• 13 Aprile 2024

L’avvicinarsi della fine dell’anno ha un sapore strano, come se approfondisse il sentimento dell’estraniazione dal mondo nel quale siamo immersi da quando i venti di guerra si sono fatti impetuosi.  Intendiamoci, non è di consumi e di baldorie che sentiamo la mancanza anche se impropriamente qualcosa del genere, nonostante tutto, in molti non se lo faranno mancare. C’è qualcosa di più profondo che si fa sentire e che in tanti tenteranno di esorcizzare, allontanare, scacciare del tutto, semplicemente negandolo, a riprova che non si è più capaci di stare con se stessi, di avere la solitudine come compagnia. Dovevo essere a Parigi in questi giorni, ma ci ho rinunciato. Conosco lo spirito tetro della città, come dopo l’eccidio del Bataclan, e non mi va di restarmene chiuso in casa attendendo le notizie del telegiornale o vedendo sfilare per le strade pletore di sfaccendati filo-arabi.

Siamo meno liberi: ecco il risultato della guerra portata nel cuore dell’Occidente dai criminali jihadisti, per quanto ancora lontani eppure li sentiamo vicini. Siamo più soli, indiscutibilmente. Ma non sempre è un male in sé quando si è capaci di viverla come una condizione naturale, al netto delle giustificate ansie le più varie.

Guardi o un film anglo-pakistano giorni fa, What’s love , secondo il quale la solitudine è una malattia occidentale. Malattia? E perché?

Credo che accogliere la solitudine come occasione di colloquio con se stessi e di riflessione sulla decadenza fisica e morale, sulla guerra, sulla

povertà che connotano  la nostra esistenza non è di per sé da respingere. È nella solitudine e nel silenzio che nascono e maturano pensieri che possono contribuire a rigenerarci.

La condizione umana ci impone limiti che dovremmo saper accettare e tra i tanti il distacco, quando è il caso, dalla materialità. Non so se i sogni che ogni o coltiva  verranno  fuori rafforzati o affievoliti, ma voglio credere che se sapremo viverla, potremo finanche benedire la solitudine accompagnandola con una preghiera, un segno della nostra fede, un muto sorriso ricordando chi non c’è più e caro ci è stato.

«Ognuno sta solo col cuor sulla terra/ trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera». Così Salvatore Quasimodo. La solitudine è la condizione naturale dell’uomo. Eppure la si sfugge. Come la morte. Entrambe sono connesse all’essere che, inspiegabilmente, ne è terrorizzato. Perciò cerchiamo di liberarci dal pensiero della fine che, al contrario, dovrebbe accompagnarci.

Si fa di tutto per accantonare la solitudine in un angolo remoto del nostro vissuto, considerandola alla stregua di una malattia, come si ricordava nel film. Ci danniamo l’anima costruendoci paradisi artificiali nei quali tanto la solitudine che la morte  devono essere assenti. Eppure quanto più le respingiamo tanto più esse ritornano, in forme inimmaginabili talvolta e quasi sempre in momenti inaspettati, a ricordarci la fragilità delle nostre illusioni. La sera arriva prima di quanto ci si attenda. E trascorso il giorno non resta che il ricordo e, forse, la possibile immagine del domani.

Ma il Tempo senza la contemplazione che cos’è se non un computo matematico, una scansione meccanica, una sequenza di azioni? Con tutta evidenza la contemplazione o anche soltanto la meditazione o il raccoglimento o la preghiera non sono possibili espungendo dalla nostra esistenza la solitudine. Lo credono le «anime belle» che amano tuffarsi nel l’esistenza chiassosa  ritenendo la conquista della materialità il fine ultimo al quale aspirare. E scansano pertanto la solitudine come un fastidio.

Ammiro coloro i quali hanno scelto di essere soli, come i monaci, per essere più vicini agli uomini e a Dio. Ma apprezzo anche quanti nella tormenta dell’esistenza, lacerata da rumori inutili e ossessivi, riescono ad appartarsi in mezzo alla folla. Non hanno un tempio o un romito o una cella sperduta in luoghi impervi, ma sanno cercarsi e parlarsi e connettersi con la propria anima costantemente. Vivono un rapporto con la solitudine probabilmente ritenuto eccentrico, ma non è meno efficace di quello di coloro che hanno deciso di appartarsi dal mondo. Anzi, essere soli sulla terra, amare la terra e nello stesso tempo saper scrutare le stelle, come diceva un solitario per eccellenza, Friedrich Nietzsche, è senza dubbio più esaltante per chi sceglie l’estraniazione allo scopo di trovare la propria realizzazione spirituale.

Ancora Quasimodo soccorre il «moderno» che cerca nella solitudine il suo status: «Nell’isola morta,/ lasciato da ogni cuore/ che udiva la mia voce,/ posso restare murato». Già, si resta come reclusi, consapevolmente, ad ascoltare il silenzio o le flebili voci di dentro che ci narrano storie che nulla hanno a che fare con la mondanità cui pure dobbiamo recare tributi onerosi, giorno dopo giorno, fino alla fine al tempo che ci è stato assegnato. E quel silenzio e quelle voci se sapessimo davvero ascoltarli renderebbero più sopportabile la nostra inquietudine fino a trasformarla in quiete. Come accade quando una melodia scende nel profondo delle cavità creative e pretende la disponibilità all’emozione per incistarsi con l’anima desiderante, quasi assetata di armonie.

Tutto questo è impensabile senza la solitudine ordinatrice anche delle passioni che possono esplicarsi soltanto quando le si interiorizza, le si ama fino allo struggimento. Si dice, però, che nessuno dovrebbe essere solo. E ci mancherebbe altro. La condizione dell’uomo, come soggetto sociale, creatura destinata a perpetuarsi, è quella di vivere in comunità. Ma ciò non significa che le individualità non possano coesistere insieme e nelle stesso tempo distinte spiritualmente poiché ognuno è parte del tutto e il tutto non è omologante, ma organico quando riesce ad armonizzare le differenze. Accade sempre più di rado poiché si è perduto tanto il senso dell’individualità che della comunità. Un morbido caos si è steso sopra le forme viventi. Insomma, la solitudine è una qualità che non implica l’allontanamento dagli altri, ma piuttosto la polifonia.

È ciò che manca oggi nella società disarticolata nella quale l’urlo è l’espressione dell’esistenza di tutti e di ciascuno. Ma l’urlo è la metafora della desolazione, a differenza del silenzio che è metafora della ricchezza nel senso appena indicato. Perciò la disperazione del «murato» di Quasimodo è quasi la rappresentazione di un orientamento che, in qualche modo, ci coinvolge come ammalati di frenesia, senza più tempo per ascoltare altre pulsioni se non quelle che si sprigionano dalla voracità di consumare il tempo, di annullare lo spazio, di spezzare i nessi naturali che ci legano al sovrannaturale.

Dovremmo essere educati alla solitudine. In essa è il fondamento del pensiero e della religiosità. È la sola condizione spirituale che ci immette alla comprensione di ciò che noi siamo come esseri umani,  partecipi di un progetto sacrale. Ma è anche lo strumento per comprendere l’abbandono da ciò che si è amato ed è naufragato. Allora, in solitudine appunto, si può riconsiderare un rapporto, un percorso, un’idea quando sbiadiscono per il sopravvenire di eventi che sembrano portarsi via brandelli di noi stessi. Come la perdita di una persona cara. Fino a quando non si è fatta sera. Dopo, ne sono certo, non è stato più solo. Come non lo è nessuno di noi, soprattutto se ha saputo guardare in faccia, nel corso dell’esistenza, alla solitudine, viverla, amarla, coltivarla per cercare le ragioni ultime (che sono poi anche le prime) di questa nostra esistenza che il volgare frastuono quasi mai riesce a farci vedere per quella che è.

La fine dell’anno si avvicina. La solitudine si fa sentire, ma non credo debba immalinconirci come si teme. Le vicende che la determinano  non possono condizionarci al punto di maledirla. Se riusciamo ad afferrarne il senso possiamo considerarla una benedizione o, almeno, una pausa nella convulsa modernità che davvero è nostra carceriera. 

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.