Ali Smith è una scrittrice dalla duplice anima. Irlandese da parte della madre, scozzese per il padre. Le sue origini, l’appartenenza a due contesti culturali diversi, anche se affini, trovano spazio in un’ampia produzione. Penna acuta, mai pungente, con estrema semplicità e chiarezza, nelle sue opere incarna l’idea di una letteratura specchio dei nostri tempi, capace di osservare il mondo reale, di analizzarlo e di raccontarlo.
Nasce ad Inverness, nelle Highlands, nel 1962, da una famiglia operaia, quinta e ultima di cinque figli. Dopo la laurea in letteratura inglese ad Aberdeen, a Cambridge comincia un dottorato, sul Modernismo americano e irlandese, non portato a termine, troppo distratta dalla passione per la narrativa. La carriera di insegnante di letteratura scozzese, inglese e americana all’Università di Strathclyde a Glasgow, ben presto è interrotta a causa della sindrome da fatica cronica. Da allora risiede a Cambridge, praticando la sua attività di scrittrice e condividendo la vita e alcuni progetti artistici con la regista Sarah Wood. Da queste molteplici esperienze e dallo studio della realtà nascono le sue opere, molto apprezzate anche in Italia.
Prima della stesura dei romanzi che ne hanno consacrato la fama nel mondo, ha scritto racconti e piece teatrali.
Con” Quartetto delle stagioni”, Autumn, (candidata al Premio Strega Europeo 2017) Winter, Spring, Summer, pubblicato tra il 2016 e il 2020, l’autrice ha dato una risposta narrativa alla crisi identitaria del Regno Unito post-Brexit. Questi volumi sono stratificati, poetici e ironici, capaci di legare concretezza e immaginazione oltre la dimensione politica.
Lo stile alterna registri diversi: dialoghi fulminei, riflessioni filosofiche, citazioni artistiche.
“Ogni grande narrazione è almeno due narrazioni, se non di più: la cosa che è in superficie e poi le cose sottostanti che sono invisibili”, afferma. In vari testi, aperti a molteplici interpretazioni, emergono questioni cruciali della nostra epoca: migrazione, cambiamento climatico, identità di genere, memoria collettiva, arte intesa come testimonianza di resistenza. Tutti i suoi scritti invitano a fermarsi e guardare l’oggi da angolazioni nuove. In Spring, ad esempio, affronta la detenzione dei migranti con una delicatezza che non rinuncia alla denuncia. In Summer, introduce una giovane attivista ispirata a Greta Thunberg, senza cadere nella retorica.
Alla tetralogia ha fatto seguito “Coda” (2022). Editato in Italia nel 2023, viene considerato dalla stessa autrice un’appendice ideale del “Quartetto”. Il romanzo, attraverso le vicende della protagonista Sandy Gray, una pittrice, riflette sul tema della pandemia, esplorando la coscienza di sé e mettendo in luce il potere della parola.
La scrittura della Smith, pluripremiata con il Costa Book Award, il Goldsmiths Prize e finalista al Booker Prize, mira a scuotere le coscienze e a risvegliare l’attenzione, ricordandoci che la letteratura può essere urgente, politica e profondamente umana.
“Essere conosciuto bene da qualcuno è un dono inimmaginabile. Ma essere immaginato bene da qualcuno è ancora meglio”, scrive in “La prima persona” (The First Person and Other Stories, 2008). In queste parole si riconosce l’intento che si propone: la possibilità di essere immaginati e trasformati. Una condizione che attraversa l’intera raccolta, dove relazioni quotidiane e situazioni impreviste diventano esperimenti linguistici e nuove prospettive. Una donna parla con la sé stessa quattordicenne: il tempo diventa dialogo. Un neonato, trovato in un carrello del supermercato, pronuncia insulti taglienti e sferzanti: la quotidianità si ribalta. Una coppia ridefinisce il proprio legame attraverso giochi linguistici: il rapporto si reiventa. Ciascun episodio si dilata oltre l’aneddoto, trasfigurando la narrazione in occasioni di metamorfosi. Inattese e impreviste.
In un’epoca in cui il presente sembra sfuggire, la narratrice lo afferra e lo trasfigura, con una leggerezza da cui emerge una perspicace profondità.
“Una storia non è mai la risposta. Una storia è sempre una domanda”, sostiene con convinzione. Dentro questi interrogativi prende forma una voce narrativa, che diventa una sorta di compagna di viaggio.
La forza che ne deriva raggiunge anche chi si avvicina agli scritti della Smith in Italia, dove è tradotta e pubblicata da editori come SUR, Feltrinelli e Minimum Fax. Grazie al lavoro di Federica Aceto, che ha curato gran parte delle versioni italiane, la voce dell’autrice mantiene intatta la sua invenzione linguistica. La traduttrice interpreta e ricrea laddove l’inglese non può piegarsi letteralmente all’italiano (giochi di parole, doppi sensi, riferimenti culturali). In questo modo consegna al lettore italiano la stessa intensità di significato e di cadenza, insomma la vitalità del testo originale. Gentili lettrici e lettori, accostandoci all’opera di Ali Smith come possiamo non interrogarci sul significato stesso della letteratura, che non offre risposte ma moltiplica le domande?
