• 13 Aprile 2024
Itinerari

Sant’Agata de’ Goti ha una storia millenaria; nel suo territorio sono ancora intatte le tracce  di una prestigiosa tradizione culturale unitaria. Di origini remote, città sannita ed accampamento romano, essa insiste sul territorio dell’antichissima Saticola, citata, per la fierezza dei suoi abitanti, da Tito Livio e da Virgilio. In età augustea era ancora colonia romana, come attesta la dedica a Cesare Ottaviano Augusto, inserita tuttora nella facciata del Duomo. Con il dissolvimento dell’impero romano e le invasioni barbariche divenne importante presidio fortificato  gotico.

Convertiti  alla fede cattolica, i Goti dedicarono la fortezza a Sant’Agata. Nel VII secolo entrò a far parte del ducato longobardo di Benevento e successivamente,  nel 1066,  divenne piazzaforte normanna.

La città conobbe tre momenti formativi decisivi: il Duecento, il Quattrocento, il Settecento. Particolarmente importante quest’ultimo secolo, in quanto della fioritura e della rinascita rigogliosa che la città conobbe, furono protagonisti il duca di Maddaloni e i vescovi santagatesi, da Filippo Albini a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; la figura del pittore Tommaso Giaquinto,  i maiolicari, le maestranze e gli architetti romani e napoletani che fecero del  borgo medievale uno dei centri più attivi e vitali della regione.

Emile Bertaux, uno dei grandi storici dell’arte dell’Italia meridionale così descrisse Sant’Agata: “Sopra un largo sasso tagliato a picco e circondato da due torrenti, stava la Saticola di Tito Livio (…)dritta sul suo masso, difesa da due profondi fossati naturali, che le rendono ancora un aspetto minaccioso”. Tale è rimasta.

Attraverso l’istmo che porta alla via provinciale, la città mostra al visitatore il suo corpo più segreto: monumenti pregevoli dell’inizio del secolo XII sino alla metà del Quattrocento, basiliche, palazzi, stradine silenziose, piazze e piazzole. Un contesto suggestivo, come se fosse fuori dalla modernità.

L’arroccamento urbano, conseguente alla morfologia del territorio, che ne faceva una naturale fortezza, ha segnato indubbiamente la storia della città, ma ha anche contribuito a conservare un centro storico tra i più interessanti del Mezzogiorno e tra i maggiori d’Italia per la sua struttura urbanistica ed architettonica e per il suo ancora accettabile stato di conservazione. Le testimonianze storiche ed artistiche sono pregevoli e sparse ovunque. Si va dalle colonne romane della cripta del  Duomo e dagli affreschi del Trecento, che in esso si possono ammirare, il dipinto dell’Annunciazione attribuito ad Angiolillo Arcuccio nella chiesa dell’Annunziata, dal ricamato unico pavimento a mosaico cosmatesco della Badia di S. Menna, che ha conservato la sua originale policromia e che è il più antico del Mezzogiorno, alle colonne longobarde venute da qualche decennio alla luce in Sant’Angelo in Munculanis, dagli affreschi di Tommaso Giaquinto, allievo di Luca Giordano, che si trovano nella chiesa di San Francesco e nel castello ducale, alle vetrate di Bruno Cassinari nell’Annunziata, dall’imponente mole del castello ducale, che è stato abitato dai principi della Casa reale di Artois di Francia, dagli Acquaviva, dai Della Ratta, dai Carafa, alla chiesa di San Francesco e all’annesso convento adibito a sede del comune.

L’importanza e l’interesse di Sant’Agata de’ Goti per il mondo della cultura non è da vedersi tanto nella singola opera o nel tal monumento, quanto nell’intero complesso del centro storico, certamente unico nel suo genere. È questa la vera opera d’arte: il centro storico, che sorge su una collina tufacea, conserva inalterata la struttura della fortezza arcaica. In esso, ogni epoca, nei monumenti e nei palazzi, si è armonizzata con le altre.

Nel sistema urbano, così come è stato conservato, riaffiora l’im- portanza che il borgo aveva assunto nel corso del secolo IX, situazione che si sovrappone e si solidifica nel corso del secolo successivo quando Sant’Agata de’ Goti diventa sede vescovile.

Il centro storico presenta la conformazione tipica dell’urbanistica medioevale: una struttura lineare a fuso, i cui fulcri urbani sono costituiti dal Duomo, dal castello e da strutture conventuali. L’arroccamento urbano ha determinato una elevazione delle fabbriche per abitazioni, nelle quali è possibile operare rilievi stratigrafici, dai quali emergono elementi di grande interesse, rappresentativi dell’arte e dell’urbanistica dei secoli successivi. Il ruolo ricoperto dalla cattedra di Sant’Agata nell’episcopato meridionale nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII fa sì che l’architettura saticolana partecipi anche al rinnovamento barocco, come si avverte non solo nel Duomo, in cui questo stile si sovrappone alle testimonianze di uno scintillante gotico, nel monastero di San Fran- cesco, risalente al 1747, nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, del 1771, ma anche in ambiti di edilizia civile.

Addentrandosi oggi  per le strade piccole, sinuose, che hanno il respiro dei secoli che si sono stratificati sul loro lastricato,  per  piazze e cortili e slarghi improvvisi tra le viuzze si ha l’impressione di essere “precipitati” nel fiorente medioevo le cui stimmate  vive appaiono come un miracolo architettonico  a chi si ferma ad ammirare colonne, archi e campanili, giardini e terrazze.

È più che una città Sant’Agata: è un luogo senza tempo che offre il senso più autentico di una vita abitativa e comunitaria come ce ne sono molte disperse e dimenticate soprattutto nel Mezzogiorno e che andrebbero riscoperte come occasione di una possibile vita nuova da vivere dove la storia, l’arte, la natura, i prodotti della terra rendono infinitamente migliore l’esistenza colorandola di una patina di civiltà perduta nell’ urbanizzazione  selvaggia delle metropoli senz’anima.

Sant’Agata, oltretutto, è ricca di monumenti, come fu generosa di grandi personalità: Madelfrido, primo vescovo della millenaria diocesi, il vescovo Giacomo Ati, abilissimo diplomatico, il vescovo Felice Peretti, più noto come Sisto V, grande pontefice (1585) nominato da Pio V nel 1566 vescovo e vicario generale dei Frati conventuali e nello stesso anno, il  15 novembre, gli fu assegnata la diocesi di Sant’Agata dei Goti. Nel 1570 venne creato cardinale  con il titolo di San Girolamo degli Schiavoni. A Sant’Agata rifulse due secoli dopo  la santità e la dottrina di Alfonso Maria de’ Liguori, uno dei più eminenti dottori della Chiesa, proveniente da Napoli e nominato vescovo della diocesi santagatese il 17 giugno 1762 da Clemente XIII, contro la sua stessa volontà. Durante la terribile carestia che colpì nel gennaio 1764 il Regno di Napoli, Alfonso Maria de’ Liguori riuscì a limitare le sofferenze della popolazione del suo territorio. Assieme ai governatori locali, ai sacerdoti della città e della diocesi s’impegnò per accendere mutui e calmierare il prezzo del pane arrivato alle stelle, rilanciando l’economia bloccata per quasi due anni. Nel 1775 lasciò la carica vescovile per problemi di salute. Si racconta che  mentre era vescovo, nel 1774, andò in bilocazione  a Roma per assistere il pontefice Clemente XIV che stava morendo e partecipò ai suoi funerali. Grande studioso di teologia suo è lo struggente canto natalizio Tu scendi dalle stelle.

L’importanza di Sant’Agata de’ Goti nella storia del Mezzogiorno è testimoniato dall’interesse manifestato dalla storiografia dell’Ottocento e del Novecento . Fu visitata da Mommsen e da Schulz, e poi dai  «quattro signori napoletani» del 1896: Berteaux, Montemajor, Ceci e Benedetto Croce.

Questo splendido territorio soffre, oggi, dei mali propri del Meridione e delle sue aree interne. Occorrerebbe restituire alla città ed al suo fertile territorio  il ruolo attivo che ebbe nel passato. Si dovrebbe rivitalizzare un complesso culturale, monumentale, artistico e storico di importanza straordinaria non soltanto per il Sannio anche al fine di sfruttare  le sue potenzialità nel turismo, nell’agriturismo, nell’artigianato, in particolare nella lavorazione del legno e del ferro battuto, nei mestieri legati alla costruzione e al restauro, negli studi e nell’arte. Insomma di rinnovare  la sua antica vocazione coniugandola con nuovi mestieri e dando respiro al ceto medio che, come negli ultimi due secoli, costituisce il “cuore” di una vitalità sociale strettamente intrecciata con la sua identità.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.