Il viaggio di Gennaro Malgieri in un’Italia senza anima parte da un paradosso: per conservare, bisogna innovare.

Lo ricorda Giancristiano Desiderio nella sua prefazione, Il conservatorismo creativo, citando Sergio Romano: in Italia la parola «conservatore» è una parolaccia. Perché, in fondo, si dice che non c’è più nulla da conservare. È il primo paradosso che Gennaro Malgieri affronta nel suo nuovo libro, Il conservatore. Viaggio in un’Italia senza anima.

Ed è da qui che nasce il secondo, più fecondo paradosso, che Desiderio mette al centro della sua lettura: il conservatorismo di Malgieri non può che essere inventivo, creativo, proprio perché, per conservare, deve innovare. Non è restaurazione, non è nostalgia museale.

Ma cosa significa, in concreto, conservare? Desiderio lo sintetizza in tre verbi che sono il programma morale del libro: sottrarre, custodire, difendere.

Sottrarre la vita umana alla pretesa totalitaria del potere di disporne interamente. Custodirne il valore indisponibile. Difenderla dalla volontà politica, propria di ogni rivoluzione, di rifare la società su basi ideologiche.

È la lezione di Edmund Burke nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, che Malgieri fa sua e che Desiderio rilancia fino a Roger Scruton: il conservatore è contrario alla rivoluzione perché sa che la vita, per sua condizione, se governata totalmente, si snatura e perde dignità.

Ed è qui che si apre il cuore filosofico del libro, il nodo dell’autorità e della libertà.

Scrive Desiderio: «Nel pensiero conservatore è centrale la relazione tra autorità e libertà, in cui l’autorità non è fine a sé stessa, ma è la condizione statale per garantire la libertà».

È una frase che in Italia suona eretica. Abbiamo contrapposto per decenni autorità e libertà, come se fossero nemiche. Malgieri le ricuce. L’autorità di cui parla non è autoritarismo, ma argine e forma. È lo Stato nazionale, non come idolo o come oppressore, ma come «viva forma giuridico-istituzionale che ha come suo scopo garantire la libertà nelle sue più varie espressioni: affettive, familiari, imprenditoriali, culturali, religiose, etiche».

Una concezione che, nota Desiderio con un’intuizione bellissima, affonda le radici negli hegeliani napoletani e, in particolare, in Stefano Cusani, nato a Solopaca, lo stesso paese di Malgieri, che a Napoli, al tempo della Restaurazione, leggendo Hegel preparava il Risorgimento. Un filo rosso che lega la storia nazionale da Vico a De Sanctis, fino a Gioacchino Volpe e al Novecento.

Perché Malgieri, nel suo viaggio, affronta proprio i nodi rimossi della storia italiana — fascismo, Repubblica, Assemblea costituente, Europa, la fine del «secolo delle idee assassine» — con l’obiettivo di liberarla da quella che Benedetto Croce chiamava «storiografia di partito». Non per riscrivere la storia, ma per restituire senso.

Ma la custodia di cosa, alla fine, giustifica l’autorità? Lo dice Malgieri stesso in una pagina che è la chiave sentimentale di tutto il volume:

«Il conservatorismo, oltre che una dottrina politica, è un sentimento, una visione del mondo, una tendenza tesa a preservare la vita, gli affetti, le passioni, le memorie. È la consapevolezza di vivere per lasciarsi qualcosa dietro, formare un’eredità riconoscendo, al tempo stesso, di essere eredi».

Ecco il cerchio che si chiude. Si può essere eredi e si può lasciare un’eredità solo se esiste un’autorità che custodisce. Se tutto è da rifare da zero in nome dei miti del progressismo, non si eredita nulla e non si lascia nulla. Si è liberi nel vuoto.

Il conservatore di Malgieri guarda «all’esistenza in una forma che la trascende e contemporaneamente la rinnova». È un atto d’amore, prima che un atto politico.

E la protagonista di questa visione, suggerisce Desiderio in chiusura, dovrebbe essere la borghesia, intesa come ceto medio, la cui dedizione al lavoro è l’ultima difesa concreta delle libertà.

In un’Italia che ha confuso il cambiamento con la demolizione e la libertà con l’assenza di limiti, il libro di Malgieri è necessario. Ci ricorda che senza autorità legittima non c’è libertà possibile. E che conservare, oggi, è l’unico gesto davvero rivoluzionario.

Nel suo Viaggio in un’Italia senza anima, Gennaro Malgieri riscopre la lezione più attuale: senza autorità non c’è libertà, ma senza limiti non c’è autorità.

C’è un passaggio decisivo, a pagina 206 del nuovo libro di Gennaro Malgieri, Il conservatore, che illumina tutto il resto e dà senso alla prefazione di Giancristiano Desiderio.

Malgieri cita una voce apparsa nel 1992 nell’Enciclopedia delle scienze sociali, dello studioso inglese O’Sullivan. Una definizione che dovrebbe essere stampata nelle scuole di politica:

«I conservatori hanno tentato di difendere la “politica limitata”, rifiutando come utopistica la fiducia nella perfettibilità umana su cui si basa il sogno di liberazione dei radicali.

Il conservatorismo può pertanto essere definito come un modo per tutelare la politica limitata sulla base di una filosofia che mette l’accento sull’imperfezione umana».

Ecco il nodo. Il conservatore non è contro il cambiamento. È contro il mutamento radicale che distrugge la politica limitata. E cos’è la politica limitata per Burke, per Malgieri, per O’Sullivan?

È quanto Malgieri elenca: Costituzione mista o bilanciata; principio di legalità; magistratura indipendente; sistema di governo rappresentativo; tutela della proprietà privata; politica estera diretta a promuovere l’indipendenza attraverso l’equilibrio del potere.

In una parola: è l’autorità che limita sé stessa per garantire la libertà. È esattamente quello che Desiderio scrive nella prefazione, quando afferma che «nel pensiero conservatore è centrale la relazione tra autorità e libertà, in cui l’autorità non è fine a sé stessa, ma è la condizione statale per garantire la libertà».

Il progressista e il reazionario non capiscono questo. Come spiega O’Sullivan a pagina 207, il reazionario prova avversione per il mutamento in quanto tale. Il conservatore no. Il conservatore, scrive Malgieri, si oppone «solo a quel tipo di mutamento che è incompatibile con la tutela della politica limitata». Per questo la sua posizione implica «un buon grado di flessibilità». Ciò che esclude è solo l’utopia: «la convinzione dei conservatori che la natura umana è imperfetta è incompatibile con brame distruttive per ciò che è impossibile».

È qui che Malgieri smarca il suo conservatorismo da ogni equivoco contemporaneo e ci spiega perché la storia del conservatorismo si incrocia, ma non coincide, con quella del liberalismo. Burke stesso, ricorda Malgieri citando l’Appeal from the New to the Old Whigs del 1791, era legato all’ideologia liberale classica della riforma del 1688, ma se ne discosta perché respinge il razionalismo e, più tardi, la fede ottimistica nel progresso che aveva permeato la filosofia liberale nel XIX secolo.

In altre parole: il liberale crede che l’uomo sia perfettibile. Il conservatore sa che l’uomo è imperfetto. E proprio perché è imperfetto, ha bisogno di limiti, di forme, di autorità.

Per questo il conservatorismo ha potuto diventare, nel XX secolo, «rivoluzione conservatrice», da Hugo von Hofmannsthal ad Armin Mohler: non per sovvertire i costumi tradizionali, ma per difenderli dalla sovversione.

Tutto torna. Sottrarre, custodire, difendere, i tre verbi di Desiderio, sono i verbi della politica limitata. Sottrarre la vita al potere totale. Custodire le memorie e gli affetti. Difendere l’equilibrio che ci permette di essere liberi.

In un’Italia senza anima, che ha confuso la libertà con l’assenza di limiti e l’autorità con l’autoritarismo, Malgieri ci ricorda che è facile distruggere le cose buone, ma non è facile crearle. E che l’unica autorità che merita di essere conservata è quella che ci impedisce di distruggerci da soli.

(Il conservatore di Gennaro Malgieri è disponibile presso Straborghese Edizioni e sulle piattaforme digitali al prezzo di 18 euro.)