• 14 Giugno 2024
Editoriale

Qualcuno ha detto in maniera blasfema che Dio è morto, che il pianeta sta morendo ma stranamente il patriarcato di storica e arcaica formazione medievale non muore, anzi, resiste ai tempi, alle ere, alla tecnologia, al digitale e forse anche all’intelligenza artificiale, strano ma assolutamente retorico.

Andiamo per ordine, la mia intelligenza emotiva lo impone alla mia razionalità , al mio essere donna e alla mia identità mai stata succube di una disinformazione di massa, che oggi è senza alcun retaggio, senza valore culturale, religioso, etico- politico, ma figlia di una analisi psicoterapeuta approssimata, così come è erede di una società vuota di aspirazioni, che ambisce alla fluidità del sistema e sì meraviglia, con stupore, sempre delle miserie umane,  frutto, pericolosamente di una assenza, totale, di valori.

Il termine patriarcato, etimologicamente deriva dal greco, patriarknès, “padre di una razza”, o  ”capo di una razza, patriarca” che è composto dalla parola patria, stirpe o discendenza, e la parola arknò, “comando” che significa letteralmente “la legge del padre”, questo significato così antico sembra resistere ai tempi, a superare ogni barriera ideologica e ogni resistenza femminista, e pare che nessuna rivoluzione sociale sia stata in grado di scardinarne le infrastrutture mentali, o la mentalità di chi lo pone in essere.

Inoltre, la ricerca antropologica del nemico, nel padre, patriarca o nel maschio, maschilista, induce a catalogare il presente come deriva di un passato consumato e superato nelle dinamiche comportamentali, sia familiari che sociali. E sembra avere un’unica responsabilità trascendentale e quanto mai obsoleta e lontana da una visione sociologica di sistema post- moderna, ormai, de secolarizzata in un occidente da un patriarcato, che non c’è e che si insiste ad incardinare in una visione cristiano giudaica, ma che è preminentemente islamica ed è ancora esistente.

Inoltre accusare, il maschio e le sue tare, come l’unico nemico, di una società malata è un ritorno alla caccia alle streghe, o all’orco, perché le violenze e l’insensibilità omicida che sfociano, in femminicidi di genere da distinguere da quelli parentali, non sono solo un problema assolutamente da attribuire al singolo maschio e alla sua cultura dominante morente, ma ad una pluralità di dinamiche collettive che opprimono gli esseri umani e spesso li rendono complessati rispetto alle loro incapacità di essere adeguati ad un tempo moderno che fugge e rincorre valori irriconoscibili e che lo portano ad un inadeguatezza sociale e ad efferati comportamenti disumani.

Altrimenti dovremmo mettere alla gogna , altresì, le donne stesse, in qualità di madri , di genitrici, di educatrici, che contribuiscono a rendere forte un matriarcato che non c’è, che disorientano i propri figli, per sopperire talvolta all’assenza di un padre, separato, divorziato o genitore 2; infatti, l’assioma di questa tossicità moderna derivante da una confusione assoluta, di ruoli dimenticati, abbandonati, di assenze mai compensate, deve responsabilmente redistribuire le colpe, se non si riconosce un dolo compiacente, ma una sovrapponibilità di aspetti, che induce a smarrirsi in assenza di punti di riferimento, nel disfacimento di una libertà libertaria che fa perdere di vista esempi da seguire, valori da  rispettare e convinzioni da applicare.

Educare significa essere riconosciuto nel ruolo, di insegnante, di genitori, oggi tutto ciò, non ha più un significato classico, le esperienze formative sono vuote di insegnamenti di vita, il dialogo inesistente o perso in rari momenti quotidiani o assembleari, sociali, dove l’io individuale viene soggiogato dall’io collettivo e dalle attese della società moderna che richiede forza e coraggio di andare avanti, in un sociale deformato, senza valori basilari e con incapacità di trasferire al soggetto umano, quegli elementi necessari per affrontare una giungla spersonalizzata, ma ricca di un acceso mercatismo, dove i sentimenti e le emozioni personali sono un prodotto da non offrire , e nascondere per conformarsi al branco.

I rari momenti di crescita ci vengono, sottratti nella famiglia, che non è più patriarcale o matriarcale, ma un semplice dormitorio di emozioni, di spinta verso il mondo, che l’individuo adolescenziale spesso deve affrontare senza preparazione, l’assenza totale, dei genitori, anch’essi incapaci di sopperire al dislivello generazionale provoca lacerazioni, sostanziali e privazioni di valori che sono necessari per essere e crescere in armonia e in equilibrio.

Ormai siamo immersi nella cultura, non più dei valori, e della sottrazione del benessere, economico e materiale, ma siamo nella cultura dei paradigmi, le concezioni, i principi, le visioni, o dei valori, virtuali, social che cedono il passo ad un misto di percezioni, negative, fittizie e precarie e provocanti serie disfunzioni cognitive spersonalizzanti e personali.

L’emancipazione femminile non è accolta come un elemento di modernità e di crescita, la parità di genere è vissuta come una disfunzione del sistema e ciò non è derivante dal semplice concetto di un educazione restrittiva, o patriarcale, ma dalla paura atavica di essere usurpati nel ruolo di una mascolinità in declino, spesso la donna apporta un antagonismo sociale nella sua crescita intellettuale, là dove si scontra con una realtà destrutturata e non educata ad accoglierne le qualità e l’eccellenza. Mettere in discussione il patriarcato non consente scientificamente e realmente la diminuzione, dei femminicidi, ma la violenza sembra essere più efferata dove le conquiste di emancipazione sono più avanzate, e dove il maschio si sente sminuito nella sua essenza, e turbato nella sua impotenza di reagire se non con la violenza perché surclassato e messo all’angolo.

In questa società, l’assassinio di giovani donne, denotano femminicidi di genere, che sono sinonimo di un abominio con fondatezza educativa non patriarcale o matriarcale, ma una diseducazione affettiva e sentimentale che richiede lo sviluppo di nuovi teoremi di amore, dove il rispetto sia il fulcro essenziale per una parità di genere responsabile.

Tuttavia, lo sforzo deve essere collettivo, bisogna rieducare, ai sentimenti, riallenare le famiglie alla vita e alla responsabilità di crescita dei figli, in un nuovo inserimento anche scolastico, che sia formativo per giungere a nuovi equilibri di parità riconosciuta. Non basta la libertà all’orientamento di genere, si deve congruamente ispirarsi, a cercare di costruire un sociale che non sia foriero di confusione e di oppressione, ma di liberalizzazione del rispetto reciproco. L’amore resta ed è il sentimento più importante da coltivare, da emulare in ogni rapporto umano, senza distinzione, dobbiamo tendere ad una rinascita della cultura umanista, che funga da moltiplicatore della felicità e dell’amore verso il prossimo.

Ritornare ad un educazione dei classici, dei poemi, di un epoca che sembra il tramonto della modernità digitale, non è anacronistico alla realtà, ma ci consentirà di riappropriarci di valori dimenticati, come ad esempio la spiritualità, che può consentire alle folle non solo gridi di protesta , ma giubili volti ad ancorarsi ad una società con una maggiore coscienza civica e di rispetto reciproco, non solo per le idee, siano esse, culturali, religiose, politiche, e sociologicamente afferenti ad un nuovo risorgimento geopolitico.

I femminicidi sono frutto di una malessere, che cresce ed attecchisce, dove la paura dell’abbandono è ignorata, dove la solitudine delle idee, stravolta da una violenza social  è opprimente, dove si è soli difronte alla incapacità dell’affrontare il dolore della perdita di un amore, dove non si sanno scientemente e psicologicamente affrontare le sconfitte del quotidiano, dove il buonismo è confuso con una personalità normale, dove il narcisista e manipolatore della realtà è confuso con tipo di personalità o soggettività disfunzionale, e allora stare allertati ad evitare il peggio è poca cosa, il mondo deve reagire e riformulare i paradigmi di valori che finora hanno generato un quotidiano violento e spaventoso.

Non basta protestare, bisogna riaffermare l’identità della nostra cultura, partendo dalle basi, in ogni ambito sociale, cercando di sottrarre le future generazioni ad un male sociale che cresce, colpevolizzare, il passato non serve, guardare ad un cambiamento è doveroso, le minacce sono dietro gli angoli della nostra esistenza ed ogni angolo va rivisitato rieducato, troppa rabbia sta crescendo nelle comunità sociali, tra i giovani , troppo odio, troppa incapacità di dare risposte serie e risolutive, ad una diseducazione latente.

La violenza sulle donne nasce da un senso di smarrimento e di vuoto identitario, da una incapacità e mediocrità di sentimenti che ci riconosce figli diseducati proiettati a rapporti possessivi senza possibilità di uscita, la supponenza viene fuori da un’ignoranza del sentire umano, da una povertà di spirito che annulla e rende violento l’individuo. I femminicidi emergono da una mentalità di complesso di sudditanza rispetto alla donna, uccidere una donna sapiente, evoluta o comunque una donna che al pari non sa stare al suo posto è indice non di una forma di legge derivante dai nostri padri, ma di un’involuzione moderna del maschio, di una sua fragilità reattiva che diviene forza distruttiva che si manifesta con rabbia e incapacità dialogante.

I retaggi femministi non migliorano o apportano un cambiamento al fenomeno, semplicemente è l’istruzione, l’educazione, e il livello di amore che si riceve fin dalla nascita che ci rende umani e adulti consapevoli ed equilibrati, il passato ha visto le donne nel corso del Novecento fare passi da giganti, nelle conquiste paritarie, ma la vera conquista di questo nuovo millennio è non solo rompere il tetto di cristallo per accedere a ruoli invisi alle donne fin dall’antichità, ma riuscire a seminare il germoglio dell’amore verso le future generazioni.

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.