• 14 Giugno 2024
Editoriale

Viviamo in un sistema oligarchico globale, con una governance finanziaria che domina il sistema bancario centrale, e le crisi continue che distruggono i sogni dei popoli europei.

Un sistema poco aristotelico e poco democratico, dove il senso della famiglia, e il senso tradizionale dell’ambiente viene divorato e distrutto da politiche ecologiste fine a sé stesse, lontane da politiche agricole rurali, volte a salvaguardare l’attuale situazione economico- agroalimentare e sociale, ma a proteggere il ruolo della Pac nel sistema sovranazionale europeo.

E la domanda più consona, che sorge spontanea dopo la rivolta della categoria, in tutta Europa, è capire se l’agricoltura gioca ancora un ruolo determinante, ed essenziale per lo sviluppo dell’Unione Europea. Perché sebbene essa rappresenti il futuro economico e il comparto che consta il 30% del Pil europeo, ed è l’attività economica che produce beni primari per la sopravvivenza globale, non è al centro di interessi politici globali.

Pensare di vivere senza cibo è un paradosso di vita, come pensare di non avere un’agricoltura poderosa è un paradosso per l’ambiente, e per il suo naturale rispetto. Molti pacifisti hanno riscontrato e promosso il cibo derivante dalla vita rurale, come cibo per la pace, come il grano e altre specie che sostengono l’umanità.

Ergo l’agricoltura, è l’epicentro della vita, e il suo mantenimento si pone al di là di ogni crisi, bellica o pandemica, e genera un’autonomia alimentare strumentale allo sviluppo dell’industria e dello stesso mondo rurale, entrambi, sublimano concretamente le condizioni necessarie per la competitività economica europea nel mondo.

Ne consegue che il Climate Change, deve imporre l’agricoltura come privilegio di vita e a protezione dei raccolti con innovativi strumenti finanziari, non sussidiari, al fine di surclassare potenziali sistemi assicurativi divenuti obsoleti ed inefficaci, per sovvenzionare il mondo rurale, in un momento di cambiamento climatico così repentino.

Il cambiamento climatico sta infatti divenendo un problema per l’efficacia e la produttività agricola in particolare per le Economie emergenti, e per coloro che di agricoltura vivono e si nutrono.

L’Europa, purtroppo sta rinnovando e semplificando la Pac (politica agricola comunitaria) riorganizzando le risorse tecniche per promuovere un nuovo modo di produrre, basandosi su una ricerca avanzata, e tecnologicamente differenziata, ma che deve essere pur sempre geneticamente rispettosa delle biodiversità alimentari esistenti e della loro possibilità di riproduzione nel tempo, attraverso sementi tradizionali. Questo, argomento, sta facendo discutere e porre al centro del dibattito il futuro delle eccellenze agroalimentari e della loro naturale succedanea sostituzione.

Bisogna dare certezza e sostegno finanziario, ad un settore che vive di stagionalità nella produzione del cibo e di carenza di manodopera e braccianti, in una fase come questa dove la transizione verde, è chiamata a rispondere e a coinvolgere l’intero comparto agricolo e rurale, annientandone le qualifiche professionali, e la riduzione di campi posti a coltura alimentare e i costi di produzione sono altissimi, sia energetici che occupazionali.

La gestione del territorio resterà sempre per la transizione green un punto di forza delegato agli agricoltori del luogo, che si occupano delle colture e contemporaneamente della cura del paesaggio ambientale, attenzionando a prevenire catastrofi naturali dovute ai catastrofici fenomeni climatici, in particolar modo nelle aree interne.

Ripristinare una politica di integrazione finanziaria resta ed è doverosa, altrimenti a nulla è servita la rivolta dell’intero comparto agricolo e zootecnico, abbandonare il rigore e incentivare gli aiuti è essenziale.

Bisogna rifinanziare l’intero comparto per facilitare e ridefinire la regolamentazione ambientale e la sua cura, sia dal punto di vista ecologico, che salutistico, riducendo i numerosi costi che gravano sull’attività e si riverberano sui prezzi finali dei prodotti al consumo.

Pensando di ridurre altresì i fitofarmaci, i concimi chimici, gli imballaggi altamente plastificati, per addivenire anche ad uso delle masse di biogas in maniera precipua ed intelligente rimpiegandole nello stesso settore.

Così si ha una conveniente riduzione di gas serra, con l’impiego di una economia circolare, a protezione e salvaguardia dei suoli, delle foreste, e dello stesso benessere degli animali, e confluisce in un sistema integrato e circolare che sfocia nella distribuzione e nel settore di produzione.

Il danno fino ad oggi prodotto nel mondo agricolo ha visualizzato e mancato di valorizzare l’intero comparto a livello europeo, creando un forte scompenso tra i vari partecipanti e attori dei vari stati membri, riducendo e svilendo le ragioni degli agricoltori di tutta l’Unione Europea, i negoziati riavviati con solerzia, mancano ancora di misure   precise a tutela delle diversità agricole europee.

L’influenza del Green Deal è stata altresì devastante, apportando una lungaggine nei tempi e non tenendo conto delle esigenze degli attori del mondo agricolo, e della sicurezza alimentare della popolazione messa in discussione, da una forte preoccupazione climatica, esageratamente implementata a sfavore della ruralità e non a suo supporto.

Ancora oggi la FAO stima 800 milioni di persone che al mondo soffrono la fame, un paradosso del benessere oligarchico, e di una governance pubblica tutta in centrata sul sistema finanziario, che determina una dimensione esterna del problema ideologica, e invece richiede un approccio pragmatico, volto al recupero della disponibilità di cibo, e all’accesso al cibo sia economico che fisico, con una stabilità di bilancio e crescita resiliente nei vari regimi, nazionali, per evitare che un equazione distopica del benessere possa essere ancora propagandata, da regimi politici cannibali  e suicidari, rilevando un deficit alimentare ai margini di un benessere diffuso che si propaga anche in Europa, per fasce di popolazione con basso reddito e incapacità di spesa.

Il rimedio è riportare l’agricoltura al centro del dibattito politico economico, finalizzando la politica monetaria e di stabilità ad una economia reale rurale, là dove le imprese agricole, devono ricrescere del 25%, implementando nuovamente gli spazi delle superfici agricole, cercando di riprodurre colture estirpate dalle crisi e dalle mancate attenzioni finanziarie.

Rimodellare il sistema distributivo, verso una scala di valori a km 0 o comunque più confacente ad una minore pressione dei costi di distribuzione.

Rafforzare dunque le filiere, direttiva 2019/633 aumentando il sistema consortile o ancor più generare sistemi integrati di più comparti economici al fine di sviluppare e sviluppare una agricoltura volano dell’economia turistica sostenibile.

In Europa, la dimensione media, delle superfici agricole è intorno al 17 ettari, per il 64% delle aziende, solo il 3.6% ha 100 ettari, quindi, il 52% della produzione collettiva comunitaria sta pensando difronte alla crisi dei consumi di attuare l’espianto di impianti dei vigneti, una proposta presentata alla Commissione per premio fino a otto anni per decidere se reimpiantare o abbandonare il settore, nel frattempo si può dedicare ad altre colture o decidere di non farlo mai più.

Questo sistema di sovvenzione con fondi europei, è già stata la rovina di altre colture italiane, che hanno espiantato zone produttive attuando una corsa ad altri comparti dell’economia del territorio, oggi, alcune biodiversità alimentari non sono più prodotte e vengono acquistate in Romania e un tempo precrisi anche in Ucraina.

Allora è doveroso pensare a forme di stoccaggio o riduzione delle rese, senza estirpo.

In un processo così radicale il settore agricolo rischia l’estinzione, fonte un tempo occupazionale, non è più attrattiva dei giovani, non solo per un fenomeno demografico di invecchiamento della popolazione, ma anche perché non si pensa a finanziamenti e incentivi concreti per i giovani agricoltori, esproprio di terreni incolti per destinarli gratuitamente, consentendoli un accesso al credito agevolato.

Infatti, siamo al paradosso, i prezzi al consumo sono da capo giro nella grande distribuzione mentre la crisi dei redditi autonomi, e dei redditi agricoli non depone a favore del settore e della sua attrattiva.

La sovranità alimentare deve puntare alla protezione del reddito agricolo e non solo, e le politiche europee devono essere pensate per gli agricoltori e per la tutela delle aree rurali che stanno calando, e trasformandosi in soggetti subordinati senza speranza.

I prodotti italiani devono essere coadiuvati da un’etichetta certificata, un Panel test sensoriale che dia un gradiente di qualità e di origine, certamente aderente ad un Made In Italy  tipicamente di nicchia, strategico e concentrato su un marketing differenziato rispetto al resto dei prodotti europei. Pertanto, la politica economica deve declinare verso la scienza di settore.  

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.