La politica che s’intrufola nella nomina di Rino “Ringhio” Gattuso a Ct degli “azzurri” non segnala solo confusione istituzionale ma rilancia soprattutto la suggestione della Nazionale come specchio e metafora della Nazione. Ora più che mai. L’una senza cuore, l’altra senza quorum. Se la prima rischia la terza eliminazione di fila da un Mondiale di calcio, sulla seconda incombe l’ombra dell’avvizzimento democratico per conclamata carenza di partecipazione popolare. L‘una e l’altra, in ogni caso, evidenziano un preoccupante deficit di slancio vitale, propensione al rischio e creatività. Una condizione di pre-coma collettivo puntualmente rilevato dall’ultimo rapporto Censis, che non per caso ha descritto gli italiani come «sonnambuli» sprofondati in un sonno che li rende «ciechi davanti ai presagi». Analisi forse un tantino spietata, ma che ben s’attaglia a una Nazionale che oggi malinconicamente arranca dietro squadre decisamente meno blasonate nella classifica per le qualificazioni al massimo torneo internazionale di calcio. Non è la prima volta che l’undici azzurro ci riserva delusioni e amarezze, ma mai come negli ultimi tempi e mai in così vasta misura. Dovessimo fallire ancora, saremmo fuori anche dal primo Mundial organizzato in modalità una e trina, sparso com’è tra gli stadi di Usa, Canada e Messico, dopo aver già disertato quelli di Russia 2018 e di Qatar 2022. Prima della doppia débâcle, un solo precedente: quello del 1958, annodel Mondiale di Svezia che avrebbe incoronato Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, Rei del football planetario. Pensate, un’unica “stecca” in sessant’anni mentre ora siamo a un passo dall’infilare la terza in appena otto. Fantasmi più che «sonnambuli».
Ma che cos’è e da dove arriva il male oscuro che affloscia i muscoli dei nostri campioni così come comprime l’elan vital del nostro popolo, sebbene tante volte gli uni e l’altro siano riusciti tante volte a ribaltare e a sconfiggere pronostici e pregiudizi? Difficile rispondere. Neppure chi ne capisce possiede ricette convincenti. Anzi, tra chi punta l’indice contro l’incetta di stranieri nel nostro campionato, chi impreca contro scuole-calcio troppo inclini a privilegiare schemi, strategie e tatticismi a tutto danno della cura dei talenti in erba e chi se la prende con un calcio seduto su una montagna sempre più alta di interessi, anche gli esperti contribuiscono all’effetto “torre di Babele”. Stupiscono tuttavia i termini intorno ai quali si articola la diatriba: stranieri, scuola, potere finanziario. Tutti temi familiari ai derby politici disputati in tv ma che magicamente si estendono anche ai dibattiti calcistici. A riprova che Nazionale e nazione si toccano, si contaminano e si condizionano più di quanto si creda. Fino a convincerci, addirittura, che forse è impossibile afferrare l’origine e l’intensità della crisi dell’una senza tastare il polso dell’altra. Già, piaccia o meno, lo stato di salute di una nazione intesa alla maniera di Ernest Renan come «plebiscito che si rinnova ogni giorno» c’entra moltissimo con una Nazionale ridotta prima dell’arrivo di Gattuso a «nave senza nocchiero in gran tempesta» dopo che un allenatore l’ha piantata sul più bello, un altro l’ha portata a schiantarsi e un altro ancora le ha opposto un inatteso “gran rifiuto”. Un chiaro segno dei tempi.
Già, ve l’immaginate il mitico Vittorio Pozzo, trionfatore in due coppe Rimet (l’antenata dell’odierna Fifa World Cup) e dell’unica medaglia d’oro di calcio vinta ad un Olimpiade (Berlino 1936), che abbandona la Nazionale per una questione d’ingaggio o perché sedotto dai petrodollari di uno sceicco o che addirittura vi rinuncia perché trattenuto da una squadra di club? Certo che no. Non c’entra solo la sua postura morale da hombre vertical, ma anche il concetto di nazione, all’epoca ancora denso di senso e di significato. Fu infatti la Federcalcio a silurarlo dall’Italia pallonara perché agli occhi di quella politica l’allenatore-soldato appariva troppo compromesso con il passato, quasi una sorta di fastidiosa reliquia rievocatrice dei successi sportivi conseguiti durante il Ventennio. Correva l’anno 1948 e il Belpaese già sperimentava i primi assaggi di cancel culture fatta in casa. Ma in fondo era comprensibile: dittatura e guerra erano un ricordo freschissimo e la giovane Repubblica rivendicava il suo diritto a farsi spazio anche nello sport. Del resto, per quanto minato dall’egemonia culturale di una forza internazionalista e per molti versi anti-italiana, l’hardware della nazione si mostrava ancora solido ed efficiente. Era semmai il software a evidenziare segnali sempre più insistiti di usura e di cedimento. L’opera corrosiva della fazione cominciava a dare i suoi frutti avvelenati. Regionalismi, particolarismi e ideologismi avrebbero fatto il resto.
Ma la nazione non si eclissò del tutto: ripudiata dalla politica, riparò nel suo esilio calcistico e sportivo eleggendolo a comfort zone di simboli, bandiere e inni ormai banditi ovunque, tranne che negli stadi e ai comizi di Almirante. Fu così che il tifo per la Nazionale cominciò a sostituirsi al culto della nazione, trascinandosi dietro il Tricolore, seppur degradato da vessillo di identità, storia e appartenenza collettiva, a feticcio di fede calcistica mentre l’inno nazionale, già in via di silenziamento, riemergeva popolare e possente come inno della Nazionale. Strano ma vero, negli anni del centrosinistra prima e della solidarietà nazionale poi, lo sport andò via via assumendo il ruolo di zona franca per lo spaccio dei simboli e valori patriottici, seppur nella loro dimensione ludica. La stessa damnatio memoriae, solitamentepronta a scattare in automatico al primo stormir di… fascio, s’interrompeva magicamente di fronte al ricordo dei successi incisi nel littorio. Neanche la Rai ciellenista e partitocratica faceva eccezione. Prova ne sia che nessuno osò fiatare di fronte al triplice “Campioni del mondo”, seguito dalle citazioni di Niccolò Carosio e della fascistissima Eiar, urlato da Nando Martellini dopo la finale vittoriosa contro la Germania nel Mundial spagnolo. Eppure quel grido suggellava la continuità calcistica tra i trionfi del 1934, del 1938 con quello del 1982. Il tutto, per giunta, mentre capitan Zoff alzava il trofeo nel cielo di Madrid davanti agli occhi lucidi di Sandro Pertini, il presidente-partigiano. La Nazionale aveva abbattuto steccati ed eliminato parentesi nella storia d’Italia, di quella sportiva almeno. Una sorta di rivincita del succedaneo sull’originale, ma sempre meglio di niente. D’altra parte, solo ad un altro grido – “Forza Italia” – sarebbe riuscito più tardi di compiere il cammino inverso uscendo dalle curve degli stadi per andare a sistemarsi tra gli scranni del Parlamento. A ulteriore conferma dell’intreccio profondo che esiste tra le vicende della nazione e la sua Nazionale.
Certo, chi oggi ha i capelli grigi fa fatica a consegnarsi alla passione di un tempo vedendo in campo giovanotti rinunciatari, la cui voglia di vincere è inversamente proporzionale ai tatuaggi esibiti, e spesso più preoccupati di spendere le proprie energie per il club d’appartenenza che a maggior gloria della Nazionale. Atteggiamento impensabile solo fino a qualche anno fa, quando la convocazione in azzurro rappresentava un traguardo ineguagliabile. Nostalgie d’altri tempi, si dirà, e per giunta del tutto incompatibili con l’andazzo odierno fondato sul primato dei soldi sulla maglia e sul ripudio di qualsiasi principio abbia a che fare con concetti come sacrificio, impegno, responsabilità. Insomma, non è più il tempo di un Gigi Riva, il campione che fece del Cagliari non solo la sua squadra ma soprattutto il suo destino. Oggi, anzi, non è raro vedere un calciatore terminare il campionato in una squadra diversa da quella in cui lo ha incominciato. Ma nessuno scagli la prima pietra: la campagna-acquisti permanente è prassi in auge persino nei partiti politici, con tanto di conferenza-stampa di presentazione del voltagabbana di giornata.
Del resto, che da noi pallone e politica fossero gemelli siamesi l’aveva già capito anche Winston Churchill. Ricordate? «Gli italiani vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse una guerra». Probabile che il grande statista britannico non ci stimasse granché come popolo, ma è la ferrea regola del “guai ai vinti!” e non contempla eccezioni. Che fosse poi vero o falso, poco importa: questi siamo, nel bene e nel male. Ed è il motivo che ancora ci spinge a “stringerci a coorte” intorno alla nostra squadra Quadricampeon. Giusto così, del resto. Non solo per i trionfi conquistati, per le «notti magiche» che ci ha regalato o per la forza che ci ha dato di sognare “azzurro” anche al tempo del più “profondo rosso”, ma soprattutto per il ruolo di supplenza esercitato quando i simboli e i valori della patria erano ibernati in freezer, esattamente come i voti della destra di allora, complice anche il «turiamoci il naso e votiamo Dc» di montanelliana memoria. Un’esortazione che torna utile ora per la nostra Nazionale: da continuare a tifare nonostante tutto. Sperando che questa volta sia lei a riportare nel grembo della nazione quei simboli e quei valori costretti in passato all’esilio da una politica vile e ingrata.
