• 11 Aprile 2026
Cultura

Nel 1870 Alfonso Meomartini, dieci anni dopo l’unità d’Italia, diede avvio alla sua impresa storico-letteraria: I Comuni della Provincia di Benevento. Quel libro, che provava a raccontare agli stessi abitanti di una Provincia che non esisteva prima della nascita dello Stato nazionale italiano, fu pubblicato prima nel 1884 con saggi sparsi, poi nel 1907 e nel 1970 in forma unificata dal tipografo beneventano Giuseppe de Martini e, quindi, in una gran bella edizione da Gennaro Ricolo nel 1985. Oggi non è facile trovare un esemplare di quel libro, né nella versione del de Martini, né nella edizione Ricolo, ed è necessario bussare alla porta della Biblioteca di Palazzo Terragnoli se si desidera leggerlo o consultarlo. Quello storico testo è, per la provincia beneventana o sannita, una sorta di classico e non sarebbe male ripubblicarlo. Infatti, attraverso le belle pagine di Alfonso Meomartini passa ancora il senso e il sapore dello spirito risorgimentale che abitò, nel bene e nel male, anche quello che fu chiamato “il Sannio brigante”. Nella storia o, meglio, nelle notizie sparse che qui daremo di Pontelandolfo e Casalduni c’entrano sia i briganti e i contadini, i disperati e gli esclusi, sia la rivoluzione nazionale italiana che fece sentire le sue motivazioni anche nella plurisecolare enclave pontificia di Benevento.

Casalduni è situato alle falde d’una cortina del Matese ed è distante poco più di venti chilometri da Benevento, poco più di cinque da Ponte – comune con il quale una volta era un sol comune – e otto chilometri sparsi da Pontelandolfo. Il paese di Casalduni – rilevava giustamente proprio il Meomartini – non ha notizie che siano antiche. Il nome, piuttosto: Casalduni. In origine – vi sono pochi dubbi – fu un casale e non un territorio con propria autonomia. Come casale o suffeudo esisteva al tempo dei Normanni, degli Angioini e il suo destino è stato sempre quello di passare di mano in mano, di signore in signore, dai Caracciolo ai Carafa ai Sarriano. Fece parte del Molise dal 1811 fino al 1861 che è l’anno della nascita dello Stato italiano e dell’incendio di Pontelandolfo e di Casalduni. Ossia il fattaccio che in tempi recenti ha dato ai due paesi dell’Alto Sannio Beneventano una notorietà nazionale. Prima, però, due parole proprio su Pontelandolfo il cui nome dichiara a chiare lettere l’origine longobarda. Il paese è nominato la prima volta fa Falcone Beneventano nella sua cronaca nell’anno 1138. Dice con mirabile sintesi il Meomartini: “Il re Ruggiero il Normanno se ne impadronì in quell’epoca, e poscia l’incendiò, per vendicarsi del Conte di Ariano, chiamato parimenti Ruggiero, non che dei partigiani di lui. Falcone, scrittore del tempo, chiama spiccatamente questo paese Pontem Landulphi”. La storia di Pontelandolfo è ricca, in Italia e Oltreoceano, ed è popolata di genti fiere che diedero alla storia nazionale figure emblematiche sia nel campo della rivoluzione sia nel campo della reazione. Non è un caso che oggi il nome di Pontelandolfo è associato alla difficile storia post-unitaria in cui nel Mezzogiorno si cercò, dopo decenni a partire dal 1799, ancora una volta la via della contro-rivoluzione o dell’insorgenza. E’ in questi fatti che s’inscrive la storia dell’incendio di Pontelandolfo e di Casalduni che in tempi recenti è stata trasformata, in modo manipolatorio, nella falsa storia dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni. Non a caso proprio il Meomartini, che scriveva proprio a ridosso di quei fatti nulla dice di inesistenti eccidi e fa solo un accenno e tira dritto: “E’ pur troppo risaputo che Pontelandolfo venne saccheggiato ed in parte bruciato nel 1861 all’epoca della famosa reazione”. Vediamo, allora, quanto realmente accadde.

L’11 agosto 1861 a Casalduni 41 soldati dell’esercito italiano, nudi e inermi, vennero trucidati sulla piazza di Casalduni. A dare l’ordine fu il sindaco borbonico Luigi Orsini. L’autore materiale del massacro fu Angelo Pica con la sua banda. Questo è il vero e unico eccidio storico dei fatti che sono passati alla storia come i fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Infatti, il 14 agosto 1861 a Pontelandolfo non ci fu nessun eccidio: morirono 13 persone, la metà fu vittima di vendette trasversali tra pontelandolfesi – il “vendicatore” fu Simone Rinaldi Piscitella che fece uccidere i due figli patriottici di Nicola Rinaldi e lui stesso uccise altri due compaesani – e l’altra metà erano vecchi che non lasciarono le case che furono incediate. Ciò che non si dice sui fatti dell’alba del 14 agosto è che c’era un piano studiato a tavolino per catturare altri soldati italiani e massacrarli ancora. Ma il piano saltò per una pura casualità della storia. Ora vi racconto in sintesi tutta la storiaccia.

Il 1° agosto i briganti ricattano il sindaco di Pontelandolfo: o paga o il paese sarà attaccato dalla banda di Cosimo Giordano.

Il 7 agosto la banda Giordano arriva, s’impossessa del paese, fa quattro morti e con il sacerdote don Epifanio si costituisce una sorta di governo borbonico. Il 10 agosto il generale Cialdini invia un telegramma al governatore di Benevento, Gallarini, affinché il colonnello Negri si porti a Pontelandolfo per ripristinare ordine e libertà.

L’11 agosto giungono da Campobasso i soldati del tenente Cesare Augusto Bracci che ha l’ordine di fermarsi sulla piana di Sepino per restringere il raggio d’azione della banda Giordano. Invece, il giovane tenente commette un errore: non si ferma, prosegue verso Pontelandolfo con una bandiera bianca ma il capo del paese, don Epifanio, lo accoglie con i compaesani a fucilate. I soldati prima si rifugiano nella torre medievale, poi escono dal paese nel tentativo di andare verso Caserta. Ma vengono chiusi tra Pontelandolfo e Casalduni. Catturati. Disarmati. Uccisi a sangue freddo.

Il 13 agosto il generale Cialdini, che ancora non ha avuto notizie del colonnello Negri che ancora non ha ricevuto il telegramma, dà un nuovo incarico al maggiore Melegari che parte da Napoli con l’ordine di recarsi a Casalduni e Pontelandolfo e porre rimedio a una situazione scappata di mano. Il maggiore Melegari si mette in marcia ma non sa che tutti sanno del suo arrivo. Infatti, all’alba del 14 agosto Melegari giunge a Casalduni ma trova il paese disabitato. Tutti si sono portati su di una collina in attesa degli ordini della banda Giordano. Il piano è semplice ma funziona perché aveva già funzionato l’11 agosto. La banda di Giordano è appostata ai piedi di Pontelandolfo e attende che i soldati, dopo aver incendiato Casalduni, si spostino verso Pontelandolfo dove sia la banda organizzata sia i pontelandolfesi non dormono ma attendono per far scattare la trappola. E’ a questo punto, però, che accade l’imprevisto: il colonnello Negri la sera del 13 agosto è rientrato a Benevento e finalmente ha ricevuto il telegramma che avrebbe dovuto ricevere l’11. Si è messo in marcia con i suoi soldati ed è giunto a Pontelandolfo insieme con la Guardia Nazionale. La banda Giordano che doveva sorprendere è sorpresa e si trova proprio tra due fuochi invece di essere lei a chiudere in una morsa i soldati di Melegari. Il piano salta. Giordano non ci pensa minimamente a fare l’eroe della resistenza legittimista e si mette in salvo. I soldati di Negri e la Guardia Nazionale guidata dal patriota De Marco sfollano il paese e danno fuoco solo ad alcune case. Questa è la storia dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni – tutta documentata nei libri miei (Pontelandolfo 1861. Tutta un’altra storia, II edizione, Rubbettino), di padre Davide Panella, Silvia Sonetti, Ugo Simeone – che negli ultimi anni è stata manipolata fino a manipolare le stesse istituzioni, dalla Provincia di Benevento al Quirinale. Ma la verità storica è rinata ed è tempo di rendere omaggio ai soldati italiani uccisi due volte: dai briganti di ieri e di oggi.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.