• 21 Maggio 2024
Cultura

E’ probabile che il lettore di questa pagina sappia chi è Antonio Iannello. Ma è altrettanto possibile che non ricordi bene. Allora gli rinfreschiamo la memoria dicendo in modo netto e onesto che Antonio Iannello è il salvatore di Napoli. Né più né meno. Correva l’anno 1966 e il giovane architetto Iannello già si dannava l’anima e consumava le suole delle scarpe girando in lungo e in largo la città per limitare gli abusi, fermare il cemento, salvare il paesaggio. Di solito quando qualcuno è particolarmente attivo e dà fastidio si cerca di “includerlo” per metterlo a tacere con incarichi. Infatti, in quell’anno giunse ad Antonio Iannello – già validissimo collaboratore di Italia Nostra con Elena Croce e Antonio Cederna, poi ne diventerà segretario nazionale – una lettera d’incarico per collaborare alla stesura del piano regolatore, ma l’architetto rifiutò. Il messo comunale ritornò a casa Iannello e consegnò una seconda lettera con allegato il contratto. La seconda volta Iannello non solo rifiutò ma scrisse una pignola risposta in cui chiese che nel verbale si specificasse che aveva rifiutato l’offerta e non che aveva lasciato decadere i termini assegnati per accettare l’incarico. Caso chiuso? No, appena iniziato. Perché anni dopo – siamo nel dicembre 1971 – quando il piano regolatore del Comune di Napoli giunse al ministero per essere controllato, alla guida della direzione generale dell’urbanistica c’era Michele Martuscelli che conosceva bene il valore di Iannello sulle vicende napoletane e lo invitò a partecipare in qualità di esperto alle sedute del Consiglio superiore dedicate al piano regolatore. “Tutto si sarebbero augurati al Comune di Napoli – scrive Francesco Erbani nel libro Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dellambiente (Laterza) – fuorché di scoprire che fra i verificatori del piano regolatore generale ci sarebbe stato anche Iannello”. In effetti, la sorpresa dovette essere grande. “Se, nella versione del Comune – scrive a sua volta Alessandra Caputi nel libro Storie di resistenza ambientale. La tutela di Napoli e della costa campana negli anni Settanta (Rubbettino) – il centro da salvaguardare corrispondeva a un’area di appena 127 ettari, Iannello lo estese fino a circoscrivere un’area di 750 ettari”. Il documento urbanistico comunale prevedeva grandi arterie stradali per attraversare la città, squarciare i Quartieri Spagnoli e costruire una parallela di via Toledo. L’intervento di Iannello fu provvidenziale: con un pennino sottile tracciò i nuovi limiti del centro storico di Napoli. Rafforzò la tutela delle aree verdi e previde la creazione di nuovi parchi pubblici, sventò la sanatoria degli abusi, previde la delocalizzazione delle industrie inquinanti di Bagnoli e San Giovanni a Teduccio (Italsider, Cementir, Mobil Oil) e quella dell’aeroporto di Capodichino. “Ogni monumento è da rispettare – si legge nella relazione del Consiglio superiore – e da salvaguardare è tutta la città antica, tutto l’insieme della struttura urbanistica quale si è venuta lentamente componendo nei secoli”. Quindi, non solo la Napoli greca e romana, ma anche l’intera linea di costa da piazza del Plebiscito fino a Posillipo e vaste zone intorno a piazza Garibaldi, a Chiaia e al Vomero. Insomma, Antonio Iannello salvò tutta la Napoli costruita fino al principio del Novecento. C’è chi sostiene che lo fece di sua iniziativa – con il suo “pennino sottile” – e chi attenendosi alle direttive. In realtà lo fece perché lui stesso apparteneva a una tradizione, quella umanistica e politica del meridionalismo, con autori come Croce e Omodeo, Spaventa e Fortunato, era iscritto al partito repubblicano, frequentava Giuseppe Galasso e Francesco Compagna e, in pratica, fu lui a contribuire in modo decisivo all’elezione in Parlamento del direttore di Nord e Sud.

La guida culturale, politica e paesaggistica – e si dice volutamente paesaggistica prima che ambientale – di Antonio Iannello fu senza dubbio l’opera di Benedetto Croce come storico, come filosofo e come politico. La legge Galasso del 1984 a tutela del paesaggio ha come suo naturale antecedente la legge di Croce del 1922 (si veda La concezione crociana del paesaggio nel diritto contemporaneo, Editoriale Scientifica). In quella legge il filosofo metteva in risalto il valore intangibile della “rappresentazione materiale e visibile della patria”: la legge Galasso ereditava la legge Croce con lo zampino del pennino di Iannello. Ossia: l’obbligo per le Regioni di redigere i piani paesistici entro una certa data e l’obbligo per il ministero di subentrare all’ente territoriale che sia inadempiente. Dieci anni dopo la Regione Campania è, naturalmente, inadempiente. Antonio Iannello è ancora una volta al posto giusto al momento giusto. Alla Soprintendenza coordinava il gruppo di lavoro per redigere i piani. Fu lui a stilare i piani per i Campi Flegrei, Ischia, Capri, il Vesuvio, Posillipo, l’area di Agnano e i Camaldoli. Ma soprattutto Iannello fissò una serie di parametri che da allora in poi vengono considerati un modello per le altre Soprintendenze incaricate di sostituire le Regioni. E’ proprio questo il male peggiore che l’architetto, che sacrificò la propria carriera professionale per dedicare la vita alla missione di salvare Napoli e buona parte dell’Italia, individuò sulla scorta del suo liberalismo crociano: la regionalizzazione della Cultura e dello Stato. Così, mentre un altro male gli divorava il corpo, fece ancora in tempo a dettare al figlio Carlo quello che è da ritenersi il suo testamento spirituale: L’inganno federalista (edito dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici con Vivarium).

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.