• 19 Aprile 2024
Note d'Autore

L’accidia, l’indolenza, la pigrizia, la propensione alla lentezza, a rimandare sempre, a non impegnarsi hanno tentato l’uomo fin dalla notte dei tempi, tanto da meritarsi l’ingresso nei vizi capitali e più di una menzione nelle parole della Bibbia. Nel paradiso promesso dalla religione non c’è traccia del lavoro, in cambio però la vita terrena è destinata alla fatica come mezzo di espiazione del peccato. Se l’ottica risulta questa, l’ozio non può che essere il “padre dei vizi”. Nei secoli, l’accidia, ha assunto molti significati: ozio, tristezza, apatia, malinconia, noia, male di vivere; scrittori e filosofi di molte epoche l’hanno trovata allettante; elogiare l’ozio è una civetteria intellettuale da sempre. 

Aristotele, nel suo trattato “La politica”, affermava: …la guerra deve essere in vista della pace/l’attività in vista dell’ozio/le cose necessarie in vista di quelle belle. Tom Hodgkinson, scrittore e giornalista inglese, nei suoi trattati “Oziando s’impara” e “L’ozio come stile di vita”, esalta il piacere della pigrizia e combatte l’idolatria del lavoro; sostiene la “malattia”, come assenza giustificata dal lavoro da trascorrere il più a lungo possibile, ciondolando per casa in pigiama e chiede che venga rivalutata l’importanza delle lunghe convalescenze, o dei soggiorni in riviera, che i medici di una volta prescrivevano ai pazienti esauriti o tisici. 

Potremmo essere orgogliosi del nostro status di animali pigri, poiché a dircelo è proprio la letteratura: piacere in cui indulgere che ci viene in soccorso contro ogni velleità eroica, dallo scendere a prendere il latte al buttare il “rusco”: non è forse la lettura, come l’ozio, il vizio dei solitari? L’ozio infatti “che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante, ha lo stesso diritto dell’operosità di sostenere la propria posizione”, dichiara Robert Louis Stevenson dalle pagine di “In difesa dei pigri”; dobbiamo rivalutare il significato della pigrizia, dandole la connotazione positiva di “ricerca del piacere all’interno del difficile mestiere di vivere”.

L’indolenza risulta argomento preferito anche delle favole: i fratelli Grimm raccolgono dalla tradizione e riscrivono la storia dei tre fratelli pigri, in cui il terzogenito del re eredita il regno grazie alla sua neghittosità: “…se dovessero impiccarlo e avesse già il capestro al collo, e uno gli desse in mano un coltello affilato con il quale poterlo tagliare, si lascerebbe impiccare piuttosto che alzare la mano”.

Nel Medioevo il concetto si è ampliato per comprendere tutte le forme di inattività peccaminosa, tra cui, sia mai, l’addormentarsi in chiesa. Non possiamo non citare le punizioni esageratamente severe, persino sadiche, inflitte agli indolenti nel Medioevo. Dante piazza gli accidiosi nel quinto cerchio dell’inferno, immersi nella palude dello Stige; anime congegnate per spaventare la gente dalle insidie spirituali del “fancazzismo”, una scorciatoia seducente e soprattutto senza ansie verso l’autodistruzione. A volte, però, la pigrizia salva, e lo sa bene la protagonista di “Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh: un’ex gallerista disoccupata e chiusa nel suo bozzolo, che dimostra come attraverso l’abulia sia possibile completare la locuzione latina “Faber est suae quisque fortunae”, con una strategia attenta e alacre di preparazione al letargo chimico.

L’etica del lavoro come veicolo indispensabile di valore, dignità e significato nell’esperienza umana si rinsalda con l’illuminismo: uno dei più grandi inni del “lavorismo” nella letteratura inglese è il Robinson Crusoe del 1719, in cui il naufrago di Daniel Defoe non perde occasione per ricordarci quanto era stoicamente privo di indolenza, quanto incessantemente ha lavorato per sopravvivere in modo civile in un territorio ostile a ogni forma di attività, carico di promesse ludibri. 

Fortunatamente, la letteratura in controtendenza ci viene in aiuto: la figura più notevole tra gli apatici è senza dubbio Bartleby, lo scrivano di Herman Melville dell’omonimo racconto del 1853 e la sua resistenza passiva alla vita con la dichiarazione d’intenti: “preferirei di no”. La sua figura “pallidamente distinta, penosamente rispettabile, inguaribilmente desolata” oppone il silenzio all’azione, la mitezza alla gaia e spesso turbolenta operosità dei colleghi: è quasi uno sciopero esistenziale, una campagna sistematica di refrattarietà al modo in cui le nostre vite possono essere definite dalla trista monotonia del lavoro.

Nei primi anni dieci di questo millennio il sociologo Robert A. Stebbins teorizzava la comparsa dell’Homo otiosus, in opposizione all’Homo faber. In Italia, si ricorda soprattutto la provocazione beffarda del poeta laziale Giovanni Battista Marini, detto “Titta”, che nel dopoguerra fondò il circolo Fronte dell’ozio, con tanto di logo (un granchio che spezza una vanga) e un programma per gli aderenti chiamati “Ozzziosi” (con tre zeta). Sugli stessi temi il filosofo Domenico De Masi pubblicò i libri “Il futuro del lavoro”, fatica e ozio nella società postindustriale. Nel 2012, il disegnatore newyorkese Tim Kreider ha pubblicato un articolo sul New York Times intitolato “The ‘Busy’ Trap”, in cui descrive i suoi conoscenti, perfino i bambini, come esausti dal carico di occupazioni, afflitti dall’ansia cronica e dal senso di colpa per ogni minuto di inattività. Lo scambio via Skype con una collega che si era recentemente trasferita in Francia fu l’occasione per riflettere su questa condizione: la collega aveva sempre pensato di essere ansiosa e depressa, mentre in Francia per la prima volta scopriva di poter essere felice e aveva iniziato da poco una relazione amorosa. Kreider descrive, quindi, la propria giornata tipo come più “produttiva” di molte altre persone, proprio perché sfugge alla trappola dello stress delle occupazioni continue. “Non sono impegnato. Sono la persona più pigra che conosco. Come la maggior parte degli scrittori, mi sento un reprobo che non merita di vivere il giorno in cui non scrivo; ma sento anche che quattro o cinque ore sono abbastanza per guadagnarmi il diritto di vivere su questo pianeta un giorno di più. Nei migliori giorni qualunque della mia vita, scrivo la mattina, faccio un lungo giro in bicicletta e mi perdo a camminare nel pomeriggio, e la sera vedo degli amici, leggo o guardo un film. Questo, mi sembra, è un ritmo sano e piacevole per un giorno.”.

Ambrose Bierce, nel suo meraviglioso “Dizionario del diavolo”, grazie all’umorismo dei lemmi disseziona grandi verità sulla vita e per l’ozio, giustamente, mostra il massimo rispetto: “ozio: Intervalli di lucidità nei disordini della vita”. Quello per l’ozio non è certo un pensiero rivoluzionario: ma credo che sarebbe bene riprendere in mano, contro la mania dell’efficienza perenne, un librino rivoluzionario sul serio, scritto quasi un secolo e mezzo fa da Paul Lafargue, socialista francese ma cubano di origine, genero di Karl Marx (aveva sposato sua figlia Laura, e il loro fu un grande amore), e uomo dalla biografia piuttosto incredibile, si suicidò pur di evitare la vecchiaia. Come tutti i libri dedicati all’ozio anche questo è molto breve, e si intitola “Il diritto alla pigrizia (Le droit à la paresse)”. Lafargue, che lo scrisse in prigione, ricostruisce il glorioso esordio dell’ozio nella storia: per i greci antichi, del resto, quello che i latini chiamarono “otium” si chiamava scholé – da cui la nostra scuola – ed era il tempo che l’uomo libero dedicava al perfezionamento di sé stesso; purtroppo, spesso questa libertà di disporre del proprio tempo faceva perno sul lavoro di donne e schiavi… ma questa è un’altra storia, e uno dei motivi per cui, per inciso, amo la scuola epicurea, che garantiva anche a donne e schiavi il loro bravo “droit à la paresse” e al miglioramento di sé. 

Una curiosità: Napoleone Bonaparte passava per essere instancabile e per alimentare questa leggenda lasciava, nell’anticamera della sua tenda, nottetempo, una candela accesa, così che tutti lo credessero al lavoro.

Il tutto si può racchiudere in un’emblematica frase di Charles Monroe Schulz: “Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito”.

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.