• 26 Maggio 2024
Cultura

Hans Christian Andersen è il celebre autore di fiabe danese conosciuto per la sua linea malinconica e tragica. Mentre la maggior parte degli autori che si leggono o si studiano sembrano seguire una propria poetica, una morale o una linea narrativa, Andersen risulta una figura molto meno chiara a riguardo. Quindi, mentre Pirandello parla di relativismo soggettivo e di maschere, di Verga conosciamo lo stile e le tematiche prettamente veriste, e di Edgar Allan Poe abbiamo i racconti “dark” e a tinte horror, Andersen appare come un “non collocato”. Le sue fiabe sono disparate e la loro tragicità a volte sembra essere completamente gratuita e pretenziosa. Perché concludere un racconto in questo modo? Era davvero necessario che il soldatino di piombo si sciogliesse nella fornace? Che la sirenetta diventasse schiuma? Certo, la tristezza spesso piace ed è a tratti anche realistica. Nella vita non è tutto rosa e fiori e forse dopotutto raccontare le tragedie ci spinge a cogliere di più il bello nella realtà quotidiana. Per apprezzare la luce a volta bisogna conoscere l’oscurità.

Ora, non è totalmente chiaro se Andersen adottasse la “malinconia” per questo specifico motivo. Tuttavia quello del finale tragico nelle fiabe di Andersen è un fatto vero, ma solo in parte. Spesso ce ne scordiamo, assuefatti come siamo da “stereotipi” che si creano nel tempo e che finiscono per semplificare un autore in realtà molto complesso. Anzi, se si scruta più nel profondo, vediamo che l’uso dell’eventuale lieto fine o della conclusione tragica potrebbe rispondere ad una tematica alquanto preponderante nelle sue opere, quello della diversità. Di conseguenza, riprendendo ciò che si è detto prima, forse non è poi così vero che Anderesen sia uno scrittore “non collocato”. E anche se lo fosse ci sarebbe dell’ironia, dato che le sue fiabe parlano proprio di “non collocati”, di diversi, di personaggi strani e difettosi, in cerca di un posto, di una meta, di un’identità.

Da qui scaturisce il conflitto interiore che la maggior parte dei suoi personaggi decide di affrontare e il modo in cui lo si affronta può portare a conseguenze positive o negative, come una sorta di esito naturale delle scelte e degli eventi che intercorrono. Insomma, le azioni e le decisioni riguardano la “scomodità” della diversità, come accade per “Il tenace soldatino di stagno”, per esempio, che sembra essere uguale agli altri, se non per il fatto che sia l’unico ad essere storpio (gli manca una gamba).

La sirenetta, d’altro canto, non è né pesce né essere umano, il brutto anatroccolo è un povero emarginato, la piccola fiammiferaia sembra essere l’unica poveretta in un mondo indifferente e freddo, e la teiera (personaggio di una fiaba poco conosciuta) ha il coperchio crepato di cui si vergogna. Ecco che spesso la diversità emerge per via di un piccolo difetto, superficiale e fisico come può essere la crepa della teiera e la gamba mancante del soldatino, o la presunta “bruttezza” dell’anatroccolo. Eppure questo piccolo difetto, così tollerabile e spesso unica eccezione alla “perfezione” e all’uguaglianza, viene esasperato e reso opprimente dal giudizio del mondo, giudizio che pesa sui personaggi. Andersen parla proprio della difficoltà di accettare il difetto e dell’essere accettati.

C’è chi ci riesce e così facendo ottiene un premio di solito presentato come una ricompensa nel lieto fine, e c’è chi invece si “svende”, chi si lascia contaminare dalla “moda”, chi si finge un altro pur di essere parte di una collettività omologata e apatica. La sirenetta vuole diventare un’umana e fa un patto con una strega. Ma la sua fatica a non accettarsi la porterà incontro ad una serie di sventure. Prima di tutto perde la voce. Poi perde quel poco che di vero c’era in lei, fino a diventare spuma,. Da sirena quale era diventa nulla, disintegrandosi e svanendo nel mare. Si può dunque pensare che Andersen abbia a cuore un piccolo concetto morale: l’unicità. Tale aspetto si identifica nel difetto, o per meglio dire in quell’elemento diverso, nuovo, caratteristico e identificativo. Il rifiuto di questo elemento, il tentativo di inclusione, e quindi di omologazione alla “normalità”, porta alla perdita di sé. Sebbene possa apparire criticabile l’esasperazione che l’autore fa delle conseguenze negative alle azioni dei personaggi, così tanto da presentarceli come irrimediabili e sbagliati, la tematica di fondo è precisa: la società, senza l’unicità dei suoi membri, è una massa banale e “insipida”.

La ricchezza del mondo sta in ciò che ognuno di noi può trasmettere. Abbiamo dunque una natura conflittuale del difetto, che può provocare dolore e incomprensione, ma allo stesso tempo reca una meravigliosa ricchezza. A volte il “difetto” e la sofferenza che ne deriva è solo una tappa, un qualcosa si richiede di sopportare in un determinato stadio della nostra evoluzione e che la vita stessa impone per necessità. Il brutto anatroccolo, ad esempio, è emarginato perché non particolarmente aggraziato dal punto di vista estetico, ma questo accade solo perché si trova in uno stadio della tua vita che richiede per sua natura che sia così. Poi, grazie anche all’accoglienza dei cigni, il brutto anatroccolo capisce di essere egli stesso un cigno, destinato dunque a diventare una creatura bellissima e “accettata”. C’è da dire che questo è un lieto fine un po’ ambiguo, quasi contrastante con la tematica già espressa, che ripropone l’indefinibilità narrativa dell’autore. L’anatroccolo è diverso, certo, ma poi si “omologa” agli altri, in quanto è sempre stato parte, anche inconsapevolmente, della famiglia dei cigni. Più che la tematica personale del diverso, forse qui Andersen ha voluto apporre un’altra tematica: l’importanza dell’accettazione dell’altro.

E’ vero che non dobbiamo svendere la nostra personalità, ma la sofferenza inevitabile della diversità potrebbe essere lenita dall’accoglienza altrui, accoglienza che, a differenza di quanto accade ne “il brutto anatroccolo”, non è  presente ne “La piccola fiammiferaia”. Il racconto in questione parla di una povera venditrice di fiammiferi totalmente disprezzata, o peggio trascurata dalle persone che le passano intorno e che iniziano ad avere interesse per lei solo quando è troppo tardi: la povera bambina viene trovata in un angolo della strada senza vita, morta per il freddo, con i fiammiferi consumati che lei stessa aveva usato nel drammatico e disperato tentativo di riscaldarsi. Ecco come Andersen unisce al conflitto interiore del personaggio principale lo specchio nel quale si riflette il tutto: il mondo esterno. La società è la vera “diversità”, mentre la “normalità” è quella propria del protagonista, del quale capiamo intenzioni, sensazioni e motivazioni. Per cui questo mondo esterno, tanto uguale e omologato, risulta essere il contesto nel quale non ci si può integrare, o comunque ci si inserisce a fatica. Ma a volte la normalità è solo una facciata, una bugia costruita da smontare con un po’ di sana ingenuità. È il caso della figura del bambino ne “I vestiti nuovi dell’imperatore”. In questa novella due truffatori convincono un imperatore di avere per lui dei bellissimi vestiti che possono essere visti solo dalle persone intelligenti. La cosa viene detta in giro e l’imperatore decide di indossare quelle vesti pubblicamente, così da distinguere gli intelligenti dagli schiocchi. In realtà le vesti non esistono affatto, ma le persone non vogliono apparire come stupide. Così tutti, finanche l’imperatore, fingono di vederle e apprezzarle. Quando l’imperatore si spoglia per indossare tali indumenti, i truffatori fingono di vestirlo. E così, convinto di fare una bellissima figura, l’imperatore attraversa la città completamente nudo. Eppure tutti applaudono elogiando lui e i famigerati indumenti invisibili, finché tra la folla si erge la voce di un bambino che senza alcun condizionamento culturale, sociale, più o meno indotto, grida “E’ nudo! È nudo!”. Quella verità, così brutalmente sbattuta in faccia è la posizione diversa, scomoda, forse anche pericolosa, eppure è la più onesta, la più spontanea e vera.  Quando la verità salta a galla, tutto il popolo inizia a crederci, o per meglio dire, a confermarla. Spesso infatti la menzogna è evidente a tutti ma supportata per convenienza. Infatti Andersen ci parla di come la “normalità” e l’omologazione possa essere anche frutto di paura o di un atto manipolatore. Tutti infatti, imperatore in primis, sono convinti che quei vestiti esistano, che siano bellissimi e che il motivo per cui non si vedano sia dovuto alla loro mancanza di intelligenza. La consapevolezza di questo limite ha l’effetto di rendere la massa uniforme, spesso anche per complessi di inferiorità indotta.

Ogni personaggio infatti sembra adottare questo tipo di ragionamento: “Se sono troppo stupido da non vedere la grandiosità di quei vestiti, mi trovo in una condizione inferiore agli altri, tanto vale accodarsi agli “intelligentI”, appoggiare le posizioni e i pensieri altrui, dato che io sono in difetto, vuoi per non fare brutta figura o vuoi perché non sono nessuno per dire la mia”. Questa de “I vestiti dell’imperatore” è forse una delle fiabe più eloquenti e “intelligenti” di Andersen, che, come accade in generale per i vari autori, potrebbe anche essere considerata “manifesto” della sua poetica. Inoltre è una metafora suggestiva del mondo di oggi, di come l’uomo sia condizionabile, di quanto il suo istinto di auto-conservazione lo spinga a distaccarsi della realtà, ad adottare una bugia. Eppure la verità spesso è davanti a nostri occhi, ma semplicemente oscurata.

Per citare un altro autore, Antoine de Saint-Exupéry, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Allora forse è il caso di riacquistare quella semplicità, quell’ingenua spontaneità che come il bambino della fiaba, ci permetta di affermare davanti a tutti l’evidenza. E così nel dire “è nudo, è nudo” la società si spoglia della coltre apatica che tutti hanno da sempre visto come qualcosa di assolutamente normale, per poter magari capire che ogni tanto vale la pena essere se stessi, diversi e folli. E che forse, in fondo, questa diversità, o questa follia, non è altro che una normalità più normale del solito.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.