• 13 Aprile 2024
Diario

Enea fuggì da Troia in fiamme, conquistata dagli Achei, portandosi sulle spalle il vecchio padre Anchise, la sua mano conduceva il figlioletto Ascanio verso l’ignoto mondo mediterraneo. La rappresentazione virgiliana della continuità delle generazioni. E nello stesso tempo la raffigurazione della Pietas romana fondata  sul rispetto per i vecchi, i giovani e i defunti, oltre che sull’amore per gli Dei. Una pietà, si potrebbe dire, per la sofferenza degli altri, dei condannati da un Destino contro cui nulla possono opporre. L’etica dell’Eneide ritorna, come tutte le immagini grandiose che hanno dato un senso alla civiltà un senso in questi tempi di strage degli innocenti come monito, purtroppo non come fattualità. I giovani, infatti, vittime dello sconvolgimento pandemico  non reggono il dolore e la debolezza dei vecchi che se ne vanno. E non trovano le repliche di Enea che possa sorreggerli. Con loro si portano via  la nostra memoria. I vecchi silenziosamente    continuano a chiudere gli occhi portandosi via quel che già poco era apprezzato per via dei costumi del nostro tempo: il piccolo scrigno dei ricordi che la mia generazione custodiva accogliendo i racconti che fuoriuscivano da quelle labbra arse dall’età e ancora capaci, tuttavia, di un lieve sorriso accompagnato ad una carezza. Dove sono finiti i tanti sconosciuti Anchise?

Ecco, tra le molte oscenità che non perdonerò al mio tempo, ora che anch’io sto diventando vecchio, è il disprezzo della memoria, l’assoluto “ingombro” di chi possiede grani di saggezza fastidiosi da ascoltare. Sì, è vero il cinismo che accompagna le nostre vite ha fatto dei vecchi un “problema”, Stanno lì, ai margini dell’indifferenza, residui di epoche vicine e lontane che non hanno la forza di attrarre l’attenzione del passante ipnotizzato da un orizzonte indecifrabile. Con le pietre del passato, ci viene detto, non si costruisce nulla: chissà se la pensano così gli agonizzanti da coronavirus.

I materiali che si preferisce impiegare sono altri: meno resistenti, più economici, maggiormente malleabili. Destinati a un deperimento precoce, tanto per non avere l’incombenza della custodia, del restauro, della manutenzione. E scolora così, nella dimenticanza, il debito tramandatoci da chi ha attraversato il tempo prima di noi. Seppur s’eclissa la bellezza, resta il suo simulacro nell’abbandono cui ci dedichiamo recitando estetizzanti mantra che esaltano l’effimero come destino, tra le cui amorevoli braccia, si dice, inevitabilmente troveremo la quiete.

Neppure l’arte o la musica resistono al vento della corruzione: persistono fino a che dura il lamento, ma non si riproducono nell’aridità di anime sfinite dall’estenuante opposizione alla depredazione di ciò che le rendeva ricche, feconde, seducenti. L’oblio sta vincendo la sua partita sulla memoria e trafuga qualsiasi cosa non abbia a durare lo spazio di un banale utilizzo. Come i vecchi morenti.

Economizzare il piacere o il peccato, la virtù o il vizio, la gioia o il dolore è indifferente. Ricordare è verbo da espungere dal vocabolario della modernità. Perché insopportabilmente osceno di fronte all’infinito nulla cui deve ridursi la vita affinché non abbia obblighi verso la morte e dunque nei confronti della posterità. L’attimo è l’interruzione continua di un sentiero. Uccidere la memoria equivale a svaligiare il futuro. La sua essenza, infatti, non è tanto quella di rinnovare il passato celebrandolo nel presente, ma volgersi all’avvenire per fornire i frutti delle esperienze, delle storie, delle passioni alle generazioni future. È «il ventre dell’anima», diceva Sant’Agostino. Mentre San Tommaso la vedeva come «il tesoro e il posto di conservazione della specie». La memoria, della quale i vecchi sono e restano i testimoni, ha cominciato a svanire quando le ombre del sacro si sono ritratte alla nostra conoscenza e la rivelazione della povertà umana non ha armato le coscienze di fronte all’esposizione della sua nudità, ma ha convinto i maestri del pensiero ad ammantarla di orpelli fatui atti a dimostrare che perfino senza un passato, e dunque, senza il riconoscimento del Principio, poteva esserci un avvenire.

Ecco i risultati dell’affermazione  della menzogna nel popolo degli immemori. Le tracce del passato si sono cancellate, la didattica della Ragione non prevede l’immersione nella liquidità delle origini, il sogno del futuro è abrogato dalle consuetudini che sistemano nelle menti l’orrore della memoria soltanto come etereo simbolo di scarnificati predecessori destinati a essere dimenticati in pochi decenni. La cultura del sepolcro, insomma, è l’alibi per sostenere la fine della storia, e quindi della continuità dello spirito.

La cultura dell’evanescenza prepara il nichilismo, l’approdo al nulla giocando sulla devastazione della memoria fino a negarla perché così l’ossessione ad afferrare ogni cosa, usarla, gettarla, farla diventare rifiuto sollecita il consumo che solo genera passioni al suo livello, cioè a dire dolori e gioie che non durano. Finzioni, insomma. Privi di memoria non dobbiamo fare i conti con noi stessi. Perché non dobbiamo tramandare nulla. E, dunque, siamo esentati dal coltivare obblighi con il passato. Negandoci questo possiamo essere liberi dall’ossessione del futuro. Noi, prodotti della civiltà, in realtà contiamo meno di ciò che consumiamo. E il fine che del tutto inconsapevolmente perseguiamo, per quanto orrendo, al punto di non ammetterlo quando ci viene fatto osservare, è la rimozione di noi stessi. L’oblio totale, assoluto, inappellabile. La condanna della memoria, sopraffatta dalla dimenticanza. Ma il tesoro più grande che disperde è l’amore. Se non si ricorda che l’essere umano è amore incarnato, è più facile accanirsi contro di lui, stravolgerlo fino ad annientarlo, togliergli i rimanenti attributi spirituali e ridurlo a un meccano o, nella migliore delle ipotesi, a una istanza materiale giustificata dalla voracità con cui si avventa su ciò che la natura o il mercato gli mettono a disposizione. Ma l’amore è dono che non ammette scambio.

Dove sono Enea ed Anchise?

Li cercheremo inutilmente di questi tempi. Ma restano comunque, ad onta della più tragica delle decadenze che la modernità ci ha proposto, come i simboli di una una continuità affascinante e pura nell’ideale della continuità a cui allude. Enea si fa carico di trasmettere alle giovani generazioni la saggezza è la memoria dell’antichità che religiosamente reca sulle spalle. Il piccolo Ascanio, cui il padre tiene la mano, nell’apologo lirico virgiliano, è colui che è erede di quella tradizione che il padre intende mettere ai riparo dallo sfacelo di Troia. E ci sovviene la nostra condizione tra quei tre soggetti che fuggono per guadagnare l’avvenire. Il  vecchio padre, il giovane uomo, il fanciullo frastornato eppur fiducioso. Oggi questo trittico che riassume la traduzione è totalmente distrutto. I giovani, soprattutto, stanno perdendo se stessi. A quanti di loro il Coronavirus ha portato via la vita pur facendoli restare fortunatamente tra di noi? Oggi non si danno ragione dell’esclusione dal mondo – da quel “loro” promettente mondo – per via di un accidente del destino che impotenti subiscono. E ragionevolmente si preparano al peggio, vale a dire ad accettare un domani privi di progetti, di idee, di speranze, di entusiasmi. E soprattutto non hanno un uomo come Enea che li tiene per mano e li traghetta verso un domani che fanno fatica ad immaginare. La memoria se n’è andata; l’avvenire, per molti, sarà opaco, difficile da affrontare, forse un incubo.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.