• 19 Aprile 2024
Cinema

Quando l’attore e commediografo napoletano Eduardo Scarpetta morì nel 1925, lasciò in eredità un intero filone teatrale ai suoi figli non riconosciuti: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Il teatro di Scarpetta aveva avuto un’enorme successo, garantito dal fatto che le sue commedie viaggiassero su binari sicuri: “l’equivoco” e il “fraintendimento” che rendevano le vicende coinvolgenti e soprattutto divertenti. Ma Eduardo non era soddisfatto. Intorno agli anni ’30 del Novecento i tempi stavano cambiando e così anche la letteratura. Il “Verismo” aveva accantonato la narrazione romantica iniziando invece a raccontare il reale, nudo e crudo, con le sue contraddizioni, i suoi drammi, i suoi dolori. Ed ecco che Edurado, sentendosi ispirato dal genio letterario di Luigi Pirandello, matura la convinzione che il “suo” teatro dovesse essere diverso. Infatti le commedie di Eduardo, rispetto a quelle di Scarpetta, non sono poi così divertenti. A definirle come tali non è tanto la comicità, ma l’elemento caratterizzante la commedia stessa, così come intesa in termini danteschi: il “lieto fine”. Infatti c’è sempre qualcosa “tragicomico” nelle sue opere e la comicità presente è quella cosiddetta “amara”, poiché, in nome di quella “realtà”, Eduardo non si esime dal rappresentare il dolore e la sofferenza della vita quotidiana, soprattutto di quella familiare. Non è un caso: lo stesso Peppino De Filippo, suo fratello, definì la loro una “famiglia difficile” ed è proprio nella famiglia che prendono vita dinamiche ricorrenti. Tra queste vi è “il litigio”.

E’ ironico tra l’altro pensare che proprio Eduardo e Peppino sono stati i protagonisti di una lite ancora oggi avvolta dal mistero. Come disse Luca De Filippo, figlio di Eduardo, le loro visioni erano tanto diverse che il loro rapporto non poteva durare: l’uno si sarebbe sacrificato all’altro. Ma questo tra Eduardo e Peppino è solo un esempio di un fatto familiare reale, nel quale tutti possono riconoscersi. Peppino infatti disse in un’intervista una frase più che eloquente: “Certo, queste cose accadono tra fratelli”. Ed è proprio quel “certo”, detto con convinzione da Peppino, che in qualche modo afferma il punto fondamentale del teatro eduardiano: non si può non rappresentare ciò che è “certo”, è se è certo che i litigi accadono, insieme a tante altre cose, ebbene, Eduardo fa del litigio uno dei suoi cavalli di battaglia.

Di litigi nelle commedie di Eduardo ce ne sono tanti.

Nella commedia “ Gennareniello”, ad esempio, nella versione cinematografica del 1978, Eduardo e Pupella Maggio interpretano una coppia di coniugi, Gennaro e Concetta, che litigheranno per via della gelosia di lei nei confronti di lui, una gelosia accumulata da tempo e poi “scatenata” all’improvviso quando Concetta vede Gennaro fare la corte, per l’ennesima volta, ad una giovane ragazza affacciata alla finestra adiacente al loro terrazzo, in cui si svolge l’itero Atto unico della commedia. La ragazza intanto, come altri personaggi presenti, prende la presunta “infatuazione” di Gennaro con goliardica leggerezza, come uno “scherzo” innocente a cui poter dar corda. Ma se il corteggiamento di Gennaro poteva essere più o meno uno scherzo, il litigio risulta estremamente autentico, spesso con atti di estremo nervosismo e rabbia che portano i personaggi a prendere decisioni drastiche. Ad un certo punto, ad esempio, Gennaro decide addirittura di andarsene di casa e di portarsi il figlio con sé. E’ solo grazie all’insistenza degli altri personaggi che “Gennareniello”, così chiamato scherzosamente, è costretto a restare. Ed è proprio tramite questo forzato, quasi presuntuoso trattenimento da parte degli altri personaggi, che Concetta e Gennaro finiscono per riconciliarsi decretando il “lieto fine” della commedia.

Anche quando il conflitto non è il cuore dell’opera, Eduardo non smette mai di rappresentarlo anche nelle sue forme più “piccole” e quotidiane, attraverso brevi episodi di tensioni e conflitti dovuti a gesti maldestri: piccoli errori, fraintendimenti, pensieri scomodi espressi ad alta voce, distrazioni e superficialità, in grado anche di far scaturire veri e propri confronti intergenerazionali. In “Napoli milionaria!” ad esempio Eduardo interpreta un padre di famiglia reduce dalla prima (e poi seconda) guerra mondiale e il suo comportamento maldestro verso il figlio è alla base di una piccolo ma suggestivo episodio proprio all’inizio del primo atto. Il figlio nota che i maccheroni, che aveva conservato appositamente il giorno prima, sono scomparsi dal piatto. Sospettoso, addita il padre di averli mangiati e questi, con fare assolutamente distaccato e tranquillo, conferma il tutto. Il figlio va su tutte le furie, iniziando a gridare e a piagnucolare. Sebbene la reazione possa sembrare esagerata, Eduardo autore, tramite il sospetto del figlio, suggerisce l’assiduità di tali episodi e  rende la situazione comprensibile presentandoci un contesto di grande povertà nel quale anche un semplice piatto di maccheroni assume una grande importanza. Per tale ragione l’atteggiamento menefreghista paterno permette di empatizzare con l’ingiustizia subita dal figlio e con la sua reazione. Non solo, ma dopo essersi calmata la situazione, Gennaro (così si chiama il personaggio interpretato da Eduardo), insistendo ancora nella sua spaesata e asettica emotività, fa per afferrare un tozzo di pane. Il figlio lo sottrae al padre, gridando in dialetto napoletano “Questo è il mio pane!”.

Un altro litigio è presente in “Non ti pago”, tra Ferdinando, sempre interpretato da Eduardo, e il fidanzato della figlia, un certo Mario Bertolini particolarmente fortunato nel vincere al Lotto. La controversia ruota intorno a chi dei due sia il legittimo proprietario di un biglietto della lotteria da quattro milioni di lire, vinto da Bertolini grazie all’ “aiuto” del defunto padre di Ferdinando comparsogli in sogno. Ferdinando però crede suo padre avesse inteso dare a lui il numero vincente e non a Bertolini. La comicità è qui presente data l’assurdità della situazione, eppure l’ossessione di Ferdinando rispetto la questione è talmente radicale (Ferdinando finisce per appellarsi ad un preste e ad un avvocato) tanto da rasentare una forma di follia inquietante e recondita, soprattutto attraverso l’espressività di una rabbia “flemmatica”, tenuta dentro, che ogni tanto scaturisce violentemente attraverso gesti bruschi, seppur trattenuti, come quello di brandire nervosamente in aria una sedia pronunciando le parole “questa te la spacco in testa!”.

E ora chiudiamo in bellezza con il “capolavoro”, il manifesto teatrale di Eduardo: “Natale in casa Cupiello”. Qui c’è il litigio in tutti i suoi strati: quello tra padre e figlio, fratello e fratello, nipote e zio, marito e amante, marito e moglie. E’ davvero difficile poter analizzarli tutti. Di sicuro a prevalere sono i battibecchi e gli scontri tra Luca Cupiello e sua moglie Concetta. Sono iconici i momenti In cui Luca si rivolge a sua moglie con le frasi: “Tu sei la nemica della casa, la nemica dei figli, la nemica mia”, oppure quando le rimprovera il caffé scadente che “puzza di scarafaggio”, o ancora quando, di fronte all’incapacità di comunicare con la figlia evidentemente tormentata, le dice con tono freddo e ironico: “questo è un altro capolavoro tuo, il più riuscito”. Frasi che Luca continua a ripeterle a mo’ di intercalare, finché Concetta, avendo accumulato dentro una grande quantità di angoscia e stress, non solo per le parole del marito ma anche per la difficile situazione familiare e della figlia, di cui è l’unica davvero al corrente, in un vero e proprio collasso mentale, confessa di “non farcela più”. Così, in un grido disperato, perde i sensi. Quando si risveglia si ritrova Luca vicino, accanto a lei, apprensivo e premuroso, che le stringe la mano e le dice “Cuncé si mor’ tu mor’ pur ‘ij” (“Concetta se muori tu muoio anche io”). Tuttavia,  il vero “leitmotive” della commedia è l’iconica domanda “Ti piace il presepe?” che Luca rivolge continuamente al figlio Tommasino, il quale risponde sempre con un secco e testardo “no!”. Una risposta che, contrastando con il suo senso di tradizione e devozione natalizia, fa andare Luca Cupiello su tutte le furie, facendo scaturire un vero e proprio conflitto padre-figlio tanto profondo nel suo svolgimento quanto “banale” nella sua causa. Solo alla fine Tommasino risponderà con un “sì” quando gli eventi prenderanno una piega tale che il figlio decide, con quella parola, di “scendere ad un compromesso” o magari di dire una verità che non aveva mai voluto dire. In ogni caso quel “sì” conclude al meglio la commedia.

Tutti questi litigi sono solo alcuni esempi dei tanti che caratterizzano le opere di Eduardo ( ricordiamo la commedia “Il Sindaco di Rione Sanità” che ruota proprio intorno ad una grave tensione padre-figlio). Sono sì poco piacevoli, perché per l’appunto esprimono un lato poco “bello” della vita quotidiana, ma è proprio nel loro realismo che non si può fare a meno di assistervi, con trascinamento emotivo, persino, lì dove è impossibile la risata, con un sorriso. Perché mettere in mostra la realtà anche nei suoi aspetti più cupi mette in risalto le sue contraddizioni, vere, ma spesso ridicole. E’ proprio nel riconoscersi in queste situazioni così familiari, così autentiche, che ne percepiamo il lato più assurdo, che ci viene senza ritegno “sbattuto” in faccia, instaurando un automatismo emotivo per cui scaturisce una sorta di “sorriso di simpatia”, che equivale a dire “ma allora non sono l’unico”, “allora anche loro, quei personaggi, vivono la mia stessa vita”. La cosa interessante è che quando Eduardo mette in scena un litigio, ogni personaggio “combatte” a seconda di ciò che è e di ciò che sente, di ciò che è “giusto” rispetto a quello che ritiene come tale. Per cui è difficile individuare e attribuire un torto o una ragione vera e propria, soprattutto quando i personaggi sono così “simpatici” e perfetti nelle loro singole stranezze, dunque perdonabili e comprensibili nei loro rispettivi punti di vista. Questa, come si suol dire, non è altro che quella realtà che la “finzione” del teatro vuole rappresentare. Tramite la sua fruizione, l’umanità viene messa a nudo e anche un litigio, tanto efferato e disastroso, può essere “smontato” davanti ai nostri occhi. Quello che resta da fare a volte è razionalizzare, e concludere l’animoso confronto con un “lieto fine”, rispondendo, anche noi, come ha fatto Tommasino, con un “sì”, ad una fatidica domanda, del tipo:   “Te piace ‘o presepe?”.

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.