Il pensiero italiano del secolo XX non è stata espressione minore, provinciale, del pensiero europeo, come nelle corde dell’esegesi storico-filosofica neo illuminista e/o marxista impostasi dopo il 1945. Al contrario, è stata una filosofia che si confrontò con aspetti teoretici a cui il pensiero continentale pervenne nei decenni successivi. Tra i pensatori italiani della prima metà del Novecento, un ruolo di protagonista spetta al troppo presto dimenticato Adriano Tilgher. La profondità e la crucialità, anche rispetto al tempo presente, della sua proposta speculativa emerge dalla lettura dell’ultimo volume al quale egli lavorò nella fase conclusiva della vita. Ci riferiamo a, Il casualismo critico. L’oggetto – Il dato – Il tempo – Il caso, da poco tornato nelle librerie per i tipi di InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com). La curatela del volume è del giovane e valente studioso Michele Ricciotti, che firma anche la contestualizzante prefazione. La postfazione è di Gianfranco de Turris, uno dei massimi esperti italiani del fantastico.

La prima edizione del testo è datata 1942, ma in realtà uscì nel 1941, quindi, come a suo tempo chiarito da Gian Franco Lami, Tilgher, deceduto nel novembre del 1941, poté vedere stampato il volume ed anzi, a testimoniare l’importanza che gli attribuiva, volle che una copia lo accompagnasse nel suo ultimo viaggio. L’argomentazione è articolata in quattro capitoli, come si evince dal sottotitolo. Nelle sue pagine, Tilgher torna, per l’ennesima volta, a fare i conti con Croce e con Gentile. Si tratta, infatti, di un volume che raccoglie alcuni scritti già comparsi su riviste e periodici, rielaborati e ripensati dal filosofo per l’occasione. Nel libro la dimensione polemica, tratto   connotante vita e opere di Tilgher, si stempera in proposta teoretica definita e chiara. Ricciotti ricorda, opportunamente, come il pensatore fosse davvero ossessionato dal confronto con il contemporaneo (Guido Calogero scrisse, a riguardo, trattarsi di vero e proprio “entusiasmo” per il contemporaneo) e i problemi che esso presentava, sia sotto il profilo teorico, che dal punto di vista della prassi. Dopo l’incontro con la filosofia di Leopardi, discussa da Tilgher in un volume ancora attualissimo, nel pensatore partenopeo prevalse l’interesse per le morali e per la storia: «Tanto su un fronte […] quanto sull’altro, l’allontanamento dal pensiero di Croce […] si sancisce nelle contestazione di uno storicismo orientato in senso ottimistico, nella rivendicazione della dimensione tragica», precisa il curatore (p. 9).  

Mentre Hegel, nel suo schema dialettico storicista: «non negava un certo ruolo al contingente […] lo “pseudoidealismo italiano” […] finiva  […] per eliminare completamente la dimensione del contingente […] trovandosi sprovvisto di strumenti utili a spiegare il male […] il negativo nella storia» (p. 11). Croce sarebbe caduto, pertanto, in una sorta di provvidenzialismo; Gentile, di contro, con l’insistere sul primato dell’Atto, rendeva assoluto qualsivoglia evento, non potendo così aver contezza dell’unitarietà del processo storico. Di fronte a tale situazione, Tilgher mirò a “sprovvidenzializzare” la storia, a liberala dal determinismo. Il filosofo di Pescasseroli, con la “filosofia dei distinti”, aveva di fatto tacitato il possibile a vantaggio del necessario. Il possibile, a giudizio del filosofo del “pragmatismo trascendentale”, abita la vita. Gli essenti sono coinvolti, abbracciati dal misterium vitae. In, Filosofi e moralisti contemporanei, lo ricorda Ricciotti, Adriano scrisse che nell’esistere, leopardianamente inteso: «Il mistero in piena luce» (p. 16). L’esigenza di fondo che emergeva nella speculazione primo novecentesca rivendicava: «qualcosa di più concreto di ciò che l’articolazione concettuale del pensiero è in grado di esibire» (p. 17). Contingenza e singolarità non possono venir tradotte, in termini definitivi, in forma, in universale.

Tilgher finì con il riproporre un tema fichtiano, quello dell’Anstoss, l’urto del dato, del concreto che impatta l’attività del pensiero, arrestandola e determinandola in uno. A differenza del’attualismo, egli ebbe chiara consapevolezza che il pensiero non vive, sic et simpliciter, di vita propria, ma è ciò che viene «costantemente urtato da “qualcosa” entrando in contatto con il quale il pensiero si anima» (p. 20). Oggetto, dato, tempo e caso non si lasciano ridurre, per Tilgher, ai moduli esegetici del filosofare logo-centrico. Alla luce di tale ermeneutica, il filosofo napoletano ritenne il neo idealismo espressione tipica del pensiero d’anteguerra. Giunse, più in particolare, a sostenere che l’attualismo era filosofia posticcia: «non originale e derivata» (p. 24). Giudizio, probabilmente, troppo severo, dettato dalla vis polemica connotante l’“equazione personale” di Tilgher. Nella pagine de Il casualismo critico, egli difese il tratto indeducibile della singolarità, che lo indusse a sposare, in ambito politico, una sorta di liberalismo anarchico, aperto al possibile e alle visioni ucroniche della storia.

Di esse, del loro affermarsi nel dibattito contemporaneo, in forza della catastrofe tragica cui gli storicismi sono andati incontro alla metà del secolo XX, si occupa, con persuasività di accenti e pertinenza argomentativa, Gianfranco de Turris nella postfazione. Il termine ucronia, ricorda, fu coniato da Charles Renouvier e allude a una storia immaginaria, diversa da quella che si è effettivamente fatta mondo: «destinata a porre come una vera verità filosofica e di coscienza, più alta della storia stessa, la reale possibilità», una possibile storia alternativa. La tesi ucronica, non casualmente, fu aspramente criticata proprio da Croce. L’ucronia mostra che un evento del passato avrebbe potuto verificarsi, a causa di episodi anche insignificanti, in modalità altra rispetto a quella testimoniata dal corso storico realizzatosi: «Gli autori di ucronie immaginano un tempo storico diverso, non soltanto […] un luogo diverso, […] un intero periodo temporale che avrebbe potuto essere altro da quello in cui loro stessi vivono […], se…» (p. 135).

La vita è appesa perpetuamente al se, essa è esposta a un principio infondato, la libertà-potenza, la dynamis dei Greci, questo il “vero” che Tilgher ripropose nella prima metà del secolo scorso. Visione liberante, espressione non di un pensiero minore, ma lascito di un filosofo di vaglia, la cui visione delle cose è essenziale anche per i nostri giorni.

Adriano Tilgher, Il casualismo critico. L’oggetto – Il dato – Il tempo – Il caso, a cura di M. Ricciotti, postfazione di G. de Turris, InSchibboleth, Roma 2025.