• 14 Giugno 2024
Note d'Autore

Tutta la letteratura è pettegolezzo” affermava Truman Capote.

 Ma cos’è la letteratura, oltre che pettegolezzo? Uno sguardo, un dettaglio, un’etimologia in bella forma? Il campo letterario è un sottocampo del campo culturale; esso include in primo luogo gli autori, che producono manoscritti, e poi, salendo lungo la filiera produttiva, le case editrici. Queste svolgono una funzione ibrida fra produzione e distribuzione, occupando un livello intermedio fra scrittori e lettori. Rispetto al livello degli scrittori esse scelgono i manoscritti, li pubblicano e li distribuiscono come libri. Rispetto al livello dei lettori sono i produttori dell’artefatto culturale libro.

Oltre le case editrici vi è la distribuzione fisica: librerie, club del libro e biblioteche permettono ai libri di raggiungere i lettori. Ma la ricezione dei libri è anche simbolica, oltre che fisica: esistono gruppi di persone, “debolmente” organizzati, che sono direttamente coinvolti nella produzione simbolica. Si tratta di intermediari istituzionali, in grado di modificare, attraverso il proprio operato, la ricezione simbolica delle opere, decretandone il successo. Parliamo di critici e insegnanti, che cercano di diffondere una specifica concezione di letteratura, giornalisti, recensori e accademici in grado di plasmare gusti e dare riconoscimento a canoni letterari. Lettori e non lettori sono esplicitamente inclusi nel modello. Il campo letterario incorpora una variegata rete di relazioni: membri di istituzioni differenti si impegnano in specifiche attività professionali, relativamente ai testi letterari: tali attività sono modellate dal contesto istituzionale.

Ma l’editoria è figlia dell’intellettualità,della cultura e del commercio? Probabilmente, non appartiene a nessuno dei tre. E poi, annosa domanda, sono gli editori capitani d’azienda? Esistono ancora editori efficaci come nei primi trent’anni del Novecento?

La storia dell’editoria è magmatica, casuale, con accelerazioni improvvise e sacche profonde, costellata di invidie e affetti, rabbie e riconciliazioni, amori e antipatie. Attraverso l’editoria si può raccontare la storia d’Italia, quella tra le due guerre e quella degli anni di piombo, quella dei magnifici anni Ottanta e la più recente, quando i protagonisti sono forse meno eroici ma più inattesi. Con tono epico e comico, affettuoso e tagliente, con occhi distanti e nel contemporaneo vicinissimi, gli editori accompagnano nelle avventure umane e culturali gli scrittori, si occupano di scegliere come, quando e quali libri pubblicare in un paese in cui tanti scrivono e pochi leggono. Sono numerosi e spesso spaesati in un mercato che cambia sempre più rapidamente e quasi sempre in maniera bizzarra e insondabile, disarmati di fronte a un sistema che li rigetta in continuazione; i medi e piccoli editori risultano costantemente schiacciati dai grandi gruppi editoriali e dallo spauracchio della distribuzione. Lanciano il cuore oltre l’ostacolo e si piegano a mali rimandati, ma necessari: primo fra tutti la comunicazione web. C’è chi si “ricopre” di social, chi si azzarda a pensare ai book influencer, chi si convince di aver fatto bene ad aver aperto un sito. Tutto molto lentamente.

 In pochi settori come quello dell’editoria c’è stata una pervicace diffidenza nei confronti di ogni tipo di novità, che non fosse quella atta a riempire scaffali delle librerie o fare da complementi d’arredo nelle case più pretenziose. Eppure, in questo mare di rassegnazione qualcosa si muove: dati da osservare con assoluto interesse sono quelli che riguardano l’internazionalizzazione dell’editoria italiana; gli editori nostrani vendono di più all’estero. Si colga l’opportunità di questa apertura sempre più frequente, per valutare come certi titoli italiani sono trattati oltre confine.

Gli editori italiani sono stati per decenni fra i più valenti in Europa, lo sono ancora oggi, anche se paralizzati da una specie di paura del declino, già come si fossero imbalsamati in una preventiva cripta. Il problema è che spesso la produzione di libri segue logiche stantie e automatiche che poco hanno a che vedere con certe esigenze culturali e ben che meno hanno a che fare con le esigenze dei lettori, e quando ce l’hanno non ci arrivano perché comunicati in modi dissennati: “i libri ci sono, i libri perfino si vendono, forse gli editori ancora non hanno ancora capito bene cosa farne”.

 L’editore dovrebbe ripristinare tra le sue numerose variazioni e possibilità: “l’illuminazione” e la “passione”, ripensare al coraggio di imprenditori editoriali come Sonzogno e Treves, innanzitutto “servirsi” di fiuto di editor professionali e appassionati. Bisognerebbe rileggere la storia dell’editoria, magari iniziando da Bobi Bazlen, storico consulente editoriale di varie case editrici italiane dello scorso secolo e “inventore”, con Roberto Calasso, delle edizioni Adelphi, quando mise nelle mani di Montale i libri di Svevo e gli ordinò, con la sua illuminante fulmineità, di leggerli; o quando, con la stessa immediatezza, lo incaricò di scrivere una poesia sulle gambe di Dora Markus; o quando, come primo rapporto di lettura, suggerì ad Einaudi che era il momento di gettarsi nell’impresa di tradurre un autore, allora ignoto a tutti in Italia, che si chiamava Robert Musil; o quando decise che il primo fra i libri unici che voleva pubblicare con Adelphi dovesse essere “L’altra parte di Kubin” (il romanzo che secondo sue parole era “Kafka prima di Kafka”).

 Cosa sono diventate, dunque, oggi le case editrici? Le più grandi sono interessate maggiormente alle storie, le medie più alla lingua. Nei discorsi degli editor delle più grandi, sono presenti in maggior misura tematiche di natura commerciale, in quelli delle medie tematiche che abbiano a che vedere col valore letterario. Le piccole si caratterizzano maggiormente per una identificazione della linea editoriale coi gusti dell’editore anche se, ovviamente, non si può avere la pretesa di generalizzare. Le case editrici di maggiori dimensioni sarebbero quindi più rivolte al successo economico, le medie al riconoscimento culturale, le piccole a “cavarsela”, resistendo alle intemperie economiche. È una conclusione che non sconvolge, del resto, visto che le prime appartengono a gruppi industriali, a volte quotati in borsa, mentre le seconde hanno una diversa struttura proprietaria, con minori costi fissi. La situazione è anche confermata dalle parole degli agenti letterari, che sostengono che gli editor richiedono loro opere in grado di vendere: per quello che abbiamo visto, si tratta di opere dalla forte storia, più che manoscritti molto letterari.

Chi ama i libri riconosce il brivido di tenere fra le mani una copia fresca di stampa della prossima storia nella quale immergersi. E ancor più di questo, sappiamo bene che l’apnea compiuta fra le pagine di un libro è l’unica dalla quale non si rischia di riemergere affamati d’aria, ma anzi con la testa ben ossigenata e il respiro più libero. Ma la scrittura non è cosa da poco e da tutti. La scrittura spacca la schiena. È come sparare alla luna senza nemmeno poter applicare le leggi della fisica. Il colpo si perde nella vastità del cosmo. A volte non si vede abbastanza per sapere se si è fatto centro”. Vale la pena sacrificare una bella fetta della propria vita per questo?

Carmina non dant panem”. Eppure io scrivo, tu scrivi, egli scrive… L’editoria tenta di produrre.

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.