• 19 Aprile 2024
Note d'Autore

Questo bozzetto raffigura un avventore della famosa Cedar Tavern al ‘Village’ di New York, luogo d’incontro per poeti come Allen Ginsberg e Bob Dylan. L’importanza di questo pezzo di carta non sta nello schizzo, ma nel numero di telefono del fotografo svizzero Robert Frank, scritto di fretta, sul ritratto abbozzato da Kerouac. Robert Frank diresse, insieme ad Alfred Leslie, il film sperimentale “Pull my Daisy” (1959), adattamento del terzo atto di uno spettacolo teatrale di Kerouac intitolato: “Beat generation”, mai portato in scena.

Kerouac ascese al pantheon della letteratura americana, e al consenso mondiale, soltanto dopo aver “stracciato” insieme ai suoi compagni beat le convenzioni e il decoro del mondo letterario. Per gran parte della sua vita fu un outsider, una figura marginale e disprezzata da gran parte dell’establishment letterario. Truman Capote espresse quello che è forse il più sprezzante giudizio, a proposito del romanzo Sulla strada (1957): “Questo non è scrivere, è battere a macchina”. L’autore gli dedicò un dipinto: Truman Capote, 1959. Fu la replica di Kerouac alle dichiarazioni dell’autore di Colazione da Tiffany e altri best seller, che definì “Sulla strada” “un mero esercizio di battitura”.

Lo scrittore statunitense Jack Kerouac, iniziatore della controcultura degli anni Sessanta, si esprimeva anche con la pittura. Il valore dei suoi dipinti non può essere misurato su basi estetiche, non si possono esaminare attraverso il metro tradizionale della critica d’arte. Kerouac sentiva il bisogno di trasmettere idee e sentimenti attraverso un ventaglio di strumenti e visioni, considerando l’espressione artistica nella sua totalità. Spaziano da olii su tela, a schizzi a matita su tovaglioli e sono influenzate dal surrealismo e dall’espressionismo astratto, che erano di tendenza nella scena artistica newyorchese degli anni 1950. I soggetti variano da ritratti di amici e amanti, a riflessioni sulla religione (i traumi del cattolicesimo e la presunta redenzione attraverso la meditazione buddista, nonché lo sviluppo della sua personalità di “mistico pazzo”).

Kerouac dipingeva allo stesso modo in cui scriveva: istintivo e rapito, senza disegni preparatori o progetti. Di sé, scrisse una sorta di manifesto personale, datato 1959, che inquadra la sua pittura. “Usa il pennello in maniera spontanea, ossia senza disegnare, senza lunghe pause o ritardi, senza mai cancellare… accumula”, e aggiunse, precisando: “Fermati quando vuoi “migliorare”: è fatta! Dipingo solo belle cose. Uso vernici da pareti e colla, uso il pennello e le punte delle dita. In pochi anni potrei diventare un pittore di primo piano. Se lo voglio. E quando potrò vendere i miei dipinti potrò comperarmi un pianoforte e comporre musica. Perché la vita è una noia”. (Jack Kerouac, October 10, 1956, Mexico City).

Accanto ai suoi scritti, alle sue poesie e alla storia della sua vita, l’arte figurativa di Kerouac è un terzo asse per capire la profondità della sua ricerca esistenziale. Nel suo narrare vi era tutta l’energia e le preoccupazioni di quei poeti erranti, che vagavano per l’America, alla ricerca di se stessi, appena dopo la Seconda guerra mondiale. Kerouac, con lo scrittore William S. Burroughs e il poeta Allen Ginsberg, formava una sorta di trinità della cosiddetta Beat Generation. Attorno a loro ruotavano molti altri artisti e poeti non di minore talento, ma queste tre personalità distinte, insieme, riassumevano le problematiche sociali (razzismo, omofobia, ambiente), gli stili letterari liberi e provocatori, e le diverse forme di ricerca esistenziale che i beatnik affrontavano con orrore dei valori americani puritani, e la gioia di una giovane generazione che si apprestava a squarciare quei valori nei movimenti di controcultura degli anni Sessanta.

Nato nel 1922 a Lowell, Massachussets, in una famiglia franco-canadese, Jean-Louis Lebris de Kerouac iniziò a studiare inglese soltanto all’età di sei anni: la principale lingua parlata a casa era il francese. Ciononostante fu, almeno tra gli esponenti principali del movimento beat, uno dei più influenzati dalle tradizioni e la cultura degli Stati Uniti d’America. “Kerouac cercava l’America di Walt Whitman, un’America che non esisteva più neppure ai tempi dei suoi primi viaggi”, disse William S. Burroughs in un’intervista dedicata a Jack, del 1994.

Influenzati dalle ampie conoscenze di Burroughs, Ginsberg e Kerouac presero ispirazione da molte fonti, quali i poeti francesi Baudelaire, Verlaine e Rimbaud, esponenti del modernismo europeo come Kafka, Céline, Joyce ed Ezra Pound, nonché la prima psicanalisi (Carl Gustav Jung, Sigmund Freud, Wilhelm Reich), le riviste pulp e la cultura afro-americana e latina. In seguito, avrebbero esplorato anche la cultura orientale e le tematiche arabe nel corso di viaggi in Paesi come la Colombia, il Marocco e l’India, ma anche i meandri più remoti della psiche, attraverso la sperimentazione di droghe e la sessualità. Al contrario di Burroughs e Ginsberg, Kerouac era eterosessuale, ma sosteneva l’outing dei suoi amici. Nel romanzo sperimentale Visioni di Cody,  scritto nel 1951-52, ma pubblicato integralmente solo nel 1972, “Joan Rawshanks nella nebbia” è uno dei capitoli più ispirati. Il personaggio si rifà all’attrice Joan Crawford, che Kerouac vide un giorno a San Francisco nel corso delle riprese del film ‘So che mi ucciderai’.

I viaggi di Kerouac narrati in: Sulla strada risalgono al 1947-48 e il manoscritto, un rotolo di carta da telex di 36 metri, fu steso praticamente senza sosta nel corso di tre settimane sotto effetto di benzedrina. Il manoscritto divenne un iconico oggetto d’arte, esposto in vari musei di tutto il mondo, e il pezzo forte di una mostra progettata dal regista teatrale e artista figurativo statunitense Robert Wilson, ispirato dalla scoperta dei dipinti di Kerouac.

Jack Kerouac rappresentò il movimento letterario e artistico che a partire dalla fine degli anni quaranta sconvolse e scandalizzò i valori della società degli Stati Uniti e dell’Europa, dove le sue opere furono diffuse e tradotte quasi immediatamente. Davanti alla borghesia che aveva saputo creare i solidi presupposti del rinnovamento post bellico, egli prefigurò la liberazione culturale e sessuale e un nuovo modello di vita che avrebbe portato, globalmente, la gioventù alla rivoluzione degli anni sessanta. Rigettando gli ideali tecnologici del dopoguerra i Beat e il gruppo di Kerouac, Ginsberg, Owen, Ferlinghetti difesero una nuova etica, quasi tribale, di carattere spontaneista, che poi sarebbe sfociata nel movimento Hippy, nell’opposizione alla guerra del Vietnam e nella ‘tre giorni di pace e musica rock’ di Woodstock.

“Sai, per me una montagna è come un Budda. Pensa alla pazienza, centinaia di migliaia di anni a star lì sedute nel più perfetto perfettissimo silenzio come se pregassero per tutti gli esseri viventi in quel silenzio e semplicemente aspettassero la fine di tutto il nostro agitarci e dimenarci”. (Kerouac, I vagabondi del Dharma).

Lettura consigliata: 19,59…e altri venti minuti senza filtri, di Salvatore Ferri, edizioni 2000diciassette.

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.