• 14 Ottobre 2026
Editoriale

La risposta alla domanda “Che cos’è la cultura?” potrebbe essere racchiusa in questa formula: la vita senza la cultura è cieca, la cultura senza la vita è vuota. Si tratterebbe di una formula che per il suo intimo significato inviterebbe a non cercare formule capaci di dire cosa sia la cultura e, piuttosto, mostrerebbe con la relazione tra vita e cultura che quest’ultima è il lavoro stesso della vita. Il concetto di una cultura vitale e di una vita coltivata è ripreso, sì, da Kant e da Croce – che ripetono che l’intuizione è cieca senza concetto e il concetto è vuoto senza intuizione – ma ancor meglio si può osservare che esprime la quintessenza della concezione moderna della condizione umana in cui il primato non è riconosciuto né alla vita contemplativa né alla vita attiva ma alla loro circolarità o reciproca implicazione. Nel circolo delle attività umane alla cultura, intesa qui in senso lato e ampio, è senz’altro riconosciuta la funzione della conoscenza che, però, intanto può svolgere perché è concepita non come un punto esterno al circolo o alla vita ma un suo modo di essere o, se si vuole e più piace, come un lago che è parte del paesaggio ma nel cui specchio il paesaggio si specchia. Così concepita la cultura non è un abbellimento o una teoria accademica ma una interna necessità della vita che lavora sé stessa ossia le sue passioni, i suoi desideri, i suoi interessi, i suoi poteri e conoscendoli se ne libera momentaneamente, con in una sosta o in un ristoro o in un’oasi di pace, per poi riprenderli, magari con più acuta consapevolezza, e continuare la battaglia della vita che sempre infuria là fuori. La cultura, così intesa, altro non è che lavoro.

Per approfondire il significato della cultura come lavoro – che un po’, anche volontariamente riprende la famosa conferenza di Max Weber La scienza come professione – si può ricordare il mito del Regno dei figli di Crono del quale parla Platone nel Politico. In quel tempo, lontano, lontano, lontanissimo, praticamente mitico, Crono regnava sugli dèi e sugli uomini. La terra girava in senso inverso rispetto a quello di oggi. Non solo: anche il corso della vita umana era invertito. Invece di andare dall’infanzia alla vecchiaia si andava dalla vecchiaia all’infanzia. Si nasceva adulti – la cosa fa impressione, me ne rendo conto, ma proprio questa impressione vuole destare il mito per indurre a pensare – e si moriva bambini. Ci si ricongiungeva alla terra che era ricca, rigogliosa, prodiga di ogni bene a portata di mano e di bocca. Non c’erano lotte e regnava l’armonia. Platone, dopo aver ricordato il tempo mitico, si chiede: gli uomini che vivevano beati in quel tempo cosa facevano, si rimpinzavano lo stomaco o amavano la sapienza? Il filosofo pone la domanda ma non fornisce la risposta che stiamo ancora aspettando, sempre che sia necessaria e non intuitiva.

Nel Rinascimento italiano ci fu un altro grande filosofo, Giordano Bruno, che fece riferimento alla mitica Età dell’oro in cui gli uomini non avevano bisogno di lavorare perché la terra, proprio come nel Regno dei figli di Crono, dava tutto il necessario spontaneamente. Come già Platone, anche Bruno si pose la medesima domanda: gli uomini che non lavoravano erano stupidi o intelligenti? Questa volta, però, la risposta Bruno la diede e disse: gli uomini beati delle loro pance e dei loro piaceri erano più stupidi delle bestie perché solo il lavoro, che è necessario per vivere, avvia il processo storico di umanizzazione dei mortali. Gli uomini si elevano con l’arte e la scienza e la filosofia e anche solo con la miracolosa parola perché hanno iniziato dal lavoro della terra per procurarsi i mezzi e i beni per vivere. L’intelligenza umana si sviluppa e cresce lavorando, acquista disciplina, metodo, creatività e la sua luce irrobustisce la volontà. Se si confronta la vita umana com’è nel Regno dei figli di Crono o nell’Età dell’oro con la vita umana com’è a noi nota si vedrà che ciò che risalta e fa la differenza è, appunto, il lavoro perché la vita, con il susseguirsi delle generazioni, con la giovinezza che viene a rinfrescare l’aria e a cambiare la scena, con il ricambio continuo dei problemi sempre nuovi, ha per sua intima necessità di essere lavorata. Nel tempo mitico, dove si nasce adulti e si muore bambini, si regredisce e invece di diventare saggi si rimbambisce – a volte le due cose si toccano, lo so, ma sono gli scherzi del destino – mentre nel tempo in cui si va dall’infanzia alla vecchiaia si progredisce, non tanto secondo una linea retta ma secondo una crescita su sé stessi che, va da sé, prevede cadute, soste e regressi perché il fondo del fondo della storia umana è la libertà.

Che cos’è, dunque, in queste condizioni la cultura? Un lavoro. Un lavoro senza sosta che ha anche le sue istituzioni – la scuola, l’accademia, l’azienda – ma che prim’ancora di istituzionalizzarsi appartiene alla vita umana in quanto tale perché dalla capacità di pensare e conoscere ed educarsi dipende la coscienza della libertà e la sua concretizzazione in una vita civile che tenga a bada gli abusi di potere e, primo tra questi, proprio quello della superbia della conoscenza. Il tempo che viviamo noi è senz’altro quello in cui anche la conoscenza è diventata una forma di prodotto o di merce: i dati. L’intelligenza artificiale sostituisce tante nostre operazioni: archivio, calcolo, lettura e chissà cos’altro ancora. Ma può sostituire la capacità di pensare? L’idea di delegare le fatiche alle macchine è insita nella condizione umana che è legata alla maledizione biblica. Tuttavia, come si è visto, la nostra umanizzazione è legata più di quanto non s’immagini proprio al lavoro. Liberarsi dalle fatiche per dedicarsi ai più alti e nobili piaceri dello spirito: ne siamo sicuri? La vita contemplativa come ideale di vita poteva essere concepita da Aristotele il quale, però, sapeva bene che agli uomini come esseri del mondo sublunare poteva al massimo spettare una labile tangenza con l’Uno ma la normalità era, invece, la maturazione di una giudiziosa saggezza pratica. Se l’ideale della vita contemplativa era troppo alto perfino per Aristotele s’immagini cosa può essere con i contemporanei che riescono a farsi del male quando hanno due giorni di tempo libero. La cultura, dunque, va liberata a sua volta dal mito o, meglio, dalla deformazione professionale della specializzazione che è tipica dei nostri tempi che – diciamo la verità – sono così presuntuosi da risultare a volte ottusi e cretini. La specializzazione è un’esigenza del nostro tempo e un risultato dell’ordine degli studi ma non va concepito come la cultura in sé perché ne è solo una forma speciale. Si può sapere tutto di una cosa e niente di tutto il resto. Ma questo è ancora niente, perché se si sa tutto di una sola cosa, come lo specialista, e si rimane consapevoli dei limiti di sé e della propria specialità si è ancora in grado pensare e pensare bene ed essere aristotelicamente giudiziosi, ma se ci si dimentica dei propri limiti e del limite che è insito nella specialità e si ritiene di ricondurre tutto a una metodica, allora, ci si espone nel migliore dei casi alle goffaggini, per non dire alle cretinerie. Il cretino, diceva Flaiano, si è specializzato. E chissà perché – ma, in realtà, si sa anche il perché – le migliori cretinate sono dette proprio dagli specialisti (un ingegnere, un fisico, un informatico, uno scienziato) quando uscendo dal seminato ritengono di potersi occupare di tutto e, in particolare, di religione, di morale, di filosofia, di politica che, come attività umane dalle quali dipende la libertà, necessitano di finezza spirituale che, ai nostri tempi, sembra sia andata perduta. La cultura è il contrario della mezza cultura e la sua “completezza” consiste nella coltivazione di un senso storico delle cose umane e per tal motivo Croce invitava gli specialisti a coltivare il senso dell’universale e i dilettanti ad avere il senso del particolare, gli storici a farsi filosofi e i filosofi a farsi storici.

La risposta alla domanda “Che cos’è la cultura?” è, dunque, più o meno questa: la cultura è la lavorazione continua, vita natural durante, della vita individuale e della vita civile per vivere una vita libera e degna. E’ una continua forma di auto-educazione e di apprendimento e quando si pensa che non ci si possa più migliorare e non ci sia più nulla da imparare, la vita non si chiama più vita ma morte.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.