• 14 Ottobre 2026

Correva l’anno 1955. La guerra era terminata da dieci anni, ma i segni di quella immane tragedia erano ancora evidenti. Dovunque c’era ancora tanto da ricostruire e in diverse città, soprattutto europee, i cumuli di macerie occupavano ancora gli angoli delle strade; una dignitosa miseria caratterizzava la vita della gente. Quel momento storico, già di per se difficile, si aggravò con la contrapposizione tra gli schieramenti del blocco occidentale e quello sovietico che determinò la così detta “Guerra Fredda”, destinata a durare ancora per quasi quarant’anni. A quel tempo il Calcio e il Ciclismo erano  i due sport popolari per eccellenza. Rappresentavano uno dei pochi momenti di evasione da una grigia esistenza, tenendo incollati alla radio decine di milioni di appassionati che, seppure per poco, dimenticavano gli affanni quotidiani; in qualche occasione furono proprio questi due sport a distrarre le masse evitando che gravi episodi nella vita pubblica potessero avere tragiche conseguenze. Il 21 giugno di quell’anno l’assemblea dell’UEFA decise di patrocinare la Coppa dei Campioni riservata alle squadre vincitrici dei rispettivi campionati e che solo per la prima edizione – giusto per completare il numero- venne allargata ad alcune squadre espressamente invitate. L’idea di questa manifestazione era stata dei giornalisti Gabriel Hanot e Jaques Ferran del celebre quotidiano sportivo L’Equipe. Più che altro, nelle loro intenzioni c’era la sfida alle squadre inglesi per la supremazia calcistica continentale: la immotivata grandeur francese si contrapponeva quindi alla stucchevole presunzione degli inglesi che del calcio si erano autoproclamati i maestri ritenendo perciò superfluo dimostralo sul campo.

Ed infatti, alla prima edizione del 1955-1956 parteciparono sedici squadre provenienti da Spagna, Francia, Italia, Scozia, Jugoslavia, Ungheria, Svezia, Austria, Germania, Danimarca, Portogallo, Polonia, Olanda, Belgio e Svizzera, ma mancarono proprio gli inglesi perché il Chelsea, campione di Inghilterra, rinunziò su espressa disposizione della Federazione Inglese che non voleva inutili “distrazioni” dal ben più importante campionato nazionale. La formula si articolò su partite ad eliminazione diretta, con abbinamenti decisi dagli stessi organizzatori dell’Equipe e non mediante sorteggio. La Coppa fu vinta dal Real Madrid che nella finale giocata ovviamente al Parco dei Principi di Parigi  batté i francesi dello Stade de Reims. Le merengues  si aggiudicarono le prime cinque edizioni (ad oggi sono quindici i titoli vinti) e in quegli anni schieravano giocatori del calibro di Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskàs, Raymond Kopa, Francisco Gento, José Santamaria e Miguel Munoz, gli autentici galàcticos. Il torneo continentale ebbe da subito un enorme successo di pubblico; basti ricordare che alla finale del 18 maggio 1960 tra Real Madrid e Eintracht  Francoforte giocata all’Hampden Park di Glasgow assistettero 121.621 spettatori paganti! Nel 1992 la Coppa dei Campioni cambiò formula con l’introduzione della fase a gironi e divenne la Champions League;  l’avvento delle televisioni commerciali e poi dei grandi network stavano trasformando il Calcio in un enorme affare che doveva essere coinvolto a tutti i livelli. Intanto l’UEFA si era già resa conto che i tornei continentali per club potevano diventare un importante sistema  di potere e soprattutto un grande affare, per cui nel 1960 fu istituita la Coppa delle Coppe riservata ai vincitori delle coppe nazionali, un torneo che durò fino al 1999. Nel 1971, in sostituzione della Coppa delle Fiere,  prese il via anche la Coppa Uefa riservata alle compagini classificatesi nei rispettivi campionati nazionali immediatamente dopo quelle aventi diritto a partecipare alla Coppa dei Campioni e che nel 2009 divenne Europa League. Infine, per contentare tutti e allargare quanto più possibile la platea, nel 2021 prese il via la Conference League, la terza coppa continentale per importanza, riservata alle squadre che nei rispettivi campionati si classificano subito dopo le squadre aventi diritto alla Europa League. Sono trascorsi settant’anni dalla prima edizione della Coppa dei Campioni e il mondo è talmente cambiato che quelli sembrano tempi di una diversa era geologica. 

Diventa difficile rappresentare ad un giovane appassionato quello che era il Calcio dell’epoca e le difficoltà contingenti legate al momento storico. Oggi ci si sposta con una facilità irrisoria per raggiungere qualsiasi angolo del pianeta, perciò desta quasi stupore raccontare che a quei tempi per le trasferte si dovevano innanzitutto affrontare enormi problemi logistici e le incertezze date dalla precarietà dei collegamenti; a volte succedeva di non sapere se si partiva, se si arrivava e se si ritornava. Poi, come dicevamo, il Calcio è diventato un colossale affare, dove i diritti televisivi la fanno da padrone e per qualsiasi tipo di competizione sono i grandi network a decidere quando e dove si gioca. Per ampliare la platea già enorme di utenti le competizioni sono cresciute a dismisura nel numero dei partecipanti e si sono allargate nei quattro punti cardinali spesso sfiorando l’assurdo. Nella scorsa edizione della Champions League per il Kazakistan ha partecipato la squadra di Almaty che geograficamente si trova più a oriente di Mumbai in India! Quest’anno è andata meglio per le trasferte perché a est c’è la squadra dell’Azerbaigian di Masazir che ha quasi la stessa longitudine di Teheran; in Conference League c’è a ovest il Santa Clara, club portoghese delle isole Azzorre che distano circa millequattrocento chilometri dalle coste continentali, senza dimenticare la squadra norvegese del  Bodo Glimt che gioca ottanta chilometri più a nord del circolo polare artico.

Cosicché in questo simulacro di Circo Barnum sono tutti, finanche gli arbitri,  ad essere coinvolti in un tourbillon di trasferte da un capo all’altro del continente e oltre, dove per novanta minuti di partita spesso sono necessari anche due giorni di viaggio tra l’andata e il ritorno. Dal 2024 le squadre partecipanti alla Champions League sono diventate trentasei, un numero sicuramente destinato a crescere nei prossimi anni. Non è un caso. La prossima edizione del Campionato del Mondo sarà quella del centenario. Nel 1930, al primo Mondiale disputato in Uruguay, parteciparono dodici squadre di cui solo le cinque europee che trovarono i mezzi economici per affrontare la lunga trasferta per mare e il soggiorno. Il Mondiale di quest’anno ha visto quarantotto squadre partecipare alla fase finale e già si parla di portarle a sessantaquattro. Lo spettacolo che ne è venuto fuori sarà pure stato calcisticamente deprimente, ma la FIFA ha incassato undici miliardi e mezzo di dollari che valgono molto più di un gol spettacolare o di una giocata del fuoriclasse. L’UEFA non è da meno perché per il quadriennio 2027-2031 incasserà quasi cinque miliardi di euro l’anno per i diritti televisivi delle tre Coppe continentali. In un film-commedia degli anni ottanta una battuta recitava “ ’Na finta e Maradona scioglie ‘o sangue dint’e vene”.

Altri tempi; oggi il sangue nelle vene dei signori del calcio lo fluidifica l’inarrestabile flusso di danaro che ovviamente fa piacere a tutti perché tutti partecipano alla spartizione della torta in proporzione ai propri risultati. Se poi alla fine sono sempre le stesse squadre a giocarsi la vittoria finale è solo un dettaglio e non potrebbe essere diversamente,  stante soprattutto la crescente sproporzione economica  tra i club che diventa inevitabilmente sproporzione tecnica in campo. Il mondo è cambiato e anche il calcio è cambiato; fa parte dell’evoluzione o dell’involuzione delle cose a seconda di come la si vede. Di sicuro c’è che il paragone tra il calcio degli anni cinquanta-sessanta e quello di oggi è improponibile sotto ogni profilo. Per quelli di una certa età che hanno vissuto anche quei tempi la nostalgia della gioventù spesso prevale sul ricordo reale distorcendolo; per i giovani che vivono il presente senza conoscere il passato il giudizio è viziato dalla mancata conoscenza. L’unica cosa certa è che il calcio di quei tempi va conservato nel cassetto dei ricordi con la stessa dignità di un qualsiasi pezzo di storia passata. E’ un calcio da raccontare iniziando con l’immancabile c’era una volta…-

Autore

Nato a Napoli nella seconda metà degli anni cinquanta. Sportivo appassionato, calciatore in gioventù, dirigente sportivo di società del settore giovanile. Avvocato con molteplici hobby e scrittore a tempo perso, ha pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti di Calcio.