• 9 Marzo 2026
Letteratura

Dante entra nell’Inferno e ci costringe a guardare chi ha scelto di non scegliere

Con il Terzo canto dell’Inferno, Dante Alighieri oltrepassa una soglia decisiva: non solo quella fisica che introduce al regno della dannazione, ma soprattutto quella morale che separa l’uomo responsabile dall’uomo che ha rinunciato a esserlo. È qui che il viaggio ultraterreno assume un valore universale e politico, parlando ancora oggi a una società spesso tentata dall’indifferenza.

Il canto si apre con una delle iscrizioni più celebri della letteratura mondiale: “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”. La porta dell’Inferno non è solo un passaggio architettonico, ma una sentenza irrevocabile. Dante, guidato da Virgilio, entra in uno spazio dove il tempo della scelta è finito e ogni azione ha già prodotto il suo esito eterno. La giustizia divina, spiegata poco dopo, non è arbitrio ma ordine: l’Inferno è stato creato dalla Trinità come espressione di giustizia, potenza e amore.

I primi dannati che il poeta incontra non sono però i grandi criminali o i traditori celebri. Sono gli ignavi, coloro che in vita non presero mai posizione, che vissero “sanza ’nfamia e sanza lodo”. Dante riserva loro un disprezzo feroce. Non sono degni nemmeno dell’Inferno vero e proprio: vagano in un eterno inseguimento di insegne vuote, punti da vespe e mosconi, mentre i vermi raccolgono il sangue e le lacrime ai loro piedi. È una pena che colpisce non per la violenza fisica, ma per la sua umiliazione morale.

Il messaggio è chiaro e scomodo: l’assenza di responsabilità è una colpa. In una società comunale lacerata da conflitti politici, come quella di Dante, la neutralità non è virtù ma viltà. È difficile non leggere in questi versi un’accusa che supera il Medioevo e arriva fino al presente, dove il non schierarsi, il voltarsi dall’altra parte, diventa spesso una comoda strategia di sopravvivenza.

Superata la schiera degli ignavi, Dante giunge sulle rive dell’Acheronte, il fiume che segna il vero confine dell’Inferno. Qui appare Caronte, il nocchiero infernale, figura della mitologia classica trasformata in servitore della giustizia cristiana. È lui a traghettare le anime dannate, che accorrono spontaneamente verso la loro pena: non c’è ribellione, perché la dannazione è ormai interiorizzata. La giustizia divina, ci dice Dante, è talmente perfetta da essere accettata anche da chi la subisce.

Il canto si chiude con lo svenimento del poeta, vinto dal terrore e dalla pietà. È un finale potente, quasi cinematografico, che sottolinea la fragilità umana di fronte all’orrore del male organizzato e reso eterno.

Il Terzo canto dell’Inferno non è solo l’ingresso nell’aldilà dantesco: è una radiografia spietata dell’animo umano. Dante ci avverte che il vero peccato non è solo fare il male, ma rinunciare al bene per paura, convenienza o indifferenza. Una lezione antica, ma mai così attuale.

Autore

Laureata in Giurisprudenza e pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti. Ha lavorato presso casa editrice e collaborato in 4 testate giornalistiche sia nel Casertano che nel Beneventano. Proprietaria e direttrice responsabile della Testata giornalistica “Sannio Matese Magazine”, registrata presso il tribunale di Benevento, che ha come obiettivo informare, formare e valorizzare il territorio a cui è particolarmente legata del Sannio e del Matese. Presidente dell’Associazione Incanto, da lei stessa fondata, volta alla realizzazione di eventi culturali, sociali, editoriali, mirante principamente a collaborare con le scuole trattando temi socialmente delicati tramite la sensibilizzazione, attraverso il suo format da lei stesso idealizzato “Love Life”. Autrice di "Nuvole d'Estate" e coautrice di "Incantesimi e Magie dal Matese al Sannio"