• 19 Aprile 2024
Note d'Autore

La lunga storia dʼamore dallʼantichità classica fino alla comparsa nel basso medioevo del cosiddetto amor cortese subisce, come in una vera storia dʼamore, avvicinamenti e ripulse, tradimenti, situazioni di confusione, e addirittura possibili sviluppi paralleli. La cultura ha investito questo momento in due modi: uno ritualizzandolo o codificandolo e lʼaltro, trasferendolo sul piano della comunicazione anche letteraria. I miti sono il primo modo di sussumere questo momento nella cultura. Noi troviamo nel mito le cosiddette ierogamie, matrimoni tra divinità che servono a spiegare la generazione di determinati dèi connessi a determinati fenomeni.

Fu nel mondo mesopotamico ed egizio che cominciarono ad apparire nel mito dei riferimenti allʼamore e alla passione amorosa, soprattutto di carattere erotico, ma non ancora sentimentale. A questo riguardo va considerato un complesso mitico che è quello di Dumuzi-Tammuz, che poi diviene Adone, in relazione alla dea Inanna-Ishtar, che poi diviene Afrodite o Venere. In questo caso, il pastore è connotato dalla sua bellezza e Ishtar, che lo desidera, ne parla nel canto con parole sessualmente esplicite (“Ara dunque la mia vulva, o uomo del mio cuore!”). Questo mito poi nella cultura classica subisce una fase di rimodellamento letterario, che lo trasforma, da metafora erotica sulla riproduzione ciclica della natura, in una vera storia dʼamore, in cui la natura non è più la chiave della rinascita, ma ha il compito di sottolineare esteticamente questa stessa relazione dʼamore. È proprio da questo mito che forse nasce la relazione tra rosa e amore che troviamo anche in Egitto in riferimento ad Iside, ma il caso mesopotamico ce ne fa capire meglio le ragioni. La rosa infatti è un fiore molto appariscente per il suo colore rosso come il sangue, ma ha anche altre due caratteristiche: essa ha le spine che sottolineano la relazione piacere/dolore, ed è nota per la brevità della sua fioritura, tanto da trasformarla nel simbolo stesso della transitorietà. 

Amori più affini al senso successivo si incontrano in miti di più recenti origini, come quello sfortunato di Eco per Narciso. Il prototipo del poeta sfortunato nel suo amore impossibile viene introdotto dal mito di Orfeo, che cerca di strappare Euridice al regno dellʼAde ma non vi riesce, in una sorta di rovesciamento speculare del caso di Adone.

 A dare maggior spessore allʼamore nella cultura occidentale arriva però il pensiero filosofico, che da una parte lo rende più serio, ma dallʼaltra lo depura degli aspetti più effimeri ed edonistici. Lʼeros entra allʼinizio nella filosofia nella forma di una metafora, esattamente come accadde nel mito con le ierogamie. Un chiaro esempio di tale uso lo troviamo proprio in Sicilia, con Empedocle, secondo cui la natura ha alla base quattro elementi (acqua, fuoco, terra e aria) che si uniscono in varia misura e si respingono dando luogo allʼesistenza e alla scomparsa delle cose. Si tratta di una prima intuizione dei principi della chimica. Lʼunione viene pensata tramite il concetto di philia (non eros) e la disgregazione tramite quello di neikos o odio.

Tornando al concetto della rosa essa indica dunque passione, sacrificio, morte rituale per la rinascita della natura, e si connette in ciò alla forza dellʼamore, a sua volta connessa a un altro tema, che è quello del fuoco dʼamore che brucia nellʼamante e risplende nellʼamato e da lui in ciò che gli sta intorno, secondo una metafora già usata da Plotino. Tuttavia, la poesia non è ancora in grado di unire “poesia, amore, rose e slancio mistico”. Questo connubio necessita di altri passi che saranno compiuti nel mondo arabo. Il mondo arabo recepirà il neoplatonismo, lo ibriderà da una parte alla poesia dʼamore araba e dallʼaltra alle tendenze mistiche islamiche e iraniche, per trarne infine lʼestetica che tanto influsso avrà sulla nascita dellʼamor cortese in Provenza e in Italia.

Nel mondo arabo esisteva una tradizione poetica autonoma basata sulla cultura orale, con vari tipi di componimenti, diverse metriche. Trattandosi di popolazioni nomadi, un tema tipico e distintivo è quello della malinconia e nostalgia nella rimembranza di luoghi a cui è legato il proprio passato, specialmente se cʼè di mezzo una donna. Ci si ricorda di lei, dei luoghi in cui viveva. È ambientata in un accampamento beduino la storia di un poeta che impazzì dʼamore per una ragazza che si chiamava Layla. Per questo motivo il componimento si chiama Majnun-e Layla (Il pazzo di Layla).

Il ghazal nasce dalla poesia araba preislamica detta qaṣīda, e diviene un genere letterario proprio nellʼimpero omayyade, che aveva la sua capitale a Damasco, cioè in una zona ex-bizantina e cristiana, più vicina a Costantinopoli che alla Mecca, con un forte substrato culturale greco e unʼampia popolazione cristiana che tarda a convertirsi. Forse è anche per questo che gli abbasidi fondano la nuova capitale non lontano dalle rovine di Babilonia: Baghdad. Questa città, tuttavia, diviene presto il centro di una vita raffinata e talora anche frivola, con poeti di ghazal che cercano anche forme espressive scandalose, come nel caso di Abu Nuwas. In lui troviamo la figura della rosa dʼamore (“Così rossa è la rosa che sulla gota splende / che sa ingannare il cuore”) lʼidea della schiavitù dʼamore (“È vero amante solo chi in volto porta scritto «costui dʼamore è schiavo»”) e infine quella più platonica dellʼamore come elemento di elevazione (“Ascolta chi dʼamore salvifico ama /chi da gioia dʼamore a salvezza è innalzato”). “Ḥubb ʿud h rī, “ʿUd h rī love”, è nella storia del pensiero islamico un tema letterario e filosofico, connesso allʼ“amore platonico” dei greci da cui è derivato, e allʼamour courtois del Medioevo occidentale Cristiano che ha ispirato. Il muwashshah e lo zajal sono delle forme di poesia breve da cantare. Il muwashshah è composto di stanze in arabo o ebraico letterario e ha in più una chiusa in un distico in genere chiamato kharja, che invece è scritto in vernacolo, il quale, nel caso spagnolo, può essere tanto un arabo parlato, quanto un volgare locale derivante dal latino.

 La tesi dellʼinflusso arabo sullʼorigine della poesia trobadorica continua a trovare obiezioni e resistenze. Oggi la tesi araba è sostenuta soprattutto da Roger Boase, il quale ritiene che queste forme poetiche per i loro temi e le loro caratteristiche metriche, ma anche per il loro utilizzo della lingua parlata, o addirittura per lʼorigine del termine “trobar” da “taraba”, che significa “canzone” in arabo, siano allʼorigine della poesia trobadorica. Questo è un punto di vista che cambia notevolmente le cose e che dovrebbe farci riflettere sui presupposti nazionalisti delle teorie moderne che si oppongono alla tesi dellʼinflusso arabo. Il famoso trattato “De amore”, di Andrea Cappellano illustra forme di amore idealizzato che sembrano proprio tratte dai trattati arabi. Gli influssi arabi sulla cultura francese ed europea in generale sono stati provati già ampiamente nella filosofia, più recentemente anche nel diritto. Sorge il sospetto che lʼopposizione alla cosiddetta teoria araba sia più dovuta a resistenze ideologiche di tipo eurocentrico che non a fondati scrupoli storici. Questo però non significa neanche affermare che la poesia provenzale sia stato un mero fenomeno di acculturazione araba priva di aspetti originali derivanti dal retroterra latino e nordico.

Il dualismo gnostico ed elementi di manicheismo passano proprio attraverso il mondo bizantino, proprio per rispondere allʼesigenza di maggiore purezza teologica portata dallʼIslam, e arrivano fino allʼEuropa, in Bulgaria, e da lì alla Francia dei Catari, i quali però non giungono a una visione mistica, che risolve con il misticismo dellʼamore il dualismo in un compiuto monismo. Questo passo, impedito al mondo francese anche dalla crudele repressione papale con la Crociata contro gli albigesi, che si risolse in un genocidio, è forse allora stato compiuto in Italia, proprio da una figura come Dante, che può accedere a questa dimensione attraverso un nuovo approccio mistico, nato in Italia in quegli anni, proprio grazie a un estimatore dei roman francesi, e forse anche della poesia trobadorica, che era San Francesco dʼAssisi. Ecco che allora in Dante la donna angelicata non è più lʼinafferrabile e sfuggente dama dei trovatori, ma una guida sicura verso la ricomprensione del mondo con tutta la sua materialità nellʼeterna legge dellʼamore. Con Dante però si chiude la parabola astrattiva dellʼamore medievale, e Petrarca segnerà lʼinizio del percorso inverso verso la riscoperta delle sue radici classiche e della sensibilità filosofica antica, basata anche su una lettura filologicamente più corretta dei classici, che, da mero materiale di costruzione di architetture del pensiero trascendente, divengono spunto per nuove mete del pensiero. È così che il Rinascimento, con Ficino, riparte dal Simposio platonico e dallʼamor cortese per giungere però stavolta alla dimensione umana. Tuttavia, questa tematica dellʼamore come forza di auto-superamento e di elevazione non svanirà mai del tutto dalla concezione italiana dellʼamore, della rosa e del cavaliere.

(Lettura consigliata: Fonti ferite di Stefano Toson, edizioni 2000diciassette, 2021)

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.