• 14 Giugno 2024
Cultura

I mostri hanno da sempre stimolato l’immaginazione dell’essere umano. La visione di creature anomale e aliene suscita un misto di ammirazione e terrore, un contrasto che affascina ed è il motivo per cui la figura del “mostro” è sempre stata centrale nelle culture dei popoli, nella Mitologia, nella Letteratura, nell’Arte e infine nel Cinema. Spesso questi esseri sono custodi di una storia ancestrale che si perde nella notte dei tempi, portatori di segreti e di misteri. E forse la paura che si prova nell’incontrarli si basa proprio su questo senso dell’ignoto, del mistero, che ci terrorizza ma ci attrae, come Ulisse nella caverna di Polifemo. Il mostro può essere malvagio, divino, potente, distruttivo, ma anche benigno, innocente o indifferente. Può essere il Leviatano con simbologie religiose e teologiche, il drago orientale portatore di saggezza, il drago occidentale allegoria del male, o ancora   espressione della Natura, sia brutale che incompresa, sia carnefice che vittima. Tuffiamoci nel mondo di alcuni dei mostri che animano la nostra fantasia, per scoprire cosa  sono, cosa rappresentano, e per capire, forse, anche qualcosa su noi stessi.

Innanzitutto la parola mostro deriva dal latino “monstrum” che significa “prodigio”, “segno divino”. In origine, dunque, si tratta di qualcosa di anomalo, qualcosa di stravagante che porta con sé il mistero della forza creatrice dell’Universo. Nella Bibbia ad esempio compare il Leviatano, un sorta di enorme serpente marino. In questo caso la figura rappresenta il caos primordiale, il disordine ancestrale, la potenza divina oppure lo stesso Male, a seconda delle interpretazioni. In ogni caso pare che la creazione del Leviathan sia stata volontà di Dio, e in quanto tale segno materiale della sua potenza. In questa creatura si può leggere anche una metafora della Natura, dove il bene e il male si combinano dando origine a qualcosa di “mostruoso” e di conseguenza sublime nella sua grandiosità. E come per il Leviathan, la Bibbia è piena di altri “mostri”, ancora espressione della potenza creativa del divino, della sua essenza irraggiungibile. E’ il caso anche del “Behemoth”, ad esempio. Si tratta di un colosso spesso rappresentato con fattezze umanoidi e pachidermiche. I mostri sono spesso rappresentati come “strani animali” o combinazioni di essi, a volte con elementi umani, probabilmente per questioni di relazionabilità. Pensiamo per esempio alla “Chimera” della mitologia greca, una creatura spesso alata, con il volto di leone, la coda di serpente e una testa di capro sulla schiena. Oppure si pensi a Cerbero, il cane infernale a tre teste,  Ma quale può essere il motivo per cui i mostri sono spesso animali? Questo probabilmente perché per l’essere umano la scoperta di una nuova creatura ha sempre suscitato timore, a volte ribrezzo e fascino. La stravaganza di un animale, visto per la prima volta (pensiamo per esempio allo stesso elefante, dalle fattezze grandi e dalla proboscide prominente) ha fin dai tempi più antichi inculcato nell’essere umano il mistero della “creazione” e quindi degli animali come espressione del “creatore”, del divino.

L’associazione del mostro con il “metafisico” è presente anche nella Letteratura, in modo particolare facciamo riferimento ad un autore americano nel ‘900 che ha fatto dei “mostri” uno dei punti cardini della sua produzione narrativa. Stiamo parlando di H.P.Lovecraft, scrittore originario della città statunitense di Providence, che ha creato una vera e propria “mitologia”, un intero universo di esseri mostruosi e ancestrali che più che creature sono vere e proprie divinità, con l’unica differenza che non hanno una consapevolezza personale, come nel caso del Dio biblico, bensì sono caratterizzati da una vera e propria “indifferenza”. La loro “antichità” e la loro imponenza li presentano come custodi di una sapienza impenetrabile e di un potere inaccessibile all’ essere umano. Gli uomini sono come le formiche e i “mostri” di Lovecraft sono come le persone che le calpestano senza neanche rendersene conto. L’incredibile distanza tra l’uomo e i “grandi antichi”, così come Lovecraft li definisce, sta alla base della sua visione, così come ci viene presentato nel suo manifesto, il racconto intitolato “il richiamo di Cthulhu”, nome attribuito al mostro Lovecraftiano per eccellenza. Si tratta di un essere colossale, oggetto di un vero e proprio culto religioso, di cui si trovano raffigurazioni e manufatti dedicati in varie parti recondite del globo. E’da apprezzare l’immaginazione dettagliata con cui Lovecraft lo descrive: stazza colossale, corpo umanoide, testa da cefalopode con tentatoli, due enormi ali sulla schiena. Questi Antichi esseri sono misteriosi, irraggiungibili e ogni tentativo umano di comprenderli diventa vano. La visione stessa di queste creature porterebbe alla pazzia o addirittura alla morte. Ecco che il “dio” di Lovecraft si distanzia da quello delle religioni abramitiche, ma diventa “alieno”, un essere appartenente ad universo incomprensibile, autonomo, distaccato dagli eventi della Terra e dunque unica testimonianza di un “ignoto” che resta tale perché semplicemente troppo grande per essere compreso.

Ma i mostri possono anche essere rappresentazione di un trauma subito. Dopo la seconda guerra mondiale, l’esperienza delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 ha segnato profondante la coscienza e la storia del Giappone. Un vero e proprio trauma resta impresso nella cultura giapponese e che negli anni ’50 del ‘900 trova espressione nella figura di uno dei mostri cinematografici più famosi di sempre. Stiamo parlando di “Godzilla”. Tutti lo conoscono come una sorta di grande dinosauro o lucertolone. Ma nella sua concezione originane, Godzilla rappresenta proprio lo “spettro” di una forza distruttiva, di una calamità, come quella della bomba atomica, inarrestabile e incontrollabile. Ed è per questo che Godzilla è di per sé un mostro “nucleare”, che si alimenta e vive di radiazioni, che ne fanno la sua linfa vitale e alimentano la sua arma principale, il potentissimo “respiro atomico”, un fascio di energia nucleare che il mostro sputa dalla sua bocca incenerendo tutto quello che incontra. Insomma, Godzilla è una sorta di “bomba atomica” vivente, una metafora di quel trauma di cui il Giappone sentiva ancora il peso. Ma perché creare un mostro del genere? Perché riaprire una ferita ancora così attuala e “fresca”? Probabilmente, per quanto paradossale possa essere, trasfigurare il dolore, vestirlo di altre forme, con un tocco di creatività, aiuta a smontarlo e ad esorcizzarlo. Ed è proprio questo uno dei motivi che sta alla base della nascita di “Godzilla”.

Ma se da un lato i mostri sono forze della Natura, figure ancestrali, potenti, irraggiungibili e “divine”, dall’altro il “mostro” resta tale finché non lo si conosce. Cosa succede se tra uomo e mostro viene a crearsi un legame? E se il mostro non fosse un carnefice ma in realtà una vittima? Se i veri mostri fossimo noi? A tutte queste domande, nel 1933,  il produttore e regista M.C.Cooper cerca di dare una risposta con la creazione del capostipite dei mostri cinematografici per eccellenza. Stiamo parlando dell’iconico “scimmione” conosciuto come “King Kong”. Non solo è il protagonista di una delle storie di avventura più coinvolgenti di sempre ma è un “mostro” buono, una scimmia incredibilmente enorme (circa otto metri) che si lascia ammaliare alla visione di una bionda. Un’infatuazione che porta l’animale a trattenere presso di sé l’umana. Essendo un animale è “logico” per lui, come può esserlo per un bambino, lasciarsi andare all’istinto della possessivitá di qualcosa o qualcuno che, per un motivo o per un altro, lo ossessiona. Eppure la donna di cui si infatua rappresenta più di un semplice “trofeo”, rappresenta qualcosa per cui battersi. E così insieme all’ossessione egoistica, Kong combatte e la protegge contro  tutti i pericoli del suo habitat naturale, quello della famigerata “isola del teschio”, una terra antica piena di animali preistorici e forme di vita perigliose e bizzarre. Insomma Kong è sicuramente un “mostro” che incute timore per la sua forza e la sua stazza (non a caso viene venerato come un dio dagli indigeni dell’isola e ancora una volta abbiamo l’associazione mostro-prodigio divino)  ma è quanto mai fragile, innocente e incredibilmente umano, un’umanità che appare fin da subito immediata già dal fatto che si tratti di una scimmia, quindi la creatura più vicina all’Uomo. Kong è sì una potenza “fuori controllo”, ma risulta un “gigante buono”, un’animale senziente ed emotivo. Si discute anche sul fatto che la storia di Kong sia sorprendentemente una delle più “romantiche” mai concepite. Seppur nella sua forma più istintiva e primordiale, l’ossessione di Kong per Anne Darrow (questo il nome della ragazza) è stata reinterpretata come anticamera di un rapporto di affettività e di “amore” nella magistrale rivisitazione cinematografica del King Kong del 2005, diretta dal regista premio oscar Peter Jackson ( regista della trilogia de “il Signore degli Anelli”). La finitudine di Kong, che fa vanificare tutta la grandiosità attribuitagli dall’essere umano, prima come “dio” dagli gli indigeni, poi come “re” (con l’appellativo “King”) per il “mondo civilizzato”, raggiunge il suo apice verso la fine della sua storia. Qui infatti Kong, dopo essere stato catturato, conclude il suo viaggio morendo per mano degli uomini. La tragicità risulta essere dominante e ineluttabile in tutta la sua vicenda. Quando Kong si libera dalle catene e ritrova Anne Darrow, diffondendo il terrore nella città di New York, la scimmia si arrampica fin sopra l’Empire state building, il famoso grattacielo. Ed è lì che, in un’immagine ormai iconica, alcuni biplani vengono inviati per uccidere la bestia, missione che si conclude con successo. Nell’assurdità di questo racconto, tra mistero, avventura e terrore, il King Kong, che ci viene presentato sin dall’inizio come il “mostro cattivo” assume piano piano le caratteristiche di una vittima di un altro “mostro”, lo stesso essere umano, che per vanità e potere continua a soggiogare la natura e a distruggerla. Ecco che la narrativa ci presenta un personaggio nel quale ci rispecchiamo, in quanto uomini, mettendo a nudo tutte le nostre meschinità e dalle quali possiamo anche trarre la consapevolezza della nostra recondita ed intrinseca “mostruosità”. Ma forse è proprio la consapevolezza del “mostro” dentro di noi che può aiutarci a vedere l’altra faccia dell’umanità, quella che brilla di umiltà, di curiosità, sete di conoscenza, amore per la vita  ed empatia per noi stessi e pee le creature del mondo in cui viviamo.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.