al maestro, che aveva insegnato loro il potere della luce e la dolcezza dei colori. Lavorando all’aperto, si era già ammalato: “Adì 19 d’ottobre mi sentivo male, cioè infredato, e di poi non potevo riavere lo spurgho e con gran fatica durò parechi sere uscire di quella cosa soda della gola come alle volte io ho hauto di state”. Ammelmato dal catarro, tormentato dai reumatismi, concepisce pigmenti splendenti che esaltano il divino, o toni verdognoli che preservano l’essenza della muffa, un microorganismo che varca la frontiera tra la vita e la morte. Vasari riporta che fu proprio da tanto lavorare “in fresco” che Pontormo prese l’edema che lo uccise a 62 anni.

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.