• 19 Aprile 2024
Note d'Autore

Marguerite Yourcenar affermava: “On ne trouve pas la solitude, on la fait” (Non ci si imbatte nella solitudine, la si procura, la si cerca.).

Attraverso urla di passione e, soprattutto, di desolazione, l’Uomo-Dio sulla croce esclamò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» A prescindere dal credo di ognuno, si può affermare che quel grido è ancora attuale. Di fronte alle tempeste della vita, l’uomo si sente trascurato da Dio e le parole di Gesù crocifisso sono capaci di raccogliere ed esprimere il senso della sofferenza di ogni uomo, del suo sacrificio, e della sua solitudine. Carlo Lorenzetti, in arte Collodi, mette in bocca al suo personaggio Pinocchio, caduto nelle mani dei briganti che lo impiccano, questa espressione: “Padre mio, perché non mi aiuti?” Altrove, nella letteratura greca, Arianna piange la lontananza di Teseo, l’eroe che uccise il Minotauro proprio grazie al suo aiuto, salvo poi abbandonarla. Vengono in mente i tanti anziani che, in case di cura o negli ospedali, non hanno più accanto un loro caro. Nell’antichità la solitudine era ricercata più spesso. Alcuni poeti antichi avevano un ideale di vita solitaria e bucolica. “Beata solitudo” dicevano i latini. Oggi, invece, siamo molto più connessi e più soli di un tempo. Gli psicologi chiamano tutto ciò “solitudine digitale”. Il caso esemplare sono i giovanissimi Hikikomori giapponesi che si rinchiudono tutto il giorno nella loro stanza per stare al computer.

Fra i vari autori dei nostri giorni, che ci parlano di solitudine per esorcizzarla, vi è Paolo Giordano con il suo romanzo: La solitudine dei numeri primi, dove le vicende della vita fanno dei due protagonisti due esseri non felici e isolati come i numeri primi in matematica, vicini ma mai abbastanza da potersi toccare. Lo stesso per Arnaud Cathrine, in Je ne retrouve personne, dove descrive il suo Aurélien Delamare come uno scrittore sempre in bilico fra la ricerca della coppia e il desiderio di solitudine, un vero irrisolto, perennemente in conflitto con se stesso: “Sono le undici passate da un po’, che infame sensazione di solitudine!

Quella stessa che, tuttavia, in altre occasioni cerco di difendere con le unghie e i denti, sino a far sconvolgere gli altri… Da dove mi arriva tutto questo coraggio necessario per vivere senza il piacere, l’incanto o l’impegno (i doveri) della presenza dell’altro? Intuisco che questa solitudine che ne è derivata, è destinata a durare”. Hermann Hesse, passate le intemperanze della fanciullezza, della sua solitudine ne ha fatto un altare: è stato un guru della solitudine. Ecco un passo tratto da “Un’ora dopo mezzanotte”, una raccolta di scritti della giovinezza dove è evidente il suo approccio simbolico alla scrittura: “Camminavo, rabbrividendo, tra le rovine della mia giovinezza sopra macerie di pensieri e sogni stravolti che facevano sussultare. Tutto fuggiva da me, ben presto fui circondato da un enorme vuoto, da un’immota quiete, accanto a me non c’era nessuno, non un essere caro, non un vicino e la mia vita si sollevava dentro di me come una sconvolgente nausea”.

“Morire, dormire. Dormire, per ventura sognare”. Anche Alluomo che dorme di Georges Perec, scrollatosi di dosso la spirale mortale per morire in vita, non è concesso il lusso di sognare. Diserta gli impegni e lascia suonare la sveglia, restando a casa. Gli altri si domandano che fine abbia fatto, nei giorni a venire, e lo vengono a cercare ma lui finge di non esserci. Il libro di Perec è un tentativo di esaurimento del concetto di solitudine. Questo perché si è sbarazzato degli altri, della compagnia. Non sogna dunque nell’accezione che la parola ha in riferimento al futuro, alle speranze e alle ambizioni che si hanno in società. Non ha più aspettative e fa di tutto per assomigliare a una cosa, un animale o un albero. Perciò non gli basta porre fine alle relazioni con gli esseri umani: «Non puoi vivere di fronte a un cane, perché il cane, in ogni momento, ti chiederà di farlo vivere […]. L’albero invece non ti chiede niente […]. Potrai solo a tua volta voler essere albero». Ecco perché gli resta solamente un surrogato, macabro, del sogno: «Talvolta, sogni che il sonno è una morte che si impadronisce di te lentamente». Tuttavia, si può essere condannati a restare svegli per una insanabile insonnia. E anche questo è un modo che ci aliena dagli altri e dal mondo, incatenandoci alla nostra solitudine.

Afferma Cioran: “Dopo una notte insonne i passanti hanno l’aria di automi. Pare che nessuno respiri, o cammini. Sembrano tutti mossi da una molla: niente di spontaneo, sorrisi meccanici, gesticolazioni da spettri. Spettro tu stesso come potresti negli altri vedere dei vivi?”. Restar senza sonno per le angosce, le paure e gli impegni che incombono, per troppa attività cerebrale, ma anche perché si è troppo stanchi.

Peter Handke in un libro a metà tra il saggio e il racconto, Saggio sulla stanchezza, propone questa condizione come foriera di una profonda comunione con gli altri, perché non si è più coinvolti nell’ansia di primeggiare, nella competizione e nell’affermazione di sé; convincere, imporsi, far valere la propria opinione sono attività oziose alla lunga. E allora si può solo mettere da parte le diverse volontà, che sono destinate a scontrarsi: “La mia stanchezza là pareva collaborare al momento di pace […] disarmando ogni volta già sul nascere con lo sguardo i gesti di violenza, di rissa o anche soltanto di scortesia”. La solitudine può essere anche comica: «Se mi vedono sono un mostro delle solitudini» dice Beckett e anche in questa frase c’è del ridicolo, un’autoironia cruda per la propria condizione. Questo abbastanza naturalmente ci porta a Kafka, che più di tutti ci soccorre sull’argomento. Ogni pagina della raccolta di racconti “Contemplazioni” ci dice qualcosa sulla solitudine: “Se qualcuno dalla finestra mi chiedeva qualcosa, io lo guardavo come se contemplassi le montagne”; «non ho fatto niente di male a nessuno, nessuno mi ha fatto niente di male, ma nessuno vuole aiutarmi. […] Come si accalcano questi nessuno […]. Tutti sono in frac, si capisce. Ce ne andiamo così in giro”. Si ride con amarezza, che è esattamente ciò che avviene con La metamorfosi.Finito il massacro, una sola superstite: solitudine. Mi risvegliai appagato”. La solitudine è oggetto di continue riflessioni nella storia della civiltà occidentale, e non solo ovviamente in quella. Il mondo dei solitari per scelta, degli anacoreti ed eremiti, gimnosofisti, solitari per vocazione – persi in una “vita contemplativa” ampiamente tematizzata nella sua contrapposizione con quella attiva, raggiunge la sua secolarizzazione in età romantica.

Le opere di un Caspar David Friedrich sono un grido acuto contro quel culto della “socialità” che non poteva essere che la cifra del Settecento: l’osservatore solitario delle vette alpine, così in alto da osservarle perfino coperte da nuvole, raggiunte singolarmente col solo aiuto di un bastone da passeggio, del tutto insufficiente per scalare. Il Viandante sul mare di nebbia è la risposta alla tematizzazione scientifica della socialità del secolo in cui Friedrich nacque. Ma intanto, il Romanticismo spezzava violentemente le catene sociali: e nello stesso 1818 del intenso dipinto di Friedrich, vedeva la luce Frankenstein, dove la folle solitudine dello scienziato che sfida le leggi della natura si accompagna all’oggettiva solitudine della “creatura” sortita malamente da questa improvvida tenzone: due forme di solitudine, entrambe destinate alla disperazione e alla morte, entrambe in qualche modo sterili. Non solo, ma nel gioco delle date e coincidenze, occorre ricordare come l’anno dopo, nel 1819, Schopenhauer dia alle stampe il suo: Mondo come volontà e rappresentazione, in cui, pur non citando lo stato del solitario, si prelude ad una dissoluzione della società come prospettiva per fermare il corso distruttivo del mondo, della “volontà” che ci trascina. Se tutti scegliessimo la solitudine, il mondo si esaurirebbe, e questo era ben chiaro alla dottrina cristiana, la quale non poteva non raccomandare la solitudine monacale, scelta più spesso imposta socialmente che non liberamente presa, indicata come modello anche per la morale delle spose, delle madri e delle figlie.

La religiosa in solitudine, del gesuita Pietro Pinamonti, un volume del 1695, impone questa raccomandazione, fatta derivare direttamente dal Loyola, per salvare la capra della solitudine religiosa e i cavoli della famiglia e della continuazione della specie. Un libro che ebbe decine e decine di edizioni, fino a tutto l’Ottocento: il solitario per scelta, nel contesto cattolico, è avanguardia morale nei suoi comportamenti, ma non necessariamente figura da imitare indiscriminatamente e sistematicamente. La solitudine dunque è soggetto affascinante, tanto quanto ambivalente, nella sua fluidità. Soli per sempre, soli nell’universo, soli tra gli altri, soli perché in compagnia, soli occasionalmente? La solitudine “occasionale”, il ritiro temporaneo, è da sempre l’alternativa accettata e moderata, esaltata anche e proprio nel Settecento, secolo della “sociabilitas” quasi forzata, dell’attacco agli eremiti e anacoreti, e alla vita conventuale, ove si consumano eccessi sessuali, peraltro, tra monache e monaci (che dunque così “soli” proprio non sono).

 La solitudine può essere interpretata in vari modi. Essa può essere imposta, cioè causata da esperienze famigliari o sociali. Può essere la conseguenza di un’emarginazione imposta dalla società, oppure dalle circostanze di vita, come invece è il caso di Leopardi, di Pascoli, di Pavese, di Quasimodo. Nella lettera del 6 dicembre 1822, Leopardi scrive al fratello Carlo: “Veramente per me non v’è maggior solitudine che la gran compagnia; e perché questa solitudine mi rincresce, però desidero d’essere effettivamente solitario, per essere in effettiva compagnia, cioè nella tua, ed in quella del mio cuore.” Leopardi trova così le ragioni del vuoto interiore nel conflitto tra la natura e la civiltà. La solitudine è una conseguenza del rapporto tra l’uomo e l’universo. Nei versi di Pascoli è rilevante la solitudine famigliare. Nell’opera di Pavese e Montale la solitudine è strettamente legata alla storia che rappresenta il limite dell’esistenza. Quasimodo, invece, presenta la solitudine come caratteristica essenziale della vita umana al punto da assumere un aspetto esistenziale.

Le opere letterarie prese in considerazione nell’analisi svolta indicano che, nel corso della storia, alcuni aspetti della solitudine, soprattutto quella scelta e voluta, non sono cambiati e altri invece sono mutati, specie quelli relativi al rapportarsi dell’individuo alla società. Sempre più spesso, la realtà moderna tende a isolare l’individuo che per comportamento o per altri motivi, si distingue dagli altri. Anche lo sviluppo della tecnologia causa l’emarginazione. I bambini e i giovani avvertono in modo particolare l’emarginazione e sono spesso vittime di questo sistema. Viviamo in una società senza comunità, nella maggioranza dei casi.

Durkheim aveva coniato il termine “anomia” per indicare il disordine morale, la sensazione di anonimato, la mancanza di solidarietà della civiltà moderna e aveva chiamato “anomico” il suicidio dovuto proprio a questi fattori. Oggi, quindi, si è più soli di un tempo. Probabilmente, propendere verso il mondo o l’io dipende anche dalla personalità di base, dalla estroversione o introversione di un individuo. Cosa è che può vincere la solitudine? L’amore innanzitutto, poi l’amicizia, il senso di appartenenza a una comunità, oppure a una generazione. Tuttavia, oggi non esistono più i movimenti studenteschi. Un tempo esisteva una fauna studentesca che apparentemente era lì per il famigerato pezzo di carta da portare ai genitori, ma in realtà reclamava il sacrosanto diritto di divertirsi, acculturarsi al di fuori degli schemi precostituiti.

Tre, a mio parere i romanzi sulla realtà studentesca rappresentativi delle varie epoche recentemente passate: Porci con le ali (anni’70), Altri libertini(anni’80) e Jack Frusciante è uscito dal gruppo (anni’90). Dagli anni’ 90 in poi, l’unica cosa ad accomunare la generazione era l’autodistruzione. “Bisogna essere molto forti e godere di buona salute per amare la solitudine, scrisse Pasolini in una sua poesia. Per molti il problema è come rompere la solitudine. Alcuni non sanno comunicare la solitudine. Beckett, Ionesco, Michelangelo Antonioni hanno espresso questa inadeguatezza. Sartre ne La nausea ci comunica che il mondo, l’esistenza non hanno alcun senso. La stessa cultura personificata dall’autodidatta è inutile, non soddisfa le aspettative perché anche quest’ultimo è sorpreso a molestare un adolescente e viene mandato via dalla biblioteca per questa ragione. Thomas Bernhard ne Lorigine tratta di un collegio, in cui si mischiano sadicamente nazismo e cattolicesimo ci conferma che l’unico modo per salvarsi dal suicidio, dovuto al disagio per questo microcosmo, è suonare il violino. Primo Levi si suicidò perché non seppe convivere con l’orrore inenarrabile e inesprimibile del lager. Pavese si sentiva padrone da solo al buio a meditare, ma fu proprio “la mania di solitudine”, che aveva spesso tramutato in ozio creativo a ucciderlo. Bassani tratta dell’emarginazione ebraica ai tempi del fascismo e ne: “Gli occhiali d’oro” determinata dall’omosessualità. Ne Lo straniero di Camus il protagonista prima non versa una lacrima alla notizia della morte della madre, quindi uccide per futili motivi sulla spiaggia un uomo, infine quando viene condannato a morte è impassibile. Siamo quindi tutti stranieri di fronte all’assurdo, che sfugge alla nostra logica. Anche Moravia portò tutto alle estreme conseguenze con il romanzo 1934. Il protagonista, un intellettuale vuole compiere un suicidio a due con una donna. Ma alla fine sarà beffato perché due donne si prenderanno gioco di lui. Come a dire che la disperazione non si può condividere, che si finisce per essere beffati da chi dimostra avere più attitudine alla vita. Al protagonista non resta che continuare a vivere da solo con la sua disperazione. Giuseppe Ungaretti scrisse sulla tragedia della Prima Guerra Mondiale: “Di queste case / Non è rimasto / Che qualche / Brandello di muro / Di tanti / Che mi corrispondevano / Non è rimasto / Neppure tanto” in San Martino del Carso e finisce la poesia con: “E’ il mio cuore / Il paese più straziato”. Pascoli si sentiva abbandonato “come l’aratro in mezzo alla maggese”. Quasimodo scrisse: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”. Per Kenneth Patchen la solitudine è “un coltello sporco puntato alla gola”.

La mia solitudine? Affogo la mia solitudine in una coppa di gelato alla nocciola, nell’incanto dei petali dischiusi, nella risata di un bimbo, nel suono delle onde e nel taglio della luna che svetta nel cielo, nel ricordo di un bacio e nell’abbraccio che non fu! E come modula Pino Daniele: “Ho deciso di cambiare, di smettere di rovinare sempre tutto, per colpa della solitudine…

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.