• 15 Febbraio 2026

Ero un ragazzino che giocava a calcio, una cosa scontata in quegli anni in cui eravamo contenti di piccole e semplici cose. Una domenica sera guardavo in televisione -che trasmetteva in bianco e nero- la Domenica Sportiva per vedere i gol della giornata. Era il 12 marzo 1967, si giocava Inter -Torino e da un giocatore granata con la maglia numero 7 vidi realizzare un gol che mi lasciò esterrefatto perché non avevo mai visto compiere al pallone una traiettoria simile: dalla sinistra dell’area di rigore il pallone calciato con il piede destro fece una strana curva a rientrare e si infilò nell’incrocio opposto, con Giuliano Sarti che restò a guardarla mentre entrava nella sua porta e Giacinto Facchetti, in marcatura sull’attaccante che aveva tirato, immobile a vedere il pallone entrare in rete. Nei giorni successivi provai più volte quel tiro, quello che oggi viene definito “tiro a giro”, ma che è semplicemente dovuto ad un fenomeno fisico dimostrato matematicamente dal Teorema di Bernoulli: l’effetto Magnus che causa la variazione della traiettoria di un corpo rotante in un fluido in movimento. La velocità del fluido intorno al corpo, nel nostro caso il pallone, aumenta lateralmente al corpo a seconda del verso di rotazione di quest’ultimo, proprio per il trascinamento del fluido (nella fattispecie l’aria) attorno al corpo stesso. In pratica, la velocità di scorrimento dell’aria sul pallone è maggiore sul lato opposto al senso di rotazione provocando un abbassamento della pressione e una conseguente spinta verso quel lato. E’ lo stesso principio fisico che genera la portanza delle ali di un aereo consentendogli di alzarsi in volo. Fisica a parte, quel gol cambiò il mio modo di approccio al calcio perché compresi le tante cose che si potevano fare con un pallone. Soprattutto compresi che quel giocatore con capelli lunghi, i baffi e dallo strano modo con cui si muoveva in campo era davvero un fenomeno.

Luigi Meroni, detto Gigi (Como, 24/02/1943 – Torino; 15/10/1967) soprannominato la farfalla per il suo modo di giocare per cui sembrava svolazzare in campo con movimenti imprevedibili, ma anche il beatnik del gol per l’aspetto fisico e l’abbigliamento da chitarrista beat sommati all’atteggiamento del tutto anticonformista che rese tipici gli anni ’60. Somigliava molto fisicamente a George Best, il fuoriclasse irlandese che ricopriva lo stesso ruolo di ala destra; soprattutto aveva lo stesso modo estroso di giocare, fatto di velocità e dribbling ubriacanti sulla fascia che gli facevano saltare gli avversari come birilli per finalizzare in rete e soprattutto servire l’assist per il compagno meglio piazzato. Non solo era difficilissimo fermarlo, ma i difensori non sapevano mai che giocata aspettarsi. Aveva innato il senso dell’arte e l’estro del ribelle. A soli due anni rimase orfano di padre e crebbe con la madre Rosa, una tessitrice, che con grandi difficoltà allevò lui, la sorella e il fratello. Come primo lavoro fece il disegnatore di cravatte di seta e per esprimere la sua creatività si dedicò alla pittura, restando anche in seguito legato al mondo delle arti figurative. Come accadeva a quei tempi, cominciò a giocare a calcio nel piccolo cortile di casa per poi passare al campo dell’Oratorio di San Bartolomeo e da lì al settore giovanile del Como. Nel 1960 esordì in prima squadra nel campionato di Serie B; nel 1962 venne ceduto al Genoa che lo aveva richiesto con grande insistenza alla società lariana comprendendo le potenzialità del calciatore.

Gigi Meroni a Genova trovò un ambiente sereno e senza grandi aspettative e s’impose subito all’attenzione generale; fu lui a trascinare il Genoa all’ottavo posto in classifica e alla conquista, per la seconda volta, della Coppa delle Alpi. Nell’estate 1964, nonostante che la tifoseria genoana quasi si rivoltasse per trattenerlo, fu ceduto al Torino allenato da Nereo Rocco; il suo cartellino venne pagato 300 milioni di lire, all’epoca una cifra record per un giocatore di soli 21 anni. Nella città della Mole trovò l’argentino Nestor Combin nel ruolo di centravanti; si completavano a vicenda e costituirono una delle migliori coppie d’attacco. Il Torino arrivò terzo in campionato e in semifinale di Coppa delle Coppe. Quando la Juventus offrì per il suo acquisto l’iperbolica cifra di 750 milioni di lire i tifosi granata minacciarono quasi un’insurrezione popolare, cosicché  il presidente granata Orfeo Pianelli, o torto collo, fu costretto a declinare l’offerta. Il personaggio restò immutatononostante la popolarità e la consacrazione come giocatore d’alto livello; in fondo, restava l’espressione tipica di quegli anni da cui assorbì tutta la sfrontatezza e l’anticonformismo possibile. Ad esempio, quand’era a Como spesso girava per strada con una gallina al guinzaglio! Nella vita privata fu coerente con il suo modo di essere e si pose ovviamente al centro dell’attenzione in un paese bigotto e di strette vedute come l’Italia. Con gran scandalo conviveva more uxorio con Kristiane Uderstadt, una giostraia di origini polacche che per lui aveva lasciato il marito; erano in attesa che lei ottenesse l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota per potersi sposare (il divorzio venne introdotto in Italia solo nel 1970). Ma erano altri tempi e spesso, per ipocrisia, per convenienza o per opportunismo finanche politico, si condannava qualcuno per lo stesso comportamento che ad altri si tollerava o si fingeva di non vedere. Difendendo la sua libertà di vivere come credeva, Luigi Tenco scrisse per lui la canzone “Ognuno è libero”.

Ma se il personaggio Meroni era quello, piacesse o meno, il calciatore non si discuteva e approdò inevitabilmente in nazionale nel 1965, in occasione della partita contro la Polonia per la qualificazione ai mondiali. Mise a segno la prima rete in maglia azzurra a Bologna, il 14 giugno 1966, marcando il sesto gol di Italia-Bulgaria finita 6-1, una partita amichevole di preparazione al Mondiale d’Inghilterra. Segnò un gol anche nell’altra amichevole Italia-Argentina disputata a Torino 8 giorni dopo e conclusasi con una vittoria azzurra per 3-0. Partecipò ai Mondiali di Inghilterra del 1966, quelli culminati con la sconfitta a Middlesbrough contro la Corea del Nord per 0-1 e l’eliminazione al primo turno. Anche in quella sede il suo carattere venne fuori ed ebbe continue divergenze con il C.T. Edmondo Fabbri che lo fece giocare solo contro l’Unione Sovietica.

Era diventato un idolo dei tifosi, un giocatore da grandi palcoscenici calcistici, ma il destino volle troncare il volo della farfalla.  

La sera del 15 ottobre 1967, dopo la partita contro la Sampdoria vinta dal Torino per 4-2, Meroni si rese conto di non avere con sé le chiavi della sua abitazione; insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti si diresse verso un bar dove telefonò a casa di amici presso i quali si trovava la sua compagna per poter tornare insieme a casa. Usciti dal bar attraversarono corso Re Umberto; vedendo sopraggiungere un’automobile si fermarono al centro della strada attendendo il momento opportuno per completare l’attraversamento; probabilmente indietreggiarono di un passo e così vennero investiti da una Fiat 124 Coupé che sopraggiungeva in direzione opposta. Poletti fu colpito di striscio, mentre Meroni venne sbalzato nell’altra corsia e fu travolto da una Lancia Appia che lo centrò in pieno e ne trascinò il corpo per decine di metri. Fu portato all’ospedale Mauriziano, ma morì alle 22,40; aveva solo ventiquattro anni.

La Fiat 124 era guidata dal diciannovenne Attilio Romero, grande tifoso del Torino che stava rincasando proprio dopo aver assistito alla partita; era figlio del primario di neurologia dell’ospedale Mauriziano ed abitava in corso Re Umberto a poca distanza dall’abitazione di Meroni. Dopo l’incidente il giovane si fermò a bordo strada per prestare soccorso, poi si presentò spontaneamente alla Polizia; venne assolto dall’accusa di omicidio colposo per non aver avuto modo di evitare l’investimento. Ironia della sorte, trentatré anni dopo, nel giugno del 2000, Attilio Romero diverrà il nuovo Presidente del Torino. Ai funerali parteciparono oltre ventimila persone. l’Arcidiocesi di Torino, dimostrando quanto fossero nella realtà distanti le gerarchie ecclesiastiche proprio dai principi della fede cristiana, si oppose allo svolgimento del funerale religioso definendolo “un peccatore pubblico” per il suo legame al di fuori del matrimonio; ma Don Francesco Ferraudo, cappellano del Torino Calcio e uomo di saldi principi morali e religiosi, celebrò ugualmente la funzione.  La settimana dopo il funerale il Torino giocò il derby con la Juventus. Prima della partita un elicottero sparse sul terreno di gioco dei fiori che furono poi sistemati sulla fascia destra dove giocava Gigi Meroni. Il centravanti Nestor Combin, compagno di reparto e suo grande amico, volle giocare nonostante la febbre che lo debilitava; segnò tre gol, il quarto fu realizzato da Alberto Carelli che quel giorno indossava proprio la maglia numero 7. Il Torino vinse il derby per 4 a 0.

In quella tragica sera di ottobre del 1967 la farfalla perse le ali, ma ha continuato a volare dove il calcio è un’arte e non solo un gioco.

Autore

Nato a Napoli nella seconda metà degli anni cinquanta. Sportivo appassionato, calciatore in gioventù, dirigente sportivo di società del settore giovanile. Avvocato con molteplici hobby e scrittore a tempo perso, ha pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti di Calcio.