Chi non ha mai letto almeno un’opera di Hermann Hesse, alzi la mano. Solo chi non bazzica il mondo della lettura non è mai incappato almeno in una frase o un pensiero dell’autore di “Narciso e Boccadoro”. Una diffusione così ampia nasce fin dai romanzi giovanili, intrisi di spiritualità.
Un’infanzia e una giovinezza difficili, a causa del clima religioso e fortemente oppressivo respirato in famiglia, lo spingono a lasciare Calw, la città in cui era nato nel 1877, con l’obiettivo di trovare un’occupazione ma soprattutto un equilibrio emotivo e psicologico. Cresciuto in un ambiente dove ogni decisione veniva valutata attraverso un codice molto rigido, ben presto sviluppa un’acuta sensibilità e la tendenza a valutare le sue azioni attraverso le proprie percezioni. Invece, attraverso criteri oggettivi analizza la condizione dei giovani che faticano a collocarsi nella società e cercano percorsi coerenti con la loro indole. E li comprende perché a soli ventisette anni ha già sperimentato l’inquietudine dell’uomo moderno, riversata nelle sue opere.
La passione per i libri sfocia nella professione di libraio che esercita mentre continua a scrivere. Proprio in quegli anni, tra il 1904 e il 1919, compone alcuni dei suoi testi più noti, in cui affronta tematiche che ricorreranno di continuo: il bisogno di cercare il senso profondo della vita e della propria identità, senza tradire sé stessi a costo di deludere le aspettative altrui.
In “Peter Camenzind”(1904), in “Sotto la ruota” (1906) e poi in “Demian” (1919) tali questioni assillano i protagonisti che ambiscono a una soluzione che permetta loro di restare fedeli a ciò che si è, senza soccombere a pressioni esterne.
In tutta la sua produzione Hesse mantiene un’impostazione che unisce piano umano e artistico, il tratto più riconoscibile della sua scrittura, anche quando una profonda crisi, vissuta negli anni della maturità, lo mette davanti a un disagio che non riesce più a ignorare. L’incontro con l’analisi junghiana, un vero sostegno in quel periodo di confusione mentale e intellettuale, gli permette di cogliere meglio il funzionamento della sua interiorità e di riconoscere le fragilità su cui intervenire, a partire da quelle sentimentali, palesate anche nella narrativa. Le oscillazioni di Harry Haller ne “Il lupo della steppa” (1927), dimidiato tra desiderio di isolamento da tutto e bisogno di non rinunciare ai piaceri della vita, richiamano dinamiche presenti anche nella sua esperienza personale, segnata da rapporti familiari complessi. La relazione del protagonista con Hermine mette in luce un temperamento che fatica a mantenere regolarità nei legami, come lo stesso scrittore ammette in diversi passaggi delle “Lettere 1895-1962”. Non sorprende, allora, che le sedute con Josef Bernhard Lang, psicanalista vicino all’area junghiana, costituiscano un passaggio decisivo della sua biografia. Nei momenti di maggiore incertezza, si affida al terapeuta, interlocutore competente e razionale, che gli ispirò la figura di Pistorius in “Demian”. Lo studio della psicologia analitica, risalente proprio all’epoca della terapia con il dottor Lang, influenzò la creazione del personaggio di Kamala, in Siddharta (1922). Non è solo una donna, ma la personificazione dell’Anima dell’autore, ovvero la parte femminile inconscia che, secondo Jung, è presente in ogni uomo. Hesse non può negarlo, sostenitore qual è del rispetto della veridicità.
Proprio l’esigenza di verità, così centrale nei suoi personaggi, lo mette alla prova quando le circostanze lo costringono a esporsi in occasione della Prima guerra mondiale. Pur non partecipando al conflitto, si schiera pubblicamente contro il clima di ostilità e nazionalismo che attraversa l’Europa, attirandosi critiche e una conseguente emarginazione. E le accetta. La fedeltà a quanto ritiene giusto, anche quando comporta conseguenze difficili, è una costante del suo modo di essere.
Come si complica il quadro storico, così la sua sfera personale vive tensioni che lo porteranno a scelte tormentate, ma non viene meno il desiderio di ampliare i campi d’indagine che lo avvicina all’ascetismo orientale. L’approfondita conoscenza di questo mondo genera autentici capolavori, nei quali la via spirituale diventa un percorso concreto, fatto di meditazione e disciplina. E se in “Siddharta” il turbamento si manifesta attraverso desideri, rinunce e rivelazioni, ne “Il giuoco delle perle di vetro” (1943) è una prova di rigore mentale. Le due vicende testimoniano che per il narratore la crescita è una scoperta, un impegno che caratterizza ogni tappa della vita, in cui l’individuo è sempre solo ma può arrivare a un notevole risultato: “La solitudine è indipendenza” (“Il lupo della steppa”).
In “Narciso e Boccadoro” (1930) l’isolamento assume una forma ancora più netta. È la condizione attraverso cui ciascuna delle due figure recupera la propria essenza grazie alla lontananza l’uno dall’altra. Narciso la vive come ammaestramento interiore; per Boccadoro è smarrimento, un necessario allontanamento da vincoli che sente troppo stretti. Percorrono strade diverse, ma entrambi scoprono che ogni decisione scaturisce da un confronto con sé stessi.
Dopo ilfallimento del matrimonio con Maria Bernoulli (ma nemmeno i due successivi, con Ruth Wenger nel 1924 e con Ninon Dolbin nel 1931 ebbero un esito positivo), nel 1919 lo scrittore si trasferisce a Montagnola, nel Canton Ticino, sulle colline che dominano il lago di Lugano. Qui trascorre giornate, finalmente serene, tra impegni professionali, letture e attività intellettuali.
La casa sulle colline ticinesi diventa un cardine e il luogo in cui continua a creare opere fino alla morte, avvenuta il 9 agosto 1962.
Gentili lettrici e lettori, non serve aggiungere altro. Immergiamoci in qualche libro di Hermann Hesse per coglierne tutta l’autenticità.
