La studiosa che ha rilanciato la saggezza giapponese
La cultura giapponese è tornata in auge: da diverso tempo, ma soprattutto oggi, non smette di suscitare interesse.
Si pensi che vari musei Italiani ospitano iniziative legate alla civiltà nipponica. A Palazzo Bonaparte, a Roma, è visitabile fino al 29 giugno p.v. la mostra “Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese.”
Ed è stato indetto persino un concorso letterario a tema Giappone, segno di una crescente curiosità di lettori, editori e studiosi.
Il rinnovato interesse riguarda anche le tradizioni che hanno inciso sull’etica e l’identità spirituale del Paese. Ed è grazie a donne e uomini competenti in questo campo se possiamo avvicinarci ad un patrimonio di inestimabile valore. Fra le personalità che si distinguono spicca Ma Anand Tea Pecunia.
Da decenni impegnata nello studio e nell’ analisi di testi buddhisti e giapponesi, con i suoi pregevoli contributi continua a ricordarci la perenne attualità di opere che trasmettono ideali validi in ogni epoca e, forse, mai come nel nostro incerto presente.
Tea Pecunia, lombarda di nascita (Monza) ma profondamente legata alla Liguria, è laureata in Filosofia. Si occupa da molti anni di buddhismo, Zen, classici della letteratura e della storia del pensiero orientale. Autrice, curatrice, traduttrice e consulente editoriale, pratica la meditazione da oltre vent’anni, approfondita con esperti orientali e occidentali, e la insegna a bambini e adulti.
Le sue innumerevoli pubblicazioni comprendono lavori da lei firmati in autonomia, accanto a curatele e traduzioni realizzate insieme a Marina Panatero e alla sorella Genevienne. Due sodalizi che hanno dato vita a una produzione costante, fondata su rigore e accuratezza.
L’impegno della prolifica divulgatrice si fonda sull’idea che la tradizione orientale abbia elaborato, nel corso dei secoli, un percorso etico-ascetico particolarmente ricco e stratificato. Perciò ha privilegiato testi volti alla formazione interiore e morale, e ha puntato su capolavori inerenti alla varietà delle usanze buddhiste e giapponesi. La scelta ricade spesso su tomi che, nell’affrontare tematiche quali responsabilità, cambiamento e disciplina personale, combinano importanza storica e dimensione simbolica attraverso fatti e protagonisti.
Un esempio significativo è Bushidō, La Via del guerriero (Feltrinelli, dodicesima edizione Marzo 2025). Curato con Marina Panatero e tradotto da Yoko Dozaki, il libro si pone l’obiettivo di tramandare la saggezza dei samurai. La struttura presenta una prima parte tematica, seguita dalla sezione centrale in cui compaiono i ritratti dei vari maestri, ciascuno corredato di meditazioni e massime che ne riflettono la visione etica. C’è anche un breve passaggio riservato alle donne samurai, una componente poco documentata che permette di osservare da vicino un aspetto meno noto del passato. Tomoe Gozen, figura leggendaria, incarna una forma di coraggio che si manifesta nell’azione: combatte accanto al marito, affronta la morte con determinazione, indossa lo yoroi delle cronache.
Hojo Masako, vedova di Minamoto Yoritomo, interviene, invece, nella gestione del potere, sostenuta dall’esperienza della famiglia e dal ruolo politico che si ritaglia. Le loro vicende dimostrano che l’immaginario guerriero si esprime in molteplici ambiti, dal campo di battaglia alla politica.
E, soprattutto, aggiungono un tassello alla comprensione di un universo ampio e articolato.
Molto corposo il settore che raccoglie osservazioni e aforismi dei principali samurai. Sono numerosi e colpiscono per la loro attualità. Alcuni sembrano davvero scritti oggi: “un uomo onesto… non guarderebbe mai in una miniera d’oro… Se non si è determinati a preservare la propria onestà… si è spinti a prendere laddove nessuno vede…”. (Yamaga Sokō, pag.118)
Nabeshima Naoshige (1538-1618) guarda invece alla concretezza del vivere.
“Tutti dovrebbero fare esperienza della fatica così come la conoscono le classi inferiori.” (pag.66)
Qui, la parola chiave è fatica, da non riferire, a nostro avviso, a una condizione sociale, ma a un esercizio del corpo e dello spirito. La classe inferiore è citata perché è in quel contesto che lavorare è inevitabile, necessario e non una scelta. Vuole ricordarci che senza una buona dose di sforzo reale, fisico e concreto, si rischia di perdere qualcosa della nostra solidità. È una critica? No, se ne guarderebbe bene, in quanto, a suo dire, conviene andarci piano. L’autore dell’aforisma sa bene che “Chi critica continuamente riceverà un uguale trattamento.” (pag.65)
Lo stesso richiamo alla formazione del carattere, ad un habitus, ricorre nel saggio che Inazō Nitobe scrisse in inglese per gli occidentali, caso rarissimo, intitolato Bushidō. L’anima del Giappone (BUR Rizzoli, 2025). Lo scrittore ricostruisce l’origine di virtù codificate e regole che hanno guidato il modus vivendi e l’educazione dei giapponesi per secoli.
La struttura è lineare: ogni capitolo contiene fonti storiche, esempi e osservazioni sul costume. Nella accurata traduzione di Tea Pecunia l’architettura rimane intatta, consentendo di seguire con chiarezza il processo attraverso cui Niobe metta in relazione principi, pratiche e consuetudini dell’ “anima” giapponese. Lo si vede bene anche nel capitolo inerente alla cortesia, dettagliatamente definita: «Poiché scaturisce dalla benevolenza e dalla modestia, ed è mossa dal riguardo verso la sensibilità altrui, la cortesia è un’espressione aggraziata dell’empatia» … (pag.103). Così spiega la genesi della gentilezza che tutti riconoscono ai giapponesi: un’attenzione spontanea per l’altro, che si manifesta in ogni circostanza. Tuttavia molti europei, scrive, la liquidano definendola un insieme di formalità esagerate, senza capire che è qualcosa che appartiene al loro patrimonio genetico, una disposizione naturale a relazionarsi con gli altri.
Tra i lavori curati da Tea Pecunia merita attenzione anche un altro titolo riguardante l’arte marziale. “La misteriosa tecnica della vecchia gatta e Il discorso del demone sulle arti marziali” di Issai Chōzanshi il quale, vissuto tra il 1659 e il 1741, univa alla conoscenza delle arti del combattimento quella fondata su Zen, taoismo, confucianesimo e shintoismo.
Nei due trattati, nella raffinata traduzione di Yoko Dozaki, emerge la visione del vero spirito delle arti marziali. Chōzanshi evidenzia che la via della spada va oltre le regole della scherma e serve a comprendere, nel “momento critico”, la questione della vita e della morte. Il “momento critico”, quello della prova pratica, può presentarsi nelle occasioni più svariate: durante un attacco improvviso o un pericolo reale. Quando la mente può irrigidirsi o aprirsi, è l’istante in cui occorre decidere cosa fare, È un concetto ricorrente nei testi classici: l’attimo in cui si vede davvero se l’apprendimento è stato interiorizzato. Tale principio è incarnato da figure simboliche, la vecchia gatta e il demone, utilizzate per mostrare che l’azione più efficace nasce dall’assenza di intenzione, dal “fare senza fare”, dal brandire la katana senza averla in mano. La curatrice, nella sua introduzione, richiama un aspetto centrale: lo scopo ultimo non è vincere, ma saper vivere la trasformazione, attingendo ad una condizione di serenità che permette di reagire con lucidità anche nelle situazioni più complesse.
Gentili lettrici e lettori, che speriamo abbiate apprezzato le riflessioni proposte così da voler approfondire la conoscenza del mondo giapponese, vi invitiamo idealmente a prendere un tè insieme a Marina Panatero, Yoko Dozaki, Genevienne e Tea Pecunia. Vorremmo ricambiare la cortesia dei minuti che avete dedicato alla lettura e condividere un vero rituale. “Il cha no yu è più di una cerimonia: è un’arte; è poesia che scandisce i suoi ritmi mediante gesti articolati; è il modus operandi di una disciplina dell’anima.” (Inazō Nitobe, Bushidō. L’anima del Giappone pag. 103)
Forse è proprio in questa sobria misura che il Giappone riesce a indicarci un modo diverso di usare il nostro tempo, anche quando tutto intorno è turbolento.
