• 16 Gennaio 2026
Editoriale

Mai nome di papa aveva tanto appassionato e interrogato il mondo come quello scelto dal cardinale Robert Francis Prevost una volta elevato al soglio pontificio: Leone XIV. Lo ha scelto – si sono chiesti in molti – perché ha pensato a Leone Magno che convince Attila a non saccheggiare Roma immaginando di dover fermare il “barbaro” Putin, responsabile della guerra in atto nel cuore dell’Europa, o perché ha come stella polare il magistero di Leone XIII, il primo papa privo di potere temporale ma anche quello che condusse la Chiesa ad accettare le sfide della modernità, a partire dalla questione sociale, esplosa proprio durante il suo pontificato? Il primo riferimento ha dalla sua la magia solitamente sprigionata da radici piantate in un passato remoto dai connotati quasi leggendari mentre il secondo può contare sul fascino che sempre promana dalle sfide al limite della temerarietà. Tale fu, senza alcun dubbio, quella scagliata da Leone XIII, vescovo di Roma negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un pontificato, il suo, squassato come pochi altri dall’impetuoso vento che la modernità soffiava sotto forma di nuova organizzazione del lavoro e, quindi, di nuovi postulati filosofici, culturali e politici. Nasceva la fabbrica e, con essa, la produzione seriale. Di conseguenza si faceva strada l’esigenza di assicurare tutele a chi vi lavorava, in un momento in cui la pratica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo in nome di un profitto sganciato da ogni remora sembrava del tutto naturale. Quasi scontato, quindi, che la prassi dello sfruttamento generasse in antitesi la lotta di classe, finalizzata al sovvertimento violento dello Stato borghese e quindi all’instaurazione della dittatura del proletariato, ultima tappa prima di realizzare in terra il paradiso socialista senza più sfruttatori né sfruttati.

Uno scontro frontale e senza mediazioni: da un lato i capitalisti, convinti del primato del rischio imprenditoriale sulla giustizia sociale, dall’altro operai, sottoccupati, bambini e donne, la cui marginalità umana e sociale traeva forza e ristoro dalla prospettiva messianica della rivoluzione proletaria e dell’avvento di una società senza classi. Questo più o meno, in gran parte d’Europa, il contesto in cui Leone XIII decise di promulgare, nel 1891, la Rerum Novarum, l’enciclica che indicava una nuova frontiera nei rapporti sociali, nell’organizzazione e soprattutto nelle finalità del lavoro. Non più sfruttamento in ossequio al profitto, né odio di classe in nome della vendetta ma collaborazione tra capitale e lavoro quale base del reciproco riconoscimento tra giusto guadagno ed equità sociale. Se con i suoi clangori ed i suoi ritmi serrati la fabbrica aveva annunciato l’avvento dell’incipiente società di massa, con la Rerum Novarum Leone XIII comunicava al mondo che la Chiesa non solo non si sarebbe fatta cogliere in ritardo ma che ambiva addirittura a ritagliarsi un ruolo tutt’altro che secondario rispetto alle nuove sfide poste dai nuovi tempi. Il papa capiva che la seconda rivoluzione industriale, allora in piena espansione, necessitava di energici correttivi in grado di porre al centro del processo produttivo non più (o non solo) il profitto o l’interesse di classe, bensì l’uomo-massa con i suoi bisogni, i suoi sforzi, i suoi, meriti, i suoi affetti, le sue ambizioni. Che cosa rappresentava, nella sua essenza più riposta, quell’enciclica se non una plateale sconfessione dell’allora imperante fideismo progressista che affidava al solo procedere del tempo, alla sola innovazione tecnologica o semplicemente alle nuove scoperte scientifiche l’obiettivo, tutto politico, del miglioramento delle condizioni di vita per il maggior numero possibile di persone? Più o meno gli stessi interrogativi ci poniamo oggi, seppur al netto della tanta acqua scorsa tra ora ed allora. Un’analogia destinata a rafforzare il convincimento di quanti hanno intravisto nel nome Leone XIV, annunciato nella formula di rito dal cardinale protodiacono sulla loggia centrale di San Pietro, un vero e proprio manifesto politico.

Basti pensare – mentre ancora si piangono, con frequenza sempre più intollerabile, le morti sul lavoro – alle straordinarie implicazioni da mito faustiano sprigionate da uno strumento come l’Intelligenza artificiale o alla passività consumistica di miliardi di utenti social che neanche sanno di accrescere con il clic con cui autorizzano la propria profilazione di potenziale (e inconsapevole) acquirente il valore della catena produttiva dei motori di ricerca, per rendersi conto di come nella rivoluzione digitale si annidino molte più insidie di quanto non ne abbiano presentate le varie rivoluzioni industriali succedutesi nella storia. Con una differenza rispetto ai tempi di Leone XIII destinata a pesare molto sulle spalle del nuovo pontefice: il declino del primato della politica, diretta conseguenza della crisi dello Stato nazionale, a tutto vantaggio del potere di intervento e/o d’interdizione di organismi sovranazionali, da un lato, e del potere di condizionamento di agglomerati tecno-finanziari privati, dall’altro. Spogliato sempre più di competenze in favore dei primi e di risorse in direzione dei secondi, lo Stato odierno – specie in Europa – ha poteri estremamente residuali nei confronti della riorganizzazione dei processi produttivi e anche in termini di direzione strategica di allocazione delle risorse. È il paradigma che si è ribaltato: se lo Stato del ‘900 conteneva il mercato e lo condizionava con le sue politiche, oggi accade l’esatto contrario. Ora è il mercato che contiene gli Stati e li condiziona con la sua logica e la sua legge. L’effetto di tale ribaltamento è paradossale anche ai fini della sussistenza della democrazia: un governo può sopravvivere ad un incidente parlamentare mentre non ha scampo se un’agenzia di rating ne declassa il debito pubblico.

Quale Rerum Novarum potrebbe dunque mai immaginare il nuovo pontefice avendo di fronte sistemi e governi in cui la politica ha divorziato dal potere decisionale? O agendo in una fase in cui la ricchezza ha divorziato dal lavoro, dal rischio d’intrapresa e dalla produzione a beneficio esclusivo della finanza cartacea? O, ancora, quando una parte della cultura dominante parteggia apertamente per l’import dello sfruttamento assecondando la pressione migratoria e quindi l’ingresso di forza-lavoro a costi iper-concorrenziali, mentre l’altra parte ne caldeggia l’export attraverso la delocalizzazione degli impianti produttivi laddove la manodopera a costi infimi è già disponibile ed arruolabile? Non va molto meglio nei settori di lavoro qualificato e garantito. Qui a farla da padrone è la forbice salariale tra manager, impiegati ed operai della stessa azienda. Un esempio per capirci: a  metà degli anni ’60, lo stipendio di Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, valeva 12 mensilità di un suo operaio. Nel 2024 gli emolumenti percepiti da Carlo Tavares, all’epoca Ceo di Stellantis, ammontano a 758 volte la paga di un metalmeccanico della stessa azienda.

È il mercato, bellezza, risponderebbe qualcuno. Infatti, è lo Stato, cioè la politica, a non esserci più. A chi si rivolgerà, dunque, Leone XIV qualora decidesse di tracciare un segno profondo su questo tempo? Ai politici, certo. Ma che strumenti concreti hanno Meloni, Macron, Merz, Sanchez, Starmer rispetto a colossi planetari come Meta, Google, Amazon, Microsoft ed Apple, gli stessi che mentre ci forniscono le diavolerie con cui stare al passo coi tempi, profilano a nostra insaputa i nostri gusti, le nostre preferenze e le nostre esigenze cosicché da farci gentilmente trovare su smartphone, tablet e pc persino il piano-vacanze di cui abbiamo parlato a cena la sera prima tra una portata e l’altra. Mercato anche questo, per altro impreziosito dall’innovazione tecnologica. È lo Stato? Missing, scomparso, dissolto. E dire che ne aveva fatta di strada da quando Karl Marx non aveva esitato a bollarlo come «il comitato d’affari della borghesia», per sottolinearne il ruolo di lupanare ad uso e consumo del ceto dominante. Vero o falso, importa poco. Quel che è certo che prima l’antagonismo socialista, poi il protagonismo di governanti lungimiranti tipo Bismarck (ma anche Giolitti), quindi l’irruzione dei popoli sul proscenio della storia con la Grande Guerra, infine l’uomo-massa che si fa soldato portando la classe a saldarsi con la nazione, ne accrescono e ne legittimano sempre più la connotazione “sociale”. È lo Stato del ‘900. E non c’è nulla di male a confessare di sentirne molto la mancanza. La sua crisi è anche nella sua sempre più scheletrica articolazione sociale. Il ceto medio se ne sta andando e tutto lascia pensare che fra non molto scomparirà anche dai radar del rapporto Censis: sempre più sottile quanto a numerici, sempre più fragile quanto a reddito.

Ma la sua rarefazione costituisce fattore di rischio anche per i sistemi politici più collaudati, nel senso che più le società si polarizzano in termini di ricchezza pro-capite, più le spaccature politico-territoriali sono destinate a rivelarsi insanabili. E la strada sulla quale siamo incamminati. In conclusione, è un mondo sconnesso in più punti quello che Leone XIV si è caricato sulle spalle. Certo, lo aiutano a sorreggerne il peso duemila anni di storia, in cui le connivenze con il potere si alternano a stagioni di coraggiosa denuncia. La Rerum Novarum, ne è tuttora un luminoso esempio. Ma stavolta è l’obiettivo ad essere più ambizioso. Non si tratta tanto, come ai tempi di Leone XIII, di trovare un posto in paradiso alla classe operaia, quanto di salvare un’umanità ostaggio di un mercato senza freni e di una politica senza potere. In bocca al lupo Santo Padre!  

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).