Ci sono periodi storici anche brevi che hanno segnato il destino di buona parte dell’umanità; gli anni trenta e quaranta del ventesimo secolo sono uno di questi. Si iniziò con la crisi di Wall Street del ’29, che sconvolse in negativo l’economia di mezzo pianeta, per passare alle prime avvisaglie espansionistiche manu militari soprattutto in Europa e in Asia, per concludersi con il secondo conflitto mondiale che non fu solo uno scontro tra eserciti, ma l’occasione per ridisegnare un nuovo equilibrio mondiale -una vera e propria spartizione di potere- tra le grandi potenze, senza dimenticare le tragedie nella tragedia come le immani sofferenze delle inermi popolazioni civili, le persecuzioni razziali e il duplice utilizzo della bomba atomica. Furono anni difficili in cui il semplice caso, quasi come una partita a dadi, decise la sorte di milioni di persone. Oggi raccontiamo di un uomo che percorse quegli anni sfuggendo alle avversità, continuando a vivere la sua passione per il calcio di cui scrisse pagine memorabili, quello stesso calcio che alla fine gli presentò il conto con cui pagò a caro prezzo la buona sorte che sino ad allora lo aveva assistito.
Ernő Egri Erbstein (Nagyvarad, 13-05-1898 – Superga, 04-05-1949) di famiglia ebraica, nato in una provincia all’epoca facente parte dell’impero austro-ungarico e oggi in territorio della Romania. Fu un discreto calciatore che negli anni venti giocò anche in Italia nelle file dell’Olimpia Fiume e nel Vicenza. Ma a partire dal 1928 in Italia non fu più permesso agli stranieri di giocare nel campionato di calcio per cui Erbstein, che come lavoro faceva l’agente di borsa, andò negli Stati Uniti dove giocò anche con la squadra di Brooklyn. La crisi economica del ’29 gli fece lasciare gli Stati Uniti. Ritornò in Ungheria e decise di lasciare il calcio giocato per intraprendere la carriera di allenatore verso cui aveva una naturale predisposizione. Era uno studioso di tattiche, di preparazione e di metodi di allenamento che andavano rapidamente evolvendosi soprattutto in Inghilterra dove manteneva stretti contatti per recepire le ultime novità.
Tornò in Italia per allenare la U.S.F. De Pinedo di Andria -oggi Fidelis Andria- che partecipava a campionati non ufficiali. L’anno successivo allenò il Bari nella Divisione Nazionale, chiudendo la stagione al tredicesimo posto. Passò quindi alla Nocerina, portando la squadra al quinto posto in classifica nel girone finale meridionale di Prima divisione (l’attuale Serie C). Per il campionato 1930/31 Erbstein assunse la guida del Cagliari, sempre in Prima divisione; ottenne la promozione dopo aver vinto il girone F ed il successivo girone finale del sud. L’anno successivo portò i sardi fino al tredicesimo posto del campionato di serie B. Nel 1932/33 Erbstein ritornò al Bari ormai in serie A per sostituire il connazionale Arpad Weisz, ma fu esonerato dopo sette partite. L’anno successivo diventò il nuovo allenatore della Lucchese in prima divisione: vinse subito il girone F ed il girone finale C, portando la sua nuova squadra in serie B. Nel 1934/35 ottenne il settimo posto, ma l’annata seguente la Lucchese vinse il campionato davanti al Novara. Durante la prima stagione in Serie A la Lucchese arrivò incredibilmente al settimo posto con lo stesso punteggio dell’Ambrosiana-Inter. Nel 1937/38, l’ultima stagione alla guida della formazione toscana anche a causa di problemi di salute, portò la squadra al quattordicesimo posto riuscendo così ad ottenere la salvezza. Si era però nel 1938 e le prime leggi razziali cambiarono drasticamente la vita di tanti tra cui la sua. Accettò l’offerta di guidare il Torino perché il trasferimento sarebbe servito anche a giustificare alle sue figliole l’iscrizione in una scuola privata giacché non potevano più frequentare quella pubblica.
In quel campionato 1938/39 il Torino fu per molte giornate in testa alla classifica; il 18 dicembre 1938 Erbstein viene convocato dalla questura. Seppure non praticasse alcuna religione da anni, per le sue origini ebraiche doveva lasciare l’Italia e le figlie non avrebbero potuto più frequentare alcuna scuola. La sua ultima partita fu contro la Triestina il 29 gennaio 1939; venne sostituito, come direttore tecnico da un altro ungherese, Ignac Molnar mentre il ruolo di allenatore fu di Mario Sperone. Anche per i campioni d’Italia del Bologna si verificò una situazione analoga: Arpad Weisz, anch’egli ebreo ungherese, dovette lasciare l’incarico e l’Italia, ma il destino suo e della sua famiglia si compì tragicamente nelle camere a gas di Auschwitz. Erbstein trovò in Ferruccio Novo, il celeberrimo presidente del Torino, un amico che lo aiutò o lo sostenne negli anni a venire. Si accordò con il Feyenoord grazie anche a Molnar che sedeva proprio sulla panchina degli olandesi prima di passare al Torino. Ma Erbstein non arrivò mai a Rotterdam perché il treno su cui viaggia viene fermato a Kleve, sul confine tra Germania e Paesi Bassi, e gli venne negato il permesso di entrare nei Paesi Bassi. Trascorse diversi mesi in Germania quasi nascondendosi prima di poter ritornare a Budapest. Con l’aiuto di Ferruccio Novo, Erbstein riuscì a portare in salvo la sua famiglia nella capitale ungherese. Sempre grazie a Novo ottiene un lavoro presso una ditta tessile del biellese, cosa che gli permette di tornare in Italia più volte (aveva anche mutato il suo cognome in Egri per renderlo simile all’italiano). In questo periodo riuscì seppure non ufficialmente a collaborare con il Torino suggerendo l’acquisto, tra gli altri, di Valentino Mazzola ed Ezio Loik. Ma il 18 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l’Ungheria; Erbstein che lì si trovava venne internato in un campo lavoro per la costruzione di strade e ferrovie, ma scampò comunque alle prime ondate di deportazioni. Riuscì a fuggire e a ricongiungersi con la famiglia; con l’assedio finale di Budapest iniziato il 20 dicembre 1944 riuscì a mettersi in salvo presso Raoul Wallenberg, funzionario svedese che era stato incaricato dalla War Refugee Board voluta dal presidente Roosevelt di istituire una “sezione umanitaria” al fine di salvare gli ebrei ungheresi che erano più di 800.000. Wallenberg venne arrestato il 17 gennaio 1945 e morì il 17 luglio dello stesso anno nella prigione di Lubjanka. Erbstein venne ancora una volta salvato dalla figlia Susanna (diventata poi una celebre ballerina e coreografa) che si finse crocerossina. La famiglia Erbstein fece ritorno in Italia dove venne nascosta e aiutata da Ferruccio Novo fino al termine della guerra.
Da quel momento che ricominciò la sua avventura con la squadra granata che aveva vinto l’ultimo campionato disputato, quello del 1942-43; ebbe dapprima il ruolo di consulente, poi quello di direttore tecnico con totale capacità decisionale. Era l’inizio del “grande Torino” che vinse il campionato 1945/46 e i quattro successivi, collezionando numerosi record tra cui i 125 gol realizzati nel campionato 1947-1948.
Erbstein partì innanzitutto da una mirata preparazione fisica, da uno studio specifico dei movimenti dei giocatori è dal loro affiatamento sia dentro che fuori da campo. Lo schieramento sarà il suo capolavoro tattico che in epoche recenti costituirà il modello per Happell, Michels, Sacchi e Guardiola. Non a caso, con i connazionali Arpaid Weizs e Gusztav Sebes portò all’apice la scuola calcistica ungherese che si rifaceva ad un modulo di gioco prettamente offensivo, il Sistema ideato da Herbert Chapman come necessità a seguito di una svolta epocale del calcio. Per rendere più spettacolare il gioco che risultava essere povero di gol (bastava che la squadra difendente facesse avanzare un solo difensore perché scattasse la trappola del fuorigioco) nel 1926 l’International Football Association Board decise il passaggio dal fuorigioco da 3 a 2 giocatori difendenti tra la linea di porta e il più vicino avversario partecipante all’azione. E’ la regola che vige ancora oggi. Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, ebbe un’intuizione rivelatasi vincente: decise di far arretrare il mediano centrale in posizione permanente tra i due difensori, per far fronte alla superiorità numerica avversaria in attacco che la nuova regola avrebbe favorito. A questo giocatore, che a tutti gli effetti era diventato un libero, furono dati i compiti sia di impostare la manovra che di marcare il centrale offensivo della squadra avversaria. Gli altri due difensori furono allargati più verso i lati del campo con lo scopo di contenere le ali avversarie, diventando così simili ai terzini attuali. Due dei centrocampisti divennero mediani e le due mezzali d’attacco furono trasformate da finalizzatori a rifinitori come trequartisti. Il reparto di mezzo era quindi costituito da quattro giocatori che formavano un quadrilatero, mentre l’attacco rimaneva formato dalla punta centrale e dalle due ali che avevano compiti prettamente offensivi. Il modulo era così diventato un 3-2-2-3 che visto graficamente sembrava disegnare sul terreno di gioco una W ed una M, il celebre WM di Chapman. Questo schieramento aveva caratteristiche molto offensive e presupponeva giocatori di alto livello; si contrapponeva al più difensivistico Metodo a cui si rifaceva soprattutto Vittorio Pozzo.
Il Sistema che Erbstein fece suo con i dovuti aggiustamenti trovò i suoi inarrivabili interpreti: In porta Bacigalupo, difesa con Ballarin, Rigamonti e Maroso, mediani Castigliano e Grezar, trequartisti Loik e Mazzola, di punta Menti, Gabetto e Ossola. Per cinque anni non ce ne fu per nessuno in Italia e dovunque i Granata giocassero amichevoli di esibizione. La Coppa dei Campioni si giocò solo a partire dal 1956; se si fosse giocata all’epoca, nessuno su questa terra avrebbe potuto impedire al Torino di compiere lo stesso percorso che fece il Real Madrid nelle prime cinque edizioni.
Finisce qui la vicenda calcistica; quello che successe il pomeriggio del 4 maggio 1949 è parte integrante della storia d’Italia del ventesimo secolo e colpì il Mondo intero.
Una cupa giornata di nebbia e pioggia portò fuori rotta l’aereo; l’altimetro si bloccò a quota 2.000 metri quando in realtà l’aereo si trovava tra i 500 e i 600 metri dal suolo; un’Abbazia sulla collina al posto della pista d’atterraggio. Nello schianto di Superga non si salvò nessuno. Morirono Erbstein, i diciotto giocatori che avevano partecipato alla trasferta di Lisbona, sei fra dirigenti e allenatori, quattro membri dell’equipaggio, tre giornalisti.
Sul Corriere della Sera Indro Montanelli scrisse: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”. Le restanti quattro giornate del campionato 1948/49 vennero giocate dalla squadra Primavera del Torino contro i pari età schierati per rispetto dalle altre società. Il Presidente Federale, Ottorino Barassi, aveva già deciso di assegnare lo scudetto al Torino che lo avrebbe vinto comunque.
Il calcio che gli aveva dato la fama e la gloria tolse la vita a Ernő Egri Erbstein e ai suoi invincibili: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert. In quella cupa giornata di nebbia e pioggia ebbe fine la loro vita, ma non la leggenda.
