• 1 Marzo 2024
Editoriale

Si parla molto di equità e parità per le donne, non solo in termini di genere ma anche come principio di parità di retribuzione in ambito lavorativo, questa tematica è ormai assunta ha una tema politico nell’EU di rilevante importanza per limare la pur sempre evidente discriminazione che attanaglia le donne nel percorso giuridico e civile, sociale e comunitario. La ricerca costante di tutelare i diritti delle donne, non si ferma ad un femminismo di classe e di genere, ma si materializza nel costante tentativo di consentire alle cittadine europee di usufruire di un diritto reale di uguaglianza, e perequazione, riflesso di un’emancipazione  che sia reale, fine ultimo, di garantire una sicurezza di proporzioni maggiori  di quella attuale per le molteplici donne europee, statisticamente subordinate, a vivere condizioni, e posizioni inferiori, definite da un reddito inferiore in media di venti punti percentuali rispetto all’uomo, sia nell’ambito sociale e politico, sia imprenditoriale e per salario minimo, che è  minimizzato ad un femminicidio occupazionale.

La parità retributiva, si annichilisce e svilisce nella possibilità per la donna di conciliare la sua fecondità e possibilità di concepimento, confacentemente ad un equilibrio biologico ed esistenziale che mal si conforma tra i tempi di lavoro e vita quotidiana. Infatti, tra gli obiettivi politici dell’EU, le pari opportunità, delle donne restano un elemento prioritario, ma siamo ancora là da raggiungere una totale parità e indipendenza economica nell’universo femminile europeo, anche se il tasso di occupazione femminile rivela un trend di crescita, ma malamente suffragato da politiche di sussistenza volte alle pari occupazione con quella maschile e alla pari retribuzione, ovviamente la sfida sebbene non è solo in termini di legislazione sovranazionale europea ma tenendo conto del principio di sussidiarietà è la sua corretta applicazione off shore, nel mercato del lavoro dei relativi stati membri.

Gli stereotipi, da ristrutturare non sono pochi, e affondano le loro soluzioni non solo nell’ambito della parità di genere, con connotati puramente femministi, e agganci evidenti ai diritti sociali, parliamo di violenze da rimuovere, molestie diffuse che restano un muro incontrovertibile, con spinte culturali a volte ancora di stampo medievale. Ne segue che gli attori del mondo del lavoro, ancora non sono stati totalmente in grado di suffragare e rendere vivibile alle donne, in maniera assoluta, la loro identità femminile, in un mercato patriarcale non ancora totalmente dimissionario.

Le parità di genere, le diversità, l’identità della donna, mal si connette con la sua naturale possibilità di generare vita, in un percorso di carriera lavorativo dove i doveri sono costruiti spesso intorno a tempi e decisioni di carattere e orientamento esclusivamente maschile, la possibilità di una centralità conciliativa ad esigenze e attese esistenziali e familiari, non sempre rivelano un’applicazione nelle legislazioni degli stati membri. La sostenibilità della vita delle donne e dell’occupazione parimenti, resta un nodo ancora da sciogliere nella sua complessità, il congedo materno e familiare, richiede ancora misure da incentivare, troppi disincentivi vi sono in corso, la donna non solo è lasciata sola ma lo è di fatto anche economicamente e con una scarsa assistenza, anche sanitaria.

Molto poco è compreso il problema della donna, della maternità, dell’occupazione e delle minacce che essa deve affrontare, nel suo percorso di carriera, qualunque esso sia. Non esistono forme di assistenza durante l’età feconda per incentivare la natalità, i progetti dell’EU concepiscono finanziamenti per l’intrapresa femminile, ma il vero problema è non solo entrare nel mondo del lavoro, con le complicanze del quotidiano di una donna, manager, operaia o semplice dipendente e la sua volontà di essere madre. L’attuale fondo sociale europeo, paladino di numerose iniziative di successo, che pongono una sostanziale differenza tra ieri e oggi, aiuta le donne europee, in numerose iniziative, sostenendo le sfide del quotidiano, come riaffrontare il rientro al lavoro dopo un’interruzione della carriera, migliorando e sostenendo la consapevolezza di rimettersi in gioco e affrontare nuove sfide con una maggiore formazione. Ma la realtà, culturale e territoriale, spesso trascende la teoria amministrativa sovrannazionale, immergendosi nelle pieghe delle diversità culturali delle diverse aree europee. Le relative piattaforme informatiche come WEgate, sono fonte e sportelli unici per informazioni e supporti di consulenza per avviare o far crescere imprese femminili, ma il problema non è mettersi in gioco, con capitali di rischio EU, o creare progetti di formazione femminili, anche in ambiti digitali, con ambienti di lavoro rispettosi della parità di  genere, inclusivi e  equilibrati, il problema è sostenere l’animus femminile, in ogni ambito, familiare, sociale, economico, politico.

La donna non è solo un soggetto sociale e da lavoro, è il fulcro della vita e della sua possibilità di generarla, molto spesso ci dimentichiamo dei problemi esistenziali, di una donna e la riduciamo a consumatore, oggetto, madre, lavoratrice, la donna nella sua multipla complessità è un tutto in uno, le sue scelte vanno assecondate e supportate, fin dall’infanzia, con rispetto e volontà politica , anche nelle sue scelte poco consone ad una società che nel tutelare i suoi diritti sociali ed economici, dimentica la sua vera essenza, essere donna al disopra di ogni etichetta femminista e materialista, assecondare la parità e la perequazione retributiva è un dovere di ogni giurisdizione europea, ma salvaguardare la sua integrità di genere è una tutela che si fa per lei e per l’umanità.

Tutelare l’emancipazione, deve essere un dovere che si impone dall’infanzia, nei paesi membri e nei paesi partner, con maggiori organizzazioni femminili, volte a sensibilizzare e consentire la diffusione di azioni concrete, per sopprimere pratiche derivanti da classismi religiosi, che ancora demonizzano le donne a ruoli di schiavitù e pratiche sessuali sin dall’infanzia, sottrarre le donne a violenze sviluppate sia in tempo di pace che di azioni belliche.

Molte, realtà europee, hanno dovuto ridefinire la propria cultura e rimodulare l’avanzare di un’immagine femminile non più al passo con i tempi sia della società comunitaria che globale, il tentativo si è evoluto verso un’identità molto più emancipata, che ha saputo affrontare alcune delle sfide programmatiche dell’UE, per esempio, l’orientamento di concetti formulati sull’uguaglianza di genere, fino a decenni fa considerati rivoluzionari e per alcuni paesi forse un po’ troppo sovversivi. Tuttavia, l’evoluzione in sé della società europea ha saputo far fronte al problema intrinseco della discriminante e discriminazione di genere, supportando il pensiero femminista e rivisitando parimenti quello maschilista, infatti, la programmazione di tutela riguarda altresì l’uomo e la sua capacità di accettare l’emancipazione femminile.

Ma vero è che in taluni paesi come per esempio l’Ucraina, la donna nonostante sia stata in grado di assurgere a rivendicazioni femministe di genere, rimane pur sempre un passo in dietro all’uomo, notevoli i tentativi di sviluppare una dignità di aspetto internazionale, per evitare di essere una nazione meta di turismo sessuale, tentativi che sono apparsi come connotazioni tradizionali e note conservatrici retaggio di una supportato dominio sovietico,  contestati da una nascente corrente di poeti attivisti, della  “Esecuted Renaissance”. La verità che in Ucraina già nel 2016 le violenze sulle donne erano diffuse come non mai e pertanto le esperienze assolutamente traumatiche sono state diffuse dal nascente movimento femminista, oggi gli orrori della guerra rendono impensabile una contestazione, e nessuno si sogna di affrontare il problema, surclassato dalla ragion di stato e dalla aggressione. L’unica denuncia possibile, a noi nota avvenuta l’otto marzo 2023, è stata resa da Amnesty International che ha sollecitato la comunità internazionale a fornire sostegno e solidarietà alle donne ucraine e alle bambine ucraine che subiscono violazione dei diritti umani a causa della guerra di aggressione della Russia.

In altre parole, l’inclusione delle donne a tutti i livelli dei vari processi decisionali pone non solo una soluzione in termini di partecipazione e di emancipazione nel mezzo di una crisi bellica ma consente di garantire che i bisogni delle donne siano accolti nella loro totalità, sostenuti e considerasti prioritari e che si possano rispettare i diritti delle donne, al fine di proteggerle e garantirne una tutela ad ogni età. Partecipare in maniera proattiva per le donne è un segnale di emancipazione evolutiva non solo del diritto internazionale europeo, ma anche una spinta prospettica per le donne di non delegare agli altri, ad un sistema decisionale patriarcale la tutela dei bisogni di genere.

Poche donne riescono a rompere il tetto di cristallo, in Europa sta divenendo una consuetudine, riconosciuta e sostenuta nei  vari livelli amministrativi e decisionali, ma le difficoltà sono rasenti e poco rimosse per consentire in alcune aree urbane la rimozione effettiva delle discriminazioni e violenze che ghettizzano le donne e le rendono sole e vulnerabili nella loro affermazione identitaria, lo scopo della comunità europea deve scendere ancora più in basso nei livelli sociali focalizzando l’attenzione, là dove i riflettori sono spenti, dove le violenze si consumano senza possibilità di soccorso, la vera guerra, delle donne e contro le donne, nasce non solo a livello di conflitti, ma sorge spontanea nelle famiglie, nei ghetti delle periferie.

L’Europa, nella sua consapevolezza sembra guardare con distacco, alla rimozione di queste violenze, pur assumendosene l’onere di una programmazione dettagliata ma che spesso non trova un riscontro applicativo. In ultimo non possiamo non dimenticare, che la globalizzazione non è un fenomeno virtuale, che la  guerra Israele- Palestina, avvicina il dovere di rispettare i diritti umani, la nascente tutela delle donne, dei neonati, dei bambini, la loro vulnerabilità, se ben lungi da essere un sentire geopolitico, resta  tra i crimini di guerra più suffragati, e poco dignitosamente rimossi, tra i più atroci commessi e sostanziati senza porre attenzione alle più semplici regole umanitarie.  

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.