Non ha detto nulla di sbagliato il ministro Alessandro Giuli nel sottolineare che «alla sinistra sono rimasti ormai solo i comici». Eppure è finito infilzato peggio di San Sebastiano martire. Non una critica o un’accusa, la sua, quanto piuttosto una banale constatazione. Fossimo stati perciò nei panni di Elly Schlein, più che l’armocromista, avremmo consultato il Roderigo di Castiglia, nom de plume utilizzato da Palmiro Togliatti su Rinascita, autore di un abrasivo commento sull’addio al partito di uno degli scrittori di punta del culturame rosso: Elio Vittorini. Addirittura acido il titolo che lo annunciava: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato!». Così, d’emblée, manco se a lasciare il Pci fosse stato un Luca Bizzarri qualsiasi e non una penna di così alto rango. Accadeva nell’anno 1951, e quell’irriverente sfottò dattiloscritto ancora oggi spiega meglio di un’analisi politologica chi all’epoca, tra partito comunista e intellettuali d’area, guidasse e chi seguisse. Tanto che a rileggerlo oggi sembra addirittura fantapolitica. Già, ce la vedete voi la segretaria del Pd mentre prende le distanze da un editoriale di Repubblica o che fantozzianamente bolla come «boiata pazzesca» la pellicola di uno dei cinematografari di riferimento o, ancora, che stronca uno solo fra i tanti predicozzi simil-culturali alla Elio Germano o di altro zelante attor giovane? Certo che no.
Si può invece scommettere che molti ancora ricordano il «con questi dirigenti non vinceremo mai!» urlato da un accigliato Nanni Moretti sul muso dei pezzi da novanta della nomenclatura di sinistra, rigidi come stoccafissi sul palco allestito per arringare il popolo dei girotondi contro il governo berlusconiano. Un grido che di fatto ribaltava il rapporto tra partito ed intellettuali: da allora il primo segue, i secondi guidano. E forse è giusto così dal momento che l’impetuoso tumulto tecnologico in corso ha mandato in soffitta le ideologie otto/novecentesche, a partire proprio da quella marxista, la cui validità – detto per inciso – era già stata messa a dura prova dai fallimenti politici, economici ed esistenziali di quel plumbeo addensato di terrore, inefficienza, miseria e morte, asetticamente descritto come “socialismo reale”. Morta l’ideologia comunista per evidente fallimento della prassi che l’ha inverata, che cosa restava in dote al “gran partito” propugnatore in Italia dell’una e dell’altra? Semplice: un’egemonia culturale abilmente conquistata in decenni di elaborazione teorica sorvegliata dal gramsciano Principe collettivo intronizzato a Botteghe Oscure con il collaudato sistema del bastone e della carota: scomunica agli “eretici” alla Vittorini, carriere spalancate ai guardiani dell’ortodossia, specie quando continuavano ad alimentare la fede nel “sol dell’avvenire” in presenza di fattacci (tipo la repressione delle insurrezioni popolari di Budapest e Praga) che avrebbero richiesto più spina dorsale e meno doppia morale.
Ma dove non riuscirono i carri armati sovietici a far decifrare come irreversibile la crisi del comunismo, poterono, invece, l’evoluzione tecnologica e i mutamenti epocali che investirono il mondo del lavoro. Con la fine del modello fordista incentrato sulla catena di montaggio e la conseguente dissolvenza del mito della centralità della fabbrica come luogo eletto della produzione, va in pensione anche Cipputi, l’operaio-collettivo scolpito dalla matita di Altan nell’immaginario della sinistra. È il crollo di un mondo. Ai comunisti, per sopravvivere, servono nuovi riti – il centralismo democratico è ormai improponibile – e soprattutto nuovi miti, ora che la classe operaia è andata in paradiso. Facile solo a dirsi. Tanto più che il rigurgito identitario è sempre in agguato quando una forza politica, ideologicamente marcata, s’incammina a perpendicolo in cerca di nuove certezze. E, con esso, il rischio che a metà del guado l’istinto di sopravvivenza faccia credere che sia più conveniente tornare indietro che andare avanti. Fu qualcosa di simile a un richiamo della foresta quello che nel 1980 spinse Berlinguer a presentarsi davanti ai cancelli della Fiat per arringare gli operai che l’avevano occupata. Ma il capo del Pci non s’intestò un’alba radiosa bensì un malinconico tramonto. A vincere il braccio di ferro, la cui posta in palio era la sopravvivenza stessa del colosso automobilistico torinese, furono infatti i protagonisti della famosa “marcia dei 40mila” – tecnici, capi reparto e anche operai – che in un colpo solo sbaraccando i picchetti degli scioperanti in nome del lavoro e dell’interesse generale archiviarono l’“autunno caldo” in auge dal 1969. Un errore blu, quello dell’allora lìder maximo. Ciò nonostante, i suoi epigoni sono riusciti a farne il santino di una sinistra modernizzatrice, libertaria e anti-sovietica esistita solo nella loro fervida immaginazione. Fosse stato davvero così, il Pci avrebbe cancellato il simbolo “falce e martello” dalle proprie insegne quando cariatidi alla Breznev ancora salutavano l’Armata Rossa dal mausoleo di Lenin e non, com’è invece accaduto, quando il Muro di Berlino era ridotto a calcinacci.
Ma tant’è: privi di bussola, gli ormai ex comunisti cambiano pelle pur di ritagliarsi uno strapuntino nel nuovo mondo, tutto mercato e concorrenza. L’esito è una vera mutazione genetica: la scorciatoia della questione morale è preferita alla togliattiana «lunga marcia», il partito radicale di massa scalza il partito operaio, il primato dei diritti civili soppianta quello dei diritti sociali, il folclore del terzo sesso sostituisce la mitologia del Quarto stato, la lotta di classe cede il posto alla class action e, infine, l’egemonia si dispiega lungo la narrazione noir tipo “notte della Repubblica” a tutto scapito della elaborazione sull’evoluzione della società reale in stretta connessione con la sua dimensione popolare. Cambiamenti radicali, dietro i quali non è difficile scorgere l’ispirazione della laicissima e cosmopolita Repubblica, il giornale-partito auto-investitosi sin dalla seconda metà degli anni ’70 della missione della trasformazione antropologica della sinistra ex-post e neo-comunista. Missione compiuta, si può dire. In meglio o in peggio, non sta a noi giudicarlo. Ma è un fatto che laddove un tempo si stagliava, superba, la figura dell’intellettuale organico, tale non tanto in riferimento al legame con il partito quanto per la capacità di fornire coscienza e consapevolezza alla propria classe sociale, oggi s’affolla uno stuolo di attori, registi, cantanti, scrittori, giornalisti, celebrity e comici che concionano in nome di un popolo che non conoscono e da cui sono distinti e distanti per reddito e per condizione sociale. Apposta ne irridono le paure, ne svalutano i bisogni e ne disconoscono le priorità.
Ma il guinzaglio è in mano loro. Danno la linea e dettano l’agenda: immigrazione no-limits, sostegno ai diritti Lgbtqia+, climate change con annessi scenari apocalittici. E il partito esegue. Il risultato è un mix tossico di suggestioni, velleitarismi e capricci ideologici capace di generare autentiche panzane (è il caso della proposta di Dario Franceschini di dare ai nuovi nati solo il cognome materno) comunque accolte con grande sussiego dalla stampa che conta. Ma non anche dai cittadini. Infatti il Pd non schioda dal 20 per cento nei sondaggi, e a pensarci bene è già un miracolo. Già, che credibilità può riscuotere un partito totalmente disconnesso dalla realtà e preda di un’astrattezza senza capo né coda? Apposta boccheggia. Ma invece di spalancare le finestre sulla realtà e respirarne l’aria, si attacca alla bombola d’ossigeno dell’antifascismo. Un rimedio che non ha portato un solo al voto al Pd, ma che in compenso conviene a quello stesso stuolo di dotti, medici e sapienti, cui parlare e sparlare del Duce porta bene: vendono libri, incassano premi, fanno carriera e, quel che più conta, continuando a cingere l’aureola del martirio. Insomma, se per il Pd l’antifascismo è il leit motive della sua stessa esistenza, per i suoi intellettuali è il core business del loro portafogli. Ce ne sarebbe di che impiparsene, in verità. Del resto, nessuno è obbligato a correggere il nemico che sbaglia. Ma è altrettanto vero che in un sistema politico bipolare gli opposti finiscono per contaminarsi e condizionarsi. Un buon governo è anche il frutto di una buona opposizione. E quella attuale non lo è. Giusto contrastarla e combatterla. Ma non come fatto finora, replicando cioè a polemica con polemica, ad insulto con insulto, a sciocchezza con sciocchezza. Chi governa l’Italia non può più permetterselo. Padronissima, invece, Elly Schlein di restare abbarbicata alla sua bolla gruppettara e da lì progettare scampagnate referendarie per rigurgitare i residui di riformismo, evidentemente ingoiato contro voglia dai suoi dirigenti ai tempi del renzismo. Anche lei sedotta dal richiamo della foresta, che questa volta, però, non ha come sfondo la Fiat occupata e i picchetti operai ma una Cgil stipata di pensionati. E di fronte non ha Agnelli e Romiti ma leggi, tipo Jobs Act approvate dal Pd e che ora lo stesso Pd vuole cancellare. Ridicolo, no? Peccato, però, che di fronte ai contorcimenti di questo tipo non si senta un fiato. Eppure è un clamoroso caso di comicità involontaria.
Come uscirne? In questi due anni e passa di governo la destra ha tanto parlato (in più di un caso persino sproloquiato) di egemonia culturale e di come conquistarla. Obiettivo bello e impossibile. Meglio, perciò, rinfoderarlo e accontentarsi, ad esempio, di incidere sulla definizione dell’agenda setting, la scelta delle notizie intorno alle quale polarizzare l’attenzione dei media e, quindi, della pubblica opinione. In tal senso, il referendum rappresenta un’occasione irripetibile. Dovessero, i suoi promotori, fallire l’obiettivo del quorum, nulla impedirebbealle forze di maggioranza di ingaggiare, dopo, una battaglia culturale sui temi oggetto dei quesiti referendari. Sarebbe il modo migliore per sfidare il Pd a parlar chiaro su temi – lavoro, partecipazione, ruolo del sindacato – dirimenti non solo per profilare l’identità della sinistra italiana ma soprattutto decisivi per la traiettoria del nostro sviluppo. Ma è una sfida che difficilmente la sinistra accetterebbe: troppo forte il timore di veder deflagrare le antiche e mai sopite contraddizioni tra riformisti e massimalisti; e troppo incombente il rischio di mostrare a tutti che sotto il vestito… niente. Orfana dei suoi guru e armata solo di antifascismo fuori tempo, la sinistra sul serio di apparire una compagnia di giro di soli comici. E neanche di quelli che fanno ridere.
