Una passeggiata fra libri che profumano di giardini, umanità e sensibilità
Di Pia Pera colpisce una cosa semplice: aveva un modo naturale di vivere. Le bastava osservare ciò che aveva davanti. Una pianta che si ostinava a crescere anche in condizioni difficili, una che si indeboliva quando un’ombra la copriva, un’altra che spuntava dove nessuno l’aveva prevista. Studiandole, creava il suo pensiero.
Nata a Lucca nel 1956, Pia Pera compie un ricco percorso culturale: gli studi di slavistica, le traduzioni dei classici russi, l’insegnamento universitario e la produzione letteraria ne costituiscono soltanto una parte.
Con La bellezza dell’asino (Marsilio 1992), esordisce nella narrativa. Si tratta di una raccolta di racconti che esplorano il rapporto tra desiderio, immaginazione e normalità. Le storie oscillano tra realtà e invenzione e analizzano personaggi che cercano un preciso equilibrio nell’affrontare le circostanze che si presentano. La natura appare simile a uno slargo che permette di esaminare sentimenti e moti interiori con maggiore libertà. Il libro, con leggerezza, lascia un messaggio chiaro: le cose semplici possiedono una grazia tutta loro. Nei racconti aggiunti nelle edizioni successive, in tono più meditativo, presta maggiore attenzione agli aspetti legati alla transitorietà e alle trasformazioni. Con Il diario di Lo (Marsilio1995 e Ponte alle Grazie 2018), Pera prosegue questa ricerca interiore scegliendo la forma diaristica in quanto campo privilegiato di osservazione: la voce narrante registra emozioni, esitazioni e i più piccoli spostamenti della prospettiva, affinando la capacità di cogliere le cose che lentamente cambiano nella quotidianità.
Nei suoi libri parla delle scoperte fatte attraverso lo studio, la pratica e l’esperienza. Con L’orto di un perdigiorno (Ponte alle Grazie 2003) introduce il verziere destinato a diventare un elemento chiave della sua produzione. In questo testo, di genere narrativo‑saggistico, descrive un anno di lavoro nell’orto, un registro pratico che include controllo, gestione e riflessione. L’autrice nota che le piante assumono comportamenti differenti, reagiscono alle variazioni climatiche e richiedono costante impegno. La passione per il giardinaggio genera altri volumi, nei quali si domanda cosa insegni la vegetazione.
In Contro il giardino (Ponte alle Grazie, 2002) mette in discussione l’idea dello spazio verde quale luogo perfetto e controllato, smontando le aspettative che lo circondano e invitando a guardarlo senza idealizzazioni. In Ragioni per coltivare un giardino (Ponte alle Grazie, 2012) indaga sul vincolo che unisce colui che si prende cura della sua oasi verde e le specie botaniche che la compongono, evidenziando quanto questa relazione influenzi l’interpretazione della realtà e il misurarsi con il proprio tempo. L’ultimo libro, Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle Grazier,2016) esce nel 2016, lo stesso anno della sua morte. È la sua opera più intima, dove l’amore per fiori e piante diviene espressione di lucidità e resistenza. Qui il giardino segue la fragilità del corpo, segnato dalla SLA che progressivamente le limita i movimenti: non è un semplice sfondo, ma qualcosa di vivo che la sostiene e conforta. Guai se non avesse avuto il suo rifugio verde e la possibilità di scrivere. Il titolo allude al fatto che Pia, nel suo dialogo quotidiano con il giardino, non gli ha ancora parlato del male che l’ha colpita. Definito dalla critica un capolavoro, offre una luminosa testimonianza della forza che la animava.
La scrittura procede con la stessa cadenza con cui si sviluppa un anno di floricoltura, con tempi lunghi e aggiustamenti sottili, ma che acquistano significato nel loro ripetersi. Nonostante la malattia, mantiene la regolarità, ma con un’impostazione diversa, più delicata. Le giornate di Pia ora sono segnate da alcune modifiche, a volte lievi, a volte più faticose, e lei le accetta con la serenità di sempre, seguendo un ritmo narrativo limpido, anche nei momenti più fragili.
Oggi le sue opere attirano persone abituate alla terra, ai cicli naturali, a lavori che richiedono costanza. L’eredità di Pia Pera offre un invito chiaro: guardare alberi e corolle con consapevolezza, recepire i cambiamenti perché fanno parte del cammino personale e costruire un legame autentico con il mondo naturale. A dieci anni dalla morte, continua a essere una guida. Infatti la presenza di Pia Pera va oltre i suoi libri. Ha collaborato con Gianna Nannini alla realizzazione dell’album Pia – Come la canto io(2007), dedicato alla figura di Pia de’ Tolomei. Dopo la sua scomparsa, il vivaista Andrea Antongiovanni, del vivaio Rododendron a Pieve di Compito (Capannori, provincia di Lucca), le ha dedicato la camelia “Pia Pera” (2018), una nuova varietà che porta il suo nome. Segni che continuano a diffondere il suo modus vivendi garbato e poetico. A voi, gentili lettrici e lettori e a tutti coloro che amano il contatto più autentico con la natura, suggeriamo di fare una sosta in una dei suoi libri. Sarà come immergersi in un giardino, in un piccolo angolo di paradiso.
