• 22 Luglio 2024

Il regista britannico Ridley Scott, dopo aver diretto tra gli anni ’70 e ’80 opere dal sapore fantascientifico (come “Alien” e “Blade Runner”), nel 2000 si cimenta nel kolossal premio oscar “Il Gladiatore”, dando inizio così  ad un proprio filone di film basati sull’ Epica e la Storia. A farne da padrona sono ricostruzioni storiche mozzafiato, scenografie imponenti e visivamente audaci, battaglie e scontri tra eserciti armati, in un continuo cozzare di lance, spade, scudi, duelli, senza risparmiarsi nell’uso cinematografico del sangue, dando comunque importanza agli intrecci incentrati sull’esplorazione di caratteri umani psicologicamente sfaccettati. Così Scott sforna pellicole come “Le crociate”, “Robin Hood”, “Exodus: dei e re”, “The last duel” e la sua ultima fatica, uscita nelle sale nel novembre del 2023, “Napoleon”. Quest’ultimo è uno di quei film che ha suscitato reazioni contrastanti da parte di pubblico e critica e non c’è da meravigliarsi, data la complessità dell’argomento. Napoleone infatti è uno dei personaggi storici meglio conosciuti al mondo, nonché uno dei più studiati. il regista si è presentato per l’ennesima volta come “autore”, imprimendo cioè una propria visione e interpretazione della materia trattata. Scott ricorre spesso a espedienti narrativi “spettacolari” o romanzati e ovviamente, quando la storicità viene meno per dar spazio alla narrazione artistica, la cosa può deludere spettatori e studiosi. Tuttavia, come in tutte le opere cinematografiche, è quanto mai opportuno addentrarsi in quelle chiavi di lettura artistiche e simboliche che di certo Scott ha inserito nel suo “Napoleon”.

Scott si è innanzitutto domandato: “chi è Napoleone?”. La risposta che si è data ha fatto i conti con la “percezione” collettiva delle “grandi” figure storiche, in modo particolare di guerrieri, generali, re e condottieri (Napoleone stesso, Cesare, Alessandro Magno e altri) . Questi sono quasi sempre avvolti da un’aurea leggendaria. Si presentano quindi come persone fuori dagli schemi, dotati di capacità straordinarie come intelligenza, tattica, carisma. E sebbene questi aspetti siano documentati, quello che spesso si viene a creare è il cosiddetto “mito” dell’uomo o della persona, per cui lo si percepisce sempre in un certo modo, “perfetto” nella sua iconica “rappresentazione”. Pertanto Alessandro è “il grande”, Cesare “il conquistatore”, Marco Aurelio l’ “imperatore filosofo” e così via. Napoleone non fa eccezione a questo fenomeno. Tuttavia Scott conosce benissimo la risposta alla sua domanda. Napoleone è stato innanzitutto un uomo, motivo per cui, tramite una scelta per molti deludente ma di certo audace e innovativa, il regista ha deciso  di mettere per un attimo da parte i “caratteri” tipici del personaggio, come il suo carisma, la determinazione, la capacità politica, mostrandoci invece un uomo certamente importante ma comunque vulnerabile, insicuro, colto nella sua dimensione più privata e intima. E quindi compare la sua angoscia, il dubbio, l’irrequietezza, la gelosia. Ci viene presentato dunque il Napoleone “uomo”, quello “piccolo”, quello che nessun altro riesce a scorgere oltre quel suo prestigio pubblico che si impone come una maschera esterna.  Ecco davanti a noi un personaggio nudo e inerme, così come probabilmente lo conoscevano coloro che gli erano più vicini, come ad esempio sua moglie Giuseppina. Non è un caso infatti che sia proprio Giuseppina la co-protagonista, cui viene dedicata una profonda attenzione al pari di Napoleone. Tra i due si istaura un rapporto travagliato, difficile, che alterna l’ossessività, la gelosia, i sospetti di infedeltà più o meno comprovati, a momenti di amore e affetto sincero. Questa vera e propria “storia d’amore” diventa il filo conduttore del film. Un aspetto, questo, che per quanto romanzato restituisce ai personaggi una componente autentica, quotidiana e umana. Tuttavia Scott, nel corso del film, non dimentica di passare dalla dimensione intima a quella prettamente militare o politica di Napoleone, quando questi veste la sua uniforme tornando a essere il condottiero tanto esaltato dalla storiografia. Così lo vediamo brandire la sua sciabola, elaborare strategie belliche all’avanguardia e guidare le sue truppe quasi sempre ad una gloriosa vittoria. Napoleone sembra perciò riassumere  le “forme” a noi più congeniali, quelle che conosciamo e quelle che “si vogliono vedere”.  Diventa astuto, sveglio, carismatico, inarrestabile. Alimenta gli animi e si mostra per il conquistatore, l’imperatore, il genio militare che è, quello che sfida e fa tremare le nazioni e i regni dell’Europa. Ed è proprio in questa contrapposizione, tra il Napoleone “uomo” e il Napoleone “leggenda” che va a installarsi un dubbio nello spettatore: “come fanno a essere la stessa persona?” Quale tra i due è il vero Napoleone”. E’ proprio desta dualità che va a definire un personaggio sfaccettato e completo.

E adesso parliamo di una altro aspetto del film, quello più tecnico e più artistico: la componente dello “spettacolo”. Spettacolarità, per Scott, significa innanzitutto fare leva sulla componente visiva. Un film infatti non è solo un’opera narrativa ma è anche un lavoro di arte “figurativa”, che si sposa con l’intento di trasmettere stati d’animo, situazioni e messaggi attraverso l’impatto visivo dell’azione, della scenografia e della fotografia. E’ molto interessante, ad esempio, lì dove la scena è ambientata in un posto specifico, l’utilizzo del colore e delle luci. Questo, pur tradendo la realtà, è necessario a comunicare l’ “idea” di una particolare atmosfera o di un particolare ambiente, così come percepito a livello collettivo. E’ il caso delle scene diurne ambientate a Tolone, in Egitto, o ancora nell’isola d’Elba, dove la luce eccessivamente “calda” non è di certo rappresentativa della zona, ma trasmette l’idea ora del deserto ora della “mediterraneità” attraverso un codice visivo immediato e comprensibile da parte di un pubblico vasto. Un altro aspetto della spettacolarità riguarda quelle scelte stilistiche atte a inviare messaggi o “informazioni”. A tal proposito esaminiamo la fatidica “scena delle piramidi”, presente anche nei trailer e negli spot promozionali del film. Qui Napoleone, giunto con il suo esercito in Egitto ( Scott prende spunto anche da una tradizione pittorica,  rappresentante il condottiero francese trionfante a cavallo, presso elementi tipici dell’Egitto come la Sfinge o appunto le piramidi) dà l’ordine ai cannoni di aprire il fuoco contro le piramidi, cosa che gli storici hanno più volte confermato essere una falsità. Tuttavia la scena in sé è un eccellente espediente narrativo e cinematografico.  L’intenzione di Scott in questo caso non è di certo quella di essere storicamente accurato, bensì di presentarci una vera e propria allegoria. Il cannoneggiamento sulle piramidi esprime tutta la “superbia”, lo sconfinato orgoglio di quest’uomo che sfida senza ritegno un glorioso passato, quello della civiltà egizia, trasmettendo un messaggio evidente: “ora ci sono io, l’Egitto è mio”. Senza contare che la scena in sé ha un impatto visivo eccezionale: i cannoni sparano, con grande frastuono e con spettacolari pennacchi di fumo, i loro bolidi che vanno ad impiantarsi sulla cima delle piramidi. Osserviamo il tutto insieme al protagonista, da terra, mentre quelle colossali costruzioni si frantumano levando nubi di schegge e polvere. Questa è la spettacolarità di Scott, quella scelta stilistica che, a scapito della realtà, vuole dirci qualcosa di significativo, attraverso l’esagerazione. Proprio a riguardo, durante un’intervista, Scott ha affermato: “Non mi interessa se quel fatto sia avvenuto o meno nella realtà: so solo che, come immagine da cinema, una bomba sulle Piramidi è la cosa più immediata possibile per dire che Napoleone ha conquistato l’Egitto”.

Altra scena tecnicamente magistrale e è quella riguardante la battaglia di Austerlitz. Anche qui Scott fa ricorso alla “Storia” per poi riadattarla secondo la sua visione, prendendo spunto dall’episodio della ritirata disordinata delle truppe austro-russe verso gli stagni ghiacciati di Monitz e Satschan e di come Napoleone ne abbia approfittato ordinando alla propria artiglieria di far fuoco sul ghiaccio. Ancora una volta la macchina da presa, accompagnata da una superba colonna musicale ed un saggio uso dello “slow-motion”, indugia sui particolari visivi della battaglia: il caos, la disperazione dei soldati in fuga, il frantumarsi del ghiaccio, i corpi che affondano negli abissi oscuri del lago la cui acqua ormai si mischia al sangue dei morti, i proiettili dei cannoni che spaccano e trapassano la superficie ghiacciata. Non è una sequenza che ha la pretesa di raccontare il fatto così come è avvenuto, ma che bensì ci parla di una distruttiva forza vincitrice, inarrestabile e senza pietà, quella di Napoleone, simbolicamente rappresentata in ognuno di questi singoli elementi della sequenza in questione.Insomma, il “Napoleon” di Ridley Scott è sicuramente uno di quei film che vanno ad affiancare altri capolavori cinematografici riguardanti la stessa materia, come il classico  del cinema muto “Napoleone” di Abel Gance del 1927 e “Waterloo” del 1970 di  Sergej Fëdorovič Bondarčuk. E’ uno di quegli esperimenti a cui, al di là di critica e accoglienza, va riconosciuto il merito delle sue scelte audaci, come quella di presentarci, con un tocco attuale e moderno, un personaggio tanto leggendario e affascinante quanto complesso e vulnerabile. Un “grande” ma allo stesso tempo “piccolo” uomo, ricordandoci ancora una volta della straordinaria potenza comunicativa del Cinema, nel quale la spettacolarità visiva riesce a fondersi con la narrazione di aspetti forse meno entusiasmanti, ma sicuramente più umani e per questo realistici. Per cui se da un lato abbiamo un famoso dipinto dell’ ’800 di Loius David, che raffigura un giovane e aitante Napoleone su un robusto cavallo rampante in procinto di valicare le Alpi, dall’altro abbiamo un non tanto famoso dipinto di Paul Delaroche, raffigurante la stessa situazione, ma su una linea per certi versi più simile a quella di Scott: Napoleone non è su un cavallo, ma su un mulo, che arranca nel freddo lungo un percorso impervio e accidentato. Il condottiero si copre col suo mantello, indolenzito in mezzo alle intemperie del vento. Per cui è tutta una questione di “visione”. Per una tale impresa, un cavallo rampante è di certo un’immagine d’impatto, ma forse, sebbene più sgraziato di un cavallo, un mulo è di certo più adatto.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.