• 14 Giugno 2024
Cultura

La scoperta di un qualcosa che non sapevamo può portare a diverse conseguenze e sensazioni. L’eccitazione e la voglia di saperne sempre di più, per esempio. A volte persino un senso di timore, paura e confusione. Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo la Scienza, nei vari campi del sapere, si stava facendo strada con scoperte sempre più eclatanti, così numerose e rapide da mettere in crisi tutto il sistema di valori e certezze, culturali e ideologiche, che  fino a quel momento avevano caratterizzato la vita dell’uomo, sia nella sua sfera sociale che individuale. L’improvvisa ondata di nuovi orizzonti conoscitivi, nuove certezze, nuove macchine e invenzioni portò a quello che nel linguaggio artistico si può definire con il termine di “sublime”, ovverosia un sentimento tra l’attrazione e la repulsione, il fascino e la paura, la voglia di scoprire e di irrompere nell’ignoto accompagnato sempre dall’attaccamento a ciò che è “saldo”, sicuro e comodo. Un sentimento collettivo tanto travolgente quanto importante non poteva non toccare la sensibilità di artisti, menti sensibili e scrittori. Qualcuno aveva il bisogno impellente di comunicare questa fase esistenziale della storia attraverso un nuovo modo di fare letteratura. Ed è proprio in questo contesto che spicca la figura dello scrittore statunitense H.P. Lovecraft.

Nella sua narrativa Il fascino dell’ignoto e la voglia di scoprire si scontrano con una realtà ineluttabile, quella della piccolezza dell’uomo. Non solo dal punto di vista fisico rispetto alle forme mastodontiche della Natura, ma anche dal punto di vista conoscitivo. Quando le scienze “scoprono” qualcosa rivelano ancor di più la nostra ignoranza. Quando si viene a sapere qualcosa di nuovo, è vero, si ottiene un tassello in più nella nostra conoscenza, ma allo stesso tempo si lascia il passo a qualcosa di più grande, a realtà misteriose ancora da scoprire. Lovecraft aveva dunque percepito questo concetto quasi socratico per cui, paradossalmente, una maggiore conoscenza non significa necessariamente una riduzione dell’ignoranza. Insomma, dopo un tassello ce ne deve essere per forza un altro, e un altro ancora, come un effetto domino di cui non si riesce a vedere la fine. In effetti se si parla di “illimitatezza”, in questo caso della conoscenza, non può non nascere, in un essere naturalmente finito come l’uomo, una sensazione di estraniazione da poter addirittura condurre, secondo l’autore, alla pazzia. Ma come raccogliere tutte questi spunti e presentarli in un modo comprensibile, in una metafora narrativa accessibile e magari anche dilettevole? Come si può rendere plastico e visibile tutto questo viluppo di concetti e di sentimenti? Lovecraft trova la risposta nella creazione di figure che da sempre hanno popolato la storia dei libri e nella letteratura. Stiamo parlando dei “mostri”. Ma il nostro scrittore non si limita a prenderli in prestito dal repertorio del passato. Il suo genio e la sua originalità lo hanno portato a creare un universo del tutto inedito, che non a caso si definisce “lovecraftiano”. Per non parlare di vere e proprie idee di grande spessore creativo da molti giustamente definite “geniali”. Si pensi per esempio all’invenzione del “Necronomicon”, uno “pseudobiblium”, un libro fittizio ma citato da lui stesso come fosse vero, quale fonte per le cose che scriveva. In poche parole una trovata originale per dare “attendibilità” ai propri racconti, con un’impronta pseudo-realistica, tanto da aver convinto molti lettori e scrittori della sua veridicità. “Trovate” come questa hanno avuto un tale impatto da influenzare il lavoro di altri scrittori, nell’ambito dell’ horror, del fantasy e del fantascientifico (generi narrativi di cui Lovecraft è considerato uno dei più grandi pionieri ed esponenti). L’originalità dell’universo lovecraftiano nel corso degli anni ha in effetti portato alla creazione di una “fanbase”, come la si definirebbe oggi, ovverosia una comunità di appassionati che ne ha approfondito e ampliato gli aspetti più misteriosi e interessanti. E tra questi spicca ovviamente tutto il repertorio di mostri. In realtà Lovecraft parla di “grandi antichi”, esseri straordinari, tanto bizzarri e colossali da considerarli come divinità. L’Autore finì per concepirne una vera e propria “mitologia” simile a quella degli dei e dei titani greci. Ma queste divinità non hanno caratteristiche per niente umane. Sono più che altro “alieni”, spesso lasciati volutamente in un alone di mistero. Parliamo per esempio del suo “mostro” più famoso, il “ Cthulhu”. E’ un essere di cui “si sa qualcosa”, di cui si parla e vocifera. Di lui si hanno alcune tracce ed indizi, come manoscritti, statuette o la testimonianza di veri e propri culti religiosi intorno alla sua figura. Qualcuno sente addirittura il suo richiamo (da qui il titolo dell’opera in cui compare: “il richiamo di Cthulhu”). Eppure tutto resta nella sfera del vago, della leggenda. Tutto quello che riguarda il Cthulhu sembra essere vero, ma non abbastanza da raggiungere la certezza matematica della sua esistenza. Interessante è la scelta del nome che Lovecraft attribuisce a questa figura, un nome che già dal punto di vista sintattico e fonetico risulta quanto mai estraniante, lontano e alieno. “Cthulhu” sembra essere una parola dissonante, per questo “remota”, “extra-terrestre” e quindi ancestrale e antica. Sicuramente ha a che fare con un qualcosa che si perde nella notte del tempi. Tuttavia, Lovecraft, essendo un visionario, ha l’accortezza di intrattenere il lettore stimolando la sua immaginazione. Per questo motivo, facendo leva sulla componente non solo emotiva, ma anche visiva, immagina che sia stata trovata un’illustrazione ( prodotta e riportata dallo stesso autore adottando l’impronta dello “pseudo-realismo”, come per il “Necronomicon”), del suddetto mostro. Di conseguenza le sue fattezze fisiche, seppur aliene, ci vengono ben descritte.

Si tratta di una figura antropoide, con la testa simile a quella di un cefalopode, piena di tentacoli, simile ad un polpo. La pelle lascia trasparire l’interno. Un altro tratto caratteristico è quello del suo odore, un olezzo immondo che l’essere emana dal suo corpo e che sembra provenire dagli angoli più pestilenziali degli abissi marini. Il corpo è dotato di ali membranose e le sue mani hanno grossi artigli.

Cthulhu è la “creatura cosmica” più famosa, ma di certo non l’unica. L’autore ha prodotto un vero e proprio patrimonio di racconti e scritti volti ad approfondire l’universo dei “grandi antichi” che non a caso è passato alla storia come “ciclo di Cthulhu”.

Lovecraft quindi, oltre a cavalcare l’onda della narrativa “horror” alla Edgar Allan Poe, è stato uno degli ideatori di una linea di pensiero filofico-artstica del tutto inedita: il “cosmicismo”. Sebbene fosse un agnostico convinto, il suo “ateismo” si presenta in un modo alquanto originale. Lovecraft non è privo di una visione divina dell’esistenza. Il “Dio” lovecraftiano esiste, ma di certo non risponde ai canoni del dio giudaico-cristiano. Il “Dio” di Lovecraft è più che altro un “concetto”, un mistero di cui i “grandi antichi” sono una mera espressione. Non è Uno, non è necessariamente il creatore, e non è sicuramente un’entità “personale”. E’ un mistero, un universo di esseri, realtà ed entità inaccessibili, troppo grandi per l’essere umano. In un certo senso, il cervello umano è come quello di un insetto, rispetto alla conoscenza di queste creature ancestrali che vengono direttamente dagli abissi remoti del cosmo. Per questo motivo le divinità di Lovecraft non sono né buone né cattive e non personificano concetti esistenziali come quello del Bene e del Male. Esse sono entità “superiori”, disinteressate e avulse dagli avvenimenti della Terra, o di altre “piccole” simili realtà. La loro indifferenza è il naturale comportamento di qualcuno o qualcosa che vive e agisce in una dimensione più alta. L’uomo è dunque insignificante e in balia di dinamiche autonome, aleatorie e indifferenti. Un pensiero cupo, quello di Lovecraft, che di certo non lo ha fatto amare fin da subito dai suoi contemporanei, né tanto meno dalla critica letteraria dell’epoca. Certamente Lovecraft navigava controcorrente. In un’ epoca di innovazione e progresso scientifico, l’autore in questione è rimasto invulnerabile alla tentazione della superbia dell’uomo di credersi come lo scopritore e il conservatore dell’estrema conoscenza. E’ davvero suggestivo notare come dall’espansione delle scoperte scientifiche Lovecraft non abbia percepito il senso della grandezza dell’uomo, ma al contrario, la sua limitatezza. Se quello del “cosmicismo” o dell’ateismo lovecraftiano può sembrare una visione pessimistica dell’essere umano e della sua condizione esistenzialista, dall’altro, forse è da considerarsi come una percezione molto umile e modesta, che forse deve ogni tanto ripresentarsi nella sensibilità dell’essere umano. Riconoscere il limite non è sempre sinonimo di autocommiserazione o impedimento. Dalla percezione del nostro essere “finito” possiamo navigare con prudenza nell’ambito della scoperta, della conoscenza e ovviamente anche nei meandri della vita quotidiana, percependo la Natura e la vita con quel rispetto, quel timore e quello stesso fascino, quello stesso senso del “sublime” con cui Lovecraft ha sentito, prima di tutti, il “richiamo di Cthulhu”.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.