• 18 Giugno 2024
Editoriale

Riforme istituzionali: altro giro, altra corsa ma solito copione. C’è chi le snobba, chi evoca aventini e chi minaccia barricate. La sceneggiatura, insomma, prevede tutto ad eccezione del serrato confronto nel merito del testo presentato dal governo sotto il nome di premierato, che pure sarebbe stato lecito attendersi da un Parlamento sempre incinta di riforme manco fosse la mamma dei cretini. Dialogo impossibile, dunque. Almeno per ora. E questo nonostante l’elezione diretta del presidente del Consiglio non rappresenti certo la prima scelta di Giorgia Meloni, che infatti un anno fa le elezioni le vinse (anche) grazie alla bandiera del presidenzialismo, cioè dell’elezione diretta del Capo dello Stato. Averla ammainata per issare al suo posto quella del premierato voleva essere un segnale di disponibilità al dialogo, sbrigativamente lasciato cadere da un’opposizione (tranne Renzi), più sensibile alla suggestione del filo spinato che all’impegno del filo di cotone. Pazienza.

Il risultato è l’incomunicabilità tra le forze parlamentari, il sopravvento della propaganda sulla politica e la confusione nella testa dei cittadini, il cui parere pure conta visto che sarà probabilmente un referendum popolare a scrivere la parola fine su quest’ennesimo tentativo di riscrivere parte della Costituzione. Ma è proprio una bocciatura popolare del quesito il sogno nel cassetto di Elly Schlein e Giuseppe Conte. D’altra parte, nei due precedenti del 2006 e del 2016 furono i governi – rispettivamente Berlusconi e Renzi – a uscirne con le ossa rotte. Un motivo in più per consigliare a quello guidato dalla leader di Fratelli d’Italia di dosare in eguale misura audacia e saggezza. Della prima, in realtà, non resta molto dopo la decisione di avvoltolare il vessillo del presidenzialismo in favore di un premierato di incerta definizione e circondato da mille diffidenze, neanche tutte infondate o interessate.

Certo, la politica ha le sue leggi e la ricerca del consenso le sue necessità. Ciò nonostante, è difficile comprendere – a proposito di audacia – la corsa a dispensare rassicurazioni sulla “innocuità” del premierato rispetto agli attuali poteri del Capo dello Stato e alle prerogative del Parlamento scattata tra gli stessi mentori della riforma un secondo dopo la sua presentazione. Ma se così, che fretta c’era? E, soprattutto, a che cosa serve il nuovo testo se alla fine lascia tutto com’è, pur cambiando tutto? E ancora: a consigliare tanto «sopire» e «troncare» è insospettata saggezza o solo, per dirla con Lucio Battisti, «la prudenza più stagnante»? Nel dubbio, due certezze s’impongono. La prima: cedere per non perdere equivale spesso a perdere dopo aver ceduto; gli schemi gattopardeschi – è la certezza numero due – funzionano alla grande solo nei giochi di società in uso ad aristocrazie e a ceti dominanti mentre rischiano di rivelarsi illusori e controproducenti in un “testa o croce” referendario con protagonista il popolo pagante.

Meglio perciò parlar chiaro e dire, ore rotundo, che le Costituzioni, compresa quella «più bella del mondo», sono scritte da uomini e sono pertanto modificabili da altri uomini quando lo impongano le sfide poste dai tempi nuovi. Del resto, che anche la nostra Carta fondamentale non sia stata dettata a Mosè sul Sinai è certezza che si ricava dal fatto che gli stessi Padri costituenti ne fissarono, all’art. 138, la procedura per poterla modificare, sia pure prevedendo  in tal caso un iter “aggravato” rispetto a quello previsto per il varo di una legge ordinaria, ivi compreso l’indizione di un referendum confermativo nel caso la riforma non ricevesse l’approvazione dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera alla seconda votazione. Ma se questo è vero, com’è vero, perché non si parla del merito del premierato ma solo di quanto potere esso rosicchia ora al Quirinale ora alle Camere? L’esito di questo non-dibattito è paradossale: tra sostenitori che fanno a gara nel rassicurare e detrattori che giocano a chi la spara più grossa denunciando ora «posture autoritarie», poi «torsioni antiparlamentari» e, infine, «derive da democratura» e altre amenità del genere, è difficile per chiunque capire che cosa bolle davvero nel pentolone della riforma. La cui sostanza politica, ridotta all’osso, si gioca essenzialmente intorno a due poteri, entrambi oggi di competenza del Presidente della Repubblica (art. 66 della Costituzione): scioglimento delle Camere e nomina e revoca dei ministri.Siamo al punto: continueranno ad abitare al Quirinale anche quando a Palazzo Chigi risiederà un inquilino legittimato da un’investitura diretta e popolare? Se “sì”, la riforma non è tale ma è solo la continuazione di Scherzi a parte con altri mezzi; se “no”, bisognerà rivendicare la novità epocale e attrezzarsi alla battaglia. Quel che invece non si può fare è spacciare il premierato come “innocuo” salvo poi annunciarlo come la «madre di tutte le riforme». O l’una o l’altra. Diversamente, dovremmo prepararci ad assistere ad un’altra campagna referendaria incentrata sull’anti-casta, questa volta con i senatori a vita nel mirino, mentre l’opposizione tenterà di inchiodare il governo alle liste bloccate del Rosatellum con l’obiettivo di rendere la legge elettorale il vero convitato di pietra della disputa tra il “sì” e il “no”. Sarebbe, insomma, l’ennesimo incontro di wrestling tra opposti populismi. Dovesse realmente andare così, che nessuno poi si lamenti se nel frattempo il popolo, quello vero, si sarà limitato a sgranocchiare pop corn.

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).