• 26 Maggio 2024
Cultura

Quand’è che la fantasia incontra la realtà? Esiste una connessione tra questi due mondi? A quale scopo risponde l’immaginazione?

Ci sono state persone che hanno scritto di mondi immaginari sostenendo che la fantasia non fosse un semplice vagheggiare indefinito di terre straordinarie, di creature strane, di archetipi narrativi e di una epica lotta tra Bene e Male.

Le storie di fantasia, per questi scrittori, presentano un mondo secondario rispetto al nostro con il quale si fondono o con il quale, in determinati casi, contrastano.

J.R.R. Tolkien è uno di questi scrittori, noto per essere l’autore di opere fantasy come “Il Signore degli Anelli”, “Lo Hobbit” e il “Simarillon”. E’ anche uno degli scrittori più studiati, analizzati e discussi. E’ alquanto significativo che le sue opere, dai contenuti così fantasiosi e “lontani” dalla realtà, siano stati e sono tutt’ora non solo oggetto di riflessione, ma anche parte della conoscenza e del cuore di milioni di persone in tutto il mondo. Probabilmente il motivo dietro a tutto questo è semplice: la fantasia è in effetti legata alla realtà. Ma in che modo?

L’essere umano come individuo o come parte integrante della collettività cresce e si forma attraverso i racconti di fantasia, in primis le favole e le fiabe. Sono una specie di specchio attraverso cui, già da bambino, l’uomo si riflette. “Lo Hobbit” per esempio nasce come una fiaba per bambini, e dentro quel racconto, così avventuroso e intrigante, ad un certo punto compare “la guerra”. Ecco, Tolkien usa la fantasia per raccontare una realtà cruda e vera, rendendola comprensibile ai più piccoli. L’edulcorazione che ne viene fuori non è una “censura”, ma un adattamento prettamente comunicativo. L’autore infatti conobbe in via diretta la prima guerra mondiale. Ne assorbì le dinamiche e la crudeltà, qualcosa che irreversibilmente si piantò nella sua coscienza e in quella del mondo intero. Parlare della guerra era d’uopo anche come monito alle generazioni a venire. Per cui Tolkien non può permettersi di alleggerire, di nascondere, di modificare il concetto della guerra, neanche a costo di impressionare i suoi teneri lettori, ancora troppo giovani per poter sopportare un resoconto crudo e realistico di uno scontro armato o di una battaglia. In effetti è necessario che il bambino si “traumatizzi” ma in un modo consono alla sua età. E quindi l’edulcorazione, quanto mai inevitabile, è un linguaggio, è un riadattamento rispetto alle capacità cognitive del fanciullo.

Ma soprattutto Tolkien impartisce un sentimento tanto provato nel primo dopoguerra: la disillusione dilagante del mito romantico della guerra e la percezione della sua insensatezza. Sentimento che è stato alla base di tante opere anti-belliche come il romanzo di Erich M. Remarque “Niente di nuovo sul fronte Occidentale”. Eppure per quanto assurda possa essere, la guerra purtroppo esiste. Da qui il monito, implicito, che coglie il bambino: “la guerra esiste, ma è inutile, e quest’informazione che io narratore ti impartisco ora appartiene al te, fanne tesoro”. Così, ne “Lo Hobbit” il protagonista Bilbo Baggins continua a essere testimone di un’enorme scontro, quello della “battaglia delle cinque armate” tra Orchi, Elfi, Nani e Uomini, e lo fa con quella sua purezza e ingenuità per cui non riesce a vedere una ragione dietro quel conflitto. Dando voce ai suoi pensieri, Bilbo rappresenta la verità distaccata che vanifica, quasi deride, la lotta che imperversa, con tutta la sua cieca violenza davanti ai suoi occhi.

E come nella nostra vita siamo messi continuamente di fronte al passato, alle storie, alle leggende, ad una sorta di “mondo secondario” così lontano da sembrare quasi inventato e alternativo, anche i personaggi del mondo tolkeniano si confrontano con il mistero. L’ignoto in effetti è alla base dell’avventura, e l’avventura è alla base di una storia, soprattutto se scritta dallo stesso Tolkien. L’ignoto a sua volta spesso è oggetto di una “voce”, di un racconto che si tramanda in un contesto, in una collettività, un “rumore” che recita cose del tipo “Non andare lì, è pericoloso”.

Ecco, quell’ignoto rappresenta il mondo secondario per i personaggi di Tolkien, e Gandalf, il famoso mago che si presenta a casa di Bilbo Beggins per chiamarlo all’avventura, identifica parte di quel contesto di favole e leggende di “fantasia”. Quando Bilbo decide, dopo molta riluttanza, di accogliere la chiamata all’avventura, partirà per poi ritornare con un altro tipo di narrazione, diverso dai moniti che lo tenevano legato alla contea, alla “confort zone”. Tale nuova narrazione a sua volta ispirerà Frodo, suo nipote, negli eventi narrati ne “Il Signore degli Anelli”. Di conseguenza il racconto “fantastico” o così supposto, perché pregno di stranezze e cose improbabili, ispira, insegna, impartisce lezioni e spinge ad andare oltre, ma soprattutto spinge a lasciare spazio ai posteri. Il “farsi da parte” è infatti un elemento ricorrente in Tolkien. E’ il motivo per cui Bilbo, dopo la sua avventura, si ritira a vita privata e si limita a raccontare la sua esperienza, in attesa che la sua testimonianza incontri qualcuno propenso a credervi o almeno ad ascoltare. Ed è anche il motivo per cui Frodo, cresciuto con i racconti dello zio, una volta terminata la sua missione lascia la Terra di Mezzo ( La terra immaginaria dove avvengono le vicende de “Il Signore degli Anelli”).

In un certo senso è proprio così che Tolkien, volente o nolente, ci offre le risposte alle domande con cui abbiamo aperto questo discorso: “A che serve la fantasia? Quando questa incontra la realtà?” La fantasia rielabora e comunica, scopre, impressiona, ispira. Nelle vicende o nei personaggi narrati, ognuno di noi può scoprire lati di sé, della sua personalità e delle vicende vissute, o addirittura soluzioni possibili alle proprie questioni. Io lettore posso essere il personaggio di Boromir, uomo retto e buono eppure tanto debole quando in preda alla tentazione (l’anello), oppure posso essere Frodo, che per qualche ragione è stato chiamato dal “destino” a compiere un percorso non desiderato, a trovarsi in una situazione che al momento fa star male ma che col tempo aiuterà a crescere e a migliorare. Oppure posso essere Sam, che ama e aiuta fino alla fine il suo amico Frodo per poi avere la consapevolezza che “noi siamo come i personaggi delle storie che ci raccontavano da piccoli”, come lui stesso afferma in uno dei momenti più belli e profondi della vicenda de “Il Signore degli Anelli”. Ed è così, proprio in quelle parole, che la realtà si sposa con la fantasia.

Ma come la fantasia può riflettere e fondersi con la realtà quotidiana, spesso può essere strumentalizzata, modificata e alterata, fino a diventare una “bugia”. Quando il racconto diventa qualcosa di estremamente irriconoscibile e lontano dalla realtà, diventa “mito” o “leggenda” e questo mito e questa leggenda possono essere a loro volta presentati come una realtà “indottrinata”. Questo avviene quando la fantasia viene distorta per “vendere” prodotti, politici o commerciali che siano. E così abbiamo il mito secondo cui gli Spartani discendevano da Eracle, per cui avevano il diritto di sentirsi forti o addirittura superiori agli altri greci. E allo stesso modo atri tipi di narrazioni giustificano condizioni politiche, sociali e culturali. Storicamente ci sono stati “miti” che hanno permesso l’istaurarsi di realtà politiche, come nel caso di totalitarismi e dittature e via discorrendo. Uno tra questi? Il mito della razza. E’ qui che la fantasia, come specchio della realtà, diventa il suo contrario, una sua versione distorta che però, spacciata come reale, finisce per essere percepita come tale. La fantasia quindi è uno strumento non solo culturale, narrativo, simbolico, poetico, ma anche dottrinale e politico.

Lo stesso Tolkien è stato “politicizzato”, per cui viene spesso definito come uno scrittore “di destra”. Per non parlare di quando la fantasia corre il rischio di essere “banalizzata”. Tolkien, per esempio, prendeva molto seriamente la materia delle sue opere, fondate su leggende ancestrali e culture profonde, ed è lo stesso motivo per cui non apprezzava la visione disneyana del fantasy.

Eloquente è il modo con cui pose esplicitamente in discussione la rappresentazione dei Nani nel primo classico Disney “Biancaneve”. Non potè assolutamente sopportare la versione edulcorata di quei personaggi, che marciavano e cantavano allegramente con i picconi in spalla. Dov’erano i Nani “veri”, quelli ispirati direttamente alla mitologia norrena, quelli dell’ Edda poetica, valorosi guerrieri e rispettabili signori di grandi regni? Tuttavia questo “tradizionalismo” tolkeniano forse si contraddice con il concetto di “futuro” già espresso ne “Il Signore degli Anelli”, quando Frodo parte, lasciando la Terra di Mezzo e quindi la sua eredità. Il “rischio” è che chi accoglie l’eredità ne fa uso proprio. Soprattutto negli ultimi tempi c’è una grande tendenza a cambiare, edulcorare o riadattare le storie alle “necessità”, culturali, politiche anche commerciali, della società moderna. Ma così facendo forse viene a perdersi l’universalità del fantasy, la sua versatilità nel rappresentare la realtà in tutte le sue sfaccettature e in tutti i suoi possibili contesti. La costruzione del mondo fantastico, con i suoi paesaggi, i suoi popoli e le sue creature e la sua storia nasce proprio dalla necessità di  creare un “alter-ego” della Terra. In questo senso non si fa riferimento a nessuna categoria umana specifica, eppure è proprio attraverso questo “distacco” dal mondo reale che si va paradossalmente a spiegarlo meglio, a smontarlo e rimontarlo, capendone dinamiche, comportamenti e funzioni.

E forse questo mondo fantastico bisognerebbe lasciarlo lì dov’è, così come concepito e creato dal suo Autore e andare ogni tanto a rivederlo, a immergervisi dentro, per riscoprire noi stessi, trovarci di fronte ad una verità che non avevamo colto, o anche semplicemente per godere di una bella storia, in grado di affascinarci, magari anche piangendo, commossi, mentre leggiamo le parole di Gandalf che sembrano parlare direttamente a noi: “Addio miei coraggiosi hobbit, la mia opera è terminata. Qui, infine, sulle rive del mare, si scioglie la nostra Compagnia. Non vi dirò ‘non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male”.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.