Verso il centenario della morte del medico napoletano, Pierfranco Bruni propone una lettura che supera la dimensione devozionale: scienza, fede, mistero e misericordia diventano le coordinate di una riflessione sull’uomo contemporaneo.
Ci sono uomini che il tempo consegna alla memoria e uomini che il tempo, invece, continua a interrogare. San Giuseppe Moscati appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Medico, scienziato, credente, uomo immerso nella quotidianità di Napoli, Moscati è una di quelle figure nelle quali la distanza storica sembra improvvisamente accorciarsi.
A ricordarlo, in vista del centenario della morte che ricorrerà nel 2027, è Pierfranco Bruni, che torna ancora una volta su una figura alla quale ha dedicato negli anni numerose riflessioni. Ma questa volta il ritorno a Moscati assume il carattere di un vero itinerario spirituale e culturale. Non una celebrazione agiografica, dunque, ma la ricerca di un significato più profondo: cosa può dire oggi la vita di un santo vissuto tra medicina, ricerca scientifica e fede?
È questa la domanda che attraversa il testo di Bruni.
Moscati diventa, innanzitutto, una figura di confine. Sta dentro la scienza senza essere prigioniero dello scientismo; vive la fede senza trasformarla in una semplice formula; appartiene alla Chiesa, ma la sua santità si manifesta soprattutto nell’incontro con l’uomo concreto, con il malato, con il povero, con chi soffre.
La sua modernità è forse tutta qui.
In un’epoca nella quale la medicina è diventata sempre più tecnologica, specialistica e capace di straordinari progressi, la figura del medico santo ricorda che al centro della cura resta una persona. Moscati non separa il corpo dall’anima, la competenza dalla compassione, la scienza dalla responsabilità. La sua professione diventa una forma di carità e la carità, a sua volta, diventa una forma di conoscenza dell’uomo.
Il pensiero di Bruni non si ferma però alla figura del medico. Da Moscati prende avvio una riflessione più ampia sul sacro e sulla condizione dell’uomo.
Nel suo percorso compaiono Kierkegaard, Unamuno, Agostino, Pascal, ma anche Santa Giuseppina Bakhita, Padre Pio e Natuzza Evolo. Figure lontane tra loro per esperienza e collocazione storica, eppure accomunate da un elemento che Bruni individua nella misericordia e nella ricerca del significato ultimo dell’esistenza.
È una spiritualità del mistero quella che emerge dal testo. Il mistico, nella lettura proposta da Bruni, non è colui che possiede tutte le risposte, ma colui che continua a cercare. Il dubbio non coincide necessariamente con la negazione della fede: può essere, al contrario, una delle forme attraverso le quali l’uomo si avvicina alla verità.
Ed è qui che Moscati assume una dimensione sorprendentemente contemporanea.
La sua figura sembra dire che scienza e fede non sono necessariamente territori nemici. La scienza ricerca, osserva, verifica; la fede contempla, attende, si affida. Tra queste dimensioni può esistere una tensione feconda, uno spazio nel quale l’uomo riconosce i propri limiti senza rinunciare alla conoscenza.
Ma parlare di Moscati significa inevitabilmente parlare anche di Napoli.
Non soltanto della città storica nella quale il medico visse e morì, ma della Napoli delle devozioni, delle immagini, delle preghiere, delle sofferenze e delle attese. Una Napoli nella quale la religiosità popolare costituisce una vera e propria forma di antropologia.
Bruni legge proprio questa dimensione popolare come uno dei luoghi nei quali il sacro continua a manifestarsi. La fede non vive esclusivamente nei luoghi istituzionali o nelle costruzioni teologiche: vive nei gesti, nei racconti, nella memoria delle persone, nella richiesta di una grazia, nella preghiera pronunciata davanti a un’immagine.
La Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli, e il luogo dedicato a San Giuseppe Moscati diventano così non soltanto spazi religiosi, ma luoghi della memoria collettiva.
È una memoria che non è nostalgia. È presenza.
Uno dei passaggi più intensi della riflessione di Bruni è il richiamo a Santa Giuseppina Bakhita e alla sua straordinaria immagine delle due valigie: quella dei propri debiti e quella dei meriti di Gesù.
La citazione permette all’autore di stabilire un filo ideale con Moscati. Anche nel medico santo la fede non è una costruzione teorica, ma si misura nella concretezza delle azioni.
Sono tre esperienze differenti della santità e della spiritualità. Padre Pio rappresenta la figura sacerdotale e carismatica; Natuzza quella di una donna laica attraversata da una intensa esperienza mistica; Moscati quella di un medico che traduce la propria fede soprattutto nella quotidianità della cura.
È proprio la misericordia a impedire che il sacro diventi una dimensione astratta. Essa restituisce la spiritualità alla vita concreta, alla sofferenza, alla fragilità dell’essere umano.
La domanda finale è allora inevitabile: perché Moscati continua a essere così presente?
Forse perché non è necessario considerarlo soltanto un santo del passato.
Bruni lo definisce, nella sostanza, un nostro contemporaneo. E la definizione è significativa. Moscati non appartiene esclusivamente al calendario liturgico o alla memoria di Napoli. Appartiene a una questione ancora aperta: il rapporto tra l’uomo e il limite.
Il limite della scienza, che pure può fare enormi progressi. Il limite della ragione, che non riesce a rispondere a ogni domanda. Il limite dell’esistenza, davanti alla sofferenza e alla morte. E, insieme, la possibilità di trasformare quel limite in attesa, speranza, responsabilità e misericordia.
Il centenario della morte, nel 2027, potrebbe dunque rappresentare molto più di una ricorrenza.
Potrebbe essere l’occasione per riportare Moscati al centro di un dibattito culturale che riguarda il nostro presente: quale spazio rimane oggi per il sacro? Può la scienza convivere con il mistero? Può la fede dialogare con il dubbio? E soprattutto, può la modernità conservare una dimensione autenticamente umana?
La vita di Moscati sembra suggerire una risposta semplice e insieme radicale: l’uomo non si salva soltanto attraverso ciò che sa, ma anche attraverso ciò che è capace di donare.
È questo, forse, il lascito più attuale del medico santo.
Moscati non ci consegna una teoria. Ci consegna un modo di stare nel mondo.
Un modo nel quale la scienza non cancella il mistero, la fede non cancella la ragione e la santità non allontana dalla vita, ma vi entra dentro fino in fondo.
E allora il centenario non sarà soltanto il ritorno di un nome nella memoria. Sarà, se sapremo ascoltare, il ritorno di una domanda: che cosa significa oggi prendersi cura dell’uomo?
La risposta, nel camice bianco di Giuseppe Moscati, continua a essere sorprendentemente attuale.
